Vai al contenuto

Alcesti e la difesa della vita umana

Alcesti, Ercole e Cerbero, IV sec., Roma, Catacomba di via Latina

Alcesti, Ercole e Cerbero, IV sec., Roma, Catacomba di via Latina

Tutti noi, credo, almeno una volta abbiamo sentito nominare Alcesti: il suo mito, rielaborato e messo in scena da Euripide nel 438 a.C. è, del resto, uno dei più significativi ed affascinanti che l’antichità classica ci abbia lasciato in eredità.

La cornice è costituita dalla storia di Admeto, già Argonauta, re di Fere in Tessaglia, che, sentendo vicina la morte, ricevette da Apollo la possibilità di non morire a patto che si trovasse una persona disposta a sacrificarsi per lui. Nessuno, nemmeno i  suoi genitori, sembrava però disposto ad assumersi questo gravissimo onere, ad eccezione di Alcesti, moglie amatissima dello stesso Admeto, che si offrì generosamente[1]. Fu così che, giunta l’ora fatale, mentre Tanato, la morte, visitava Alcesti per condurla nell’Ade, si presentò a Fere l’eroe Eracle, figlio di Zeus ed Alcmena, pellegrino per la Grecia nel corso delle sue “dodici fatiche”. Egli, ignaro della situazione, fu benevolmente accolto da Admeto che lo trattò con tutti gli onori, facendogli preparare un lauto banchetto. Tuttavia, messo al corrente del lutto da un servo, e sentendosi in colpa per aver inconsapevolmente abusato dell’ospitalità del re in un momento così drammatico, Eracle decise di tendere un agguato alla morte, riportando in vita Alcesti. Una volta tornato al palazzo con Alcesti velata al suo seguito, Eracle fece credere ad Admeto che sua moglie fosse una schiava, vinta come premio per un agone sportivo, chiedendogli di custodirla fino al suo ritorno dall’impresa per cui si trovava di passaggio a Fere. Admeto, dopo un’iniziale ritrosia dovuta alla promessa fatta alla moglie in punto di morte di non risposarsi, accettò la richiesta di Eracle. Egli allora svelò Alcesti che, però, sarebbe rimasta muta per tre giorni, tempo necessario alla purificazione dal regno dei morti. «Sono molte le sorti che il cielo ci dà e compiono eventi inattesi gli dei, né ciò che credemmo diviene realtà; risolve le cose incredibili un dio. Così questa storia è finita».

Fin dalle prime battute del dramma, il coro fa presente che la morte di Alcesti è resa possibile dal fatto che Zeus abbia precedentemente fulminato Asclepio, dio della Medicina figlio di Apollo. Egli, infatti, se fosse stato in vita, avrebbe sicuramente curato la malattia della regina, dal momento che, si dice, «dava ai morti la vita». Questa frase porta con sé un significativo richiamo al compito della medicina che, nelle intenzioni degli antichi sapienti, doveva difendere la vita umana, non favorire la morte.

Inoltre va notato come l’ultima preghiera di Alcesti sia per i due figli, affinché il maschio trovi una buona moglie e la femmina un nobile marito, ed entrambi compiano in patria un’esistenza lieta. La tragedia è, nel complesso, un vero inno alla vita, rispetto alla quale, afferma Alcesti morente, «non vi è bene più prezioso».

Significativo è, poi, uno scambio di considerazioni tra Admeto ed il padre Ferete che, pur nella generale atmosfera di biasimo che avvolge quest’ultimo, testimonia una verità oggi non sempre compresa: la vita umana ha sempre lo stesso (immenso) valore, sia che si tratti di un giovane, che di un anziano. Chiede, infatti Admeto: «Che muoia un giovane o un vecchio è lo stesso?» al che Ferete replica: «Una è la vita che ci è data da vivere».

Eracle, a cui si deve l’“eucatastrofe” (lo “sconvolgimento in positivo”[2]) del racconto, rappresenta il buon amico che, grato per la calorosa ospitalità ricevuta da Admeto e, allo stesso tempo, addolorato per la superficialità dimostrata nei suoi confronti, non esita a mettersi in gioco per ricompensarlo oltre ogni speranza.

Sulla risurrezione di Alcesti, molto ci sarebbe ancora da dire; tuttavia, essendosene occupato più di uno studioso in passato e, da ultimo, il sottoscritto in altra sede, non mi ci soffermerò più di tanto. Segnalo, comunque, che proprio per questo insolito lieto fine, la critica è tuttora incerta circa la classificazione dell’“Alcesti” di Euripide come “tragedia”, sebbene il tono sia decisamente drammatico e non manchi l’effetto “catartico” di cui parlava Aristotele.

Concludendo, i messaggi finali che l’opera ci lascia sono, dunque, almeno tre: il primo è l’accento posto sull’unicità e preziosità di ogni vita umana in linea con i principi dell’umanesimo classico; il secondo ci indica che, quali che siano le circostanze della vita, sull’esempio di Admeto non bisogna mai dimenticarsi dei buoni costumi morali; l’ultimo, incarnato da Alcesti “la forte”, è un invito a trovare il coraggio di vivere pienamente l’amore. Proprio questo può richiedere, a volte, di essere pronti perfino a dare la vita per chi ci è caro.

Florio Scifo

[1] Alcesti, come l’altrettanto famosa Antigone (lett. «Nata per opporsi») è un “nome parlante”, legato al concetto di «alx», la forza necessaria per difendere, da cui deriva anche Alessandro (lett. «Difensore di uomini»). In effetti, caratteristica fondamentale della regina di Fere èla sua ferma determinazione nell’agire in difesa del marito Admeto.

[2] Cfr. J. R. R. Tolkien, “Sulle Fiabe”.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: