Suicidio di Wendy Duffy: è possibile dare un senso alla sofferenza?

In un recente articolo avevamo commentato l’omicidio-suicidio di “Libera”, la donna affetta da sclerosi multipla che, tramite un comando oculare, si era data la morte lo scorso 25 marzo. La notizia ci ha permesso di riflettere sul legame tra eutanasia e suicidio grazie a quanto il prof. Mario Palmaro ebbe a scrivere nel suo libro “Eutanasia: diritto o delitto?” (Giappichelli, Torino 2012). Secondo il filosofo del diritto, una volta rinunciato al principio di indisponibilità della vita umana innocente, non ci si può illudere che la domanda di eutanasia possa essere limitabile, nonostante le “restrizioni” volute dai sostenitori di tale istanza.
La prova plastica di quanto asserito allora in linea di principio, si è oggi palesata ai nostri occhi nella pratica: lo scorso 24 aprile Wendy Duffy, una donna britannica perfettamente sana dal punto di vista fisico, si è recata in Svizzera per far ricorso al suicidio assistito in quanto ella riteneva la propria vita ormai “priva di senso” dopo la perdita del figlio. Tutti i giornali, nel riportare la notizia, hanno posto l’accento sul fatto che la donna non fosse portatrice di alcuna malattia, come se si volesse rimarcare che chiunque può pretendere un “diritto” alla morte: ulteriore conferma della tesi di Palmaro. Ruedi Habegger, fondatore della clinica Pegasos dove la donna ha trovato la morte, ha parlato di un “suicidio consapevole” tanto da essere disposta a pagare una somma di 10.000 sterline per ottenere il proprio obiettivo.
La Duffy aveva già tentato il suicidio in passato ed era stata trasferita in un reparto psichiatrico. L’unica risposta che la società inglese ha potuto dare alla disperazione di questa donna è stato un sostegno psicologico tramite il sistema sanitario nazionale inglese (NHS) e una cura con antidepressivi. Ciononostante, ella si diceva convinta che la propria vita fosse solo “un’agonia” senza il proprio figlio. La sua morte arriva simbolicamente in concomitanza col rifiuto, da parte della Camera dei Lord, del disegno di legge inglese sul suicidio assistito per adulti con aspettativa di vita inferiore a sei mesi.
Questa storia deve farci riflettere sulla totale incapacità di una società lontana da Dio di dare una risposta ai perché della sofferenza. Per questa signora il figlio era tutto. Tolto questo è logico che nulla possa rimanere. Ciononostante, nella nostra vita, finanche le persone più care sono niente di fronte a Colui che, donandoci l’essere, è davvero tutto. Tale consapevolezza era così viva nei santi da far prorompere un san Francesco nell’esclamazione «Mio Dio, mio tutto!». È in questa prospettiva, non in altra, che è possibile arrivare a capire il perché della sofferenza. In alcuni articoli precedenti (qui, qui) abbiamo ricordato le riflessioni di padre Friederich Rouvier S.J. (1851-1925) nel suo capolavoro “Saper soffrire” (Edizioni Fiducia, Roma 2023) sulla necessità della fede per dare un senso alla sofferenza.
È chiaro, ricorda padre Rouvier, che comprenderla non è automatico, né possibile per un cuore chiuso a Dio. Ciononostante, con una analogia, egli rende bene l’idea della strada da percorrere per giungere ad illuminare tale mistero. Infatti, «chi, dall’esterno, girando intorno all’abside di una delle nostre cattedrali gotiche, ne contempla le grandi vetrate, ben difficilmente potrà rendersi conto esatto del pensiero dell’artista, che le ha ideate e messe in opera. L’occhio rimane sconcertato dalla molteplicità di pezzi, di intelaiature, di piombi, di vetri, diversi di forma e di colore, di cui sono composte. Ma se si entra nella vecchia chiesa, ai raggi del sole, che filtrano attraverso tutti quei piccoli pezzi di vetro colorato, messi uno accanto all’altro in modo così bizzarro, la vetrata comparirà in tutto il suo magico splendore. Allora si comprende e si ammira». E ciò non certo perché i pezzi divengano meno numerosi, o i colori formino un contrasto meno stridente, ma perché «tutto ciò si è in certo qual modo fuso, armonizzato al passaggio dei raggi del sole; e al mirarlo l’animo si riempie di ammirazione. Noi qui sulla terra, tutti o quasi tutti, pur sentendola così vivamente, non vediamo la sofferenza sotto una luce sufficiente; e questa è la ragione – se se ne eccettuano i Santi – per cui così male la comprendiamo» (p. 61). Anche se non possiamo acquisire una conoscenza completa, dobbiamo almeno sforzarci di arrivare a ciò che possiamo, per renderci più forti nella prova, giacché «la nostra debolezza, il più delle volte, proviene dal non sapere noi capire né i segreti motivi, né il vantaggio spirituale che, seguendo i disegni di Dio, possiamo ricavarne» (p. 62).
