Embrione e feto. Due parole, un’unica realtà

In questo articolo, accogliendo varie sollecitazioni che mi sono arrivate nei giorni scorsi, ho deciso di analizzare i concetti di «embrione» e «feto» da un punto di vista fondamentalmente linguistico. Credo, infatti, che proprio la scienza delle parole possa offrire un contributo significativo allo storico e, a mio parere, sofistico dibattito sull’“umanità” o “disumanità” del concepito.

Stando all’Enciclopedia Treccani, l’embrione sarebbe un «organismo in via di sviluppo, derivato dall’uovo fecondato. In passato, con riferimento allo sviluppo del feto nei mammiferi, denominazione della fase (che nella specie umana va dalla formazione dello zigote sino alla fine del secondo mese) in cui si formano gli abbozzi dei diversi organi, senza che nell’insieme si sia ancora rivelata la forma riconoscibile della specie». Il feto, invece, viene definito dalla stessa Treccani come il «prodotto del concepimento dei mammiferi considerato durante il suo sviluppo intrauterino; il termine in passato veniva usato solo con riferimento al periodo che comincia con la riconoscibilità dei caratteri morfologici della specie (nella specie umana, tra la fine del secondo mese dal concepimento ed il compimento della gestazione), mentre si preferiva chiamare embrione lo stadio precedente».

A ben vedere, già da queste definizioni viene evidenziata la pressoché totale interscambiabilità linguistica dei termini «embrione» e «feto», in riferimento allo sviluppo prenatale dei mammiferi e, in particolare, dell’essere umano: l’unica differenza (peraltro data per superata) pare essere di natura cronologica, non certo sostanziale. Così, andando a scavare nelle etimologie, si osserva che ἒμβρυον(embryon), da cui derivano il tardolatino embryo(n)e l’italiano «embrione», prima ancora di indicare indifferentemente embrione e feto, denoti il neonato in quanto tale(cfr. Rocci). Allo stesso modo, anzi in maniera ancora più netta, il latino fetus significa non solo «generazione», «parto», «atto del procreare», ma anche «neonato», «figlio»(cfr. Castiglioni-Mariotti).

Partendo da queste premesse si comprende chiaramente perché il celebre “Giuramento di Ippocrate” (V-IV sec. a. C.), fondamento deontologico della professione medica, sia inequivocabile nell’affermare: «Non somministrerò a nessuno, neppure se richiesto, alcun farmaco mortale, e non prenderò mai un’iniziativa del genere; e neppure fornirò mai ad una donna un mezzo per procurare l’aborto.Conserverò pia e pura la mia vita e la mia arte. […]. E a me, dunque, che adempio un tale giuramento e non lo calpesto, sia concesso di godere della vita e dell’arte, onorato degli uomini tutti per sempre; mi accada il contrario se lo violo e se spergiuro».

Anche la versione “moderna” del Giuramento, aggiornata nel 2014, riporta: «Consapevole dell’importanza e della solennità dell’atto che compio e dell’impegno che assumo, giuro: […] di perseguire la difesa della vita[…]; di non compiere mai atti finalizzati a provocare la morte; […] di mettere le mie conoscenze a disposizione del progresso della medicina, fondato sul rigore etico e scientifico della ricerca, i cui fini sono la tutela della salute e della vita[…]».

La considerazione del concepito come essere umano era, dunque, già presente tra gli antichi sapienti, nonostante una certa diffusione delle pratiche abortive, legate (allora come oggi) ad una cultura fondamentalmente relativistaed alle limitate conoscenze medico-biologiche. Questa visione del concepito, comunque, trovò una significativa codificazione nel diritto romanoattraverso la celebre massima attribuita al giurista Paolo: «Nasciturus pro iam natus habetur quotiens de eius commodo agitur(Il nascituro è da considerarsi come già nato ogniqualvolta si discuta del suo interesse)». Conseguentemente,il diritto privato prevedeva l’istituto del curator ventris, con l’incarico di curare gli interessi ereditari del concepito (che, se libero, è riconosciuto capace di diritti civili solo al momento della nascita) in caso di morte del padre. Tale curatela è rimasta in vigore nel nostro ordinamento giuridico fino al 1975, cioè fino al momento in cui si stava ormai sviluppando potentemente in Italia quel coacervo di interessi ed ideologie che, nel 1978, avrebbe portato all’approvazione della legge 194.

Tirando le somme, se agli antichi, pur con tutti i loro limiti, va attribuito il merito di aver teorizzato l’“umanità” del concepito, riconoscendo che la nascita e lo sviluppo (pre e post natale) di un essere vivente non implicano mai una modificazione della sua essenza, la scienza moderna ha dimostrato senza ombra di dubbio questa intuizione, attraverso la scoperta del DNA ed i progressi dell’embriologia.

Florio Scifo

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