Avere tuttavia un quadro più o meno chiaro dei perché della sofferenza e dell’importanza di rassegnarvisi, non implica certo l’insensibilità. Il dolore di una madre per la perdita di un figlio può essere sublimato per più alti scopi, ma certo non scompare ed è pungente. Vi sono dei momenti, osserva padre Rouvier, in cui gli uomini attraversano fasi di abbattimento tali da pregare che sia loro concessa la morte. Anche i più grandi santi hanno vissuto questi momenti. È fuor di dubbio «che la sofferenza fisica o morale alle volte grava così forte sopra di noi da sembrarci impossibile di poterla sopportare. Eppure, la si sopporta, come risulta dall’esperienza quotidiana, che noi possiamo facilmente constatare. La ragione è anzitutto che a tutti gli uomini, senza eccezione, ma in più larga misura ai suoi fedeli e ai suoi amici, quel Dio pieno di bontà che governa il mondo, prepara e dà a suo tempo le forze necessarie, perché non abbiamo a soccombere sotto il peso. Inoltre, ciò avviene anche perché l’uomo è dotato di una prodigiosa pazienza e può, senza cadere sfinito sul suo cammino, sopportare un carico inverosimile di dolore».
La sofferenza, essendo castigo della colpa originale, sarà sempre dura per l’uomo, lasciandovi un segno. Non dobbiamo meravigliarci «né ci deve sorprendere se, malgrado la sincera volontà di accettare generosamente l’adorabile volontà di Dio, tremiamo e sentiamo anche vivamente la ripugnanza istintiva per la sofferenza, ripugnanza, che sta nella parte inferiore dell’anima, là dove risiede la facoltà di sentire» (pp. 98-99). Ciononostante, prosegue Rouvier, noi possiamo «sentire vivamente la sofferenza; possiamo trasalire e tremare senza che nella parte superiore del nostro essere vacilli il nostro abbandono, pieno, intero, senza alcuna restrizione e riserva». Se la Chiesa esigesse l’insensibilità contraddirebbe persino il suo divin Fondatore, che nel Getsemani volle darci la misura, il grado di perfezione, a cui può arrivare la debolezza della natura umana nella sofferenza. Per di più, «Gesù pianse dinanzi alla tomba di un amico, di un semplice amico. E potrebbe Egli poi condannare le lacrime che noi versiamo sulla tomba di un padre, di una madre, di uno sposo, di una sposa, di un figlio? Ma allora avrebbe Egli dovuto cominciare a condannare le lacrime, che la madre sua ha versato sopra di Lui ai piedi della croce! Ma Egli non lo ha fatto». Pertanto, «anche noi possiamo piangere nei nostri lutti e versare tutte le nostre lacrime dinanzi ad una bara. Per abbondanti e cocenti che possano essere queste lacrime, purché siano cristiane, non renderanno meno preziosa la nostra rassegnazione e non le toglieranno il merito, che ha agli occhi di Dio» (pp. 102-103). La disperazione e il suicidio, dunque, sono il risultato di una cultura che, non avendo più Dio al centro, non sa quale senso dare a qualsiasi sofferenza, a maggior ragione quella di una madre privata del figlio.
Fonte: CR



