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Piacenza: la differenza tra la verità e le mezze verità raccontate dai mass media.

“La differenza tra una parola quasi giusta e la parola giusta è davvero una grossa questione – è la differenza tra la lucciola e il lampo.” –  Mark Twain.

26 Marzo, ore 13:25, navigando in Internet, d’improvviso mi appare questa immagine, la posta il Corriere. Denunciano dei poco delicati manifesti pro-life all’interno di un istituto superiore di Piacenza. Le frasi sarebbero ‹‹Questo eri tu››, ‹‹Mi hanno buttato in mezzo all’utero e ne sono uscito embrione›› e poi l’ultima ‹‹Io feto, tu aborto››. Di qui, eccetto per la prima affermazione, le restanti non fanno parte di un repertorio che i pro-life usano. Figurarsi ‹‹Io feto, tu aborto››.

Non posso che scrivere di getto, trattenendomi da ciò che leggo e che vedo. Nauseata da una stampa che invece di indagare emana sentenze, Corte Suprema di processi che invece di attenersi a informazioni dettagliate e ricercare meticolosamente tracce precise di certi accadimenti, giudica senza indagare. L’importante è che la realtà si appiattisca sotto quel determinato punto di vista, senza alcuna complessità, stampandola a caratteri cubitali su un cartello e mostrandolo sui social come se fosse la torretta di guardia di un panopticon [1]. Chi vuol fare il giornalista, invece, dovrebbe avere un solo padrone, che neanche è, come affermava Idro Montanelli, il lettore, bensì la verità.

Sarebbe emerso dalle indagini, infatti, che l’autore di questi manifesti non avrebbe voluto esprimere un dissenso verso quello che ha definito addirittura “diritto all’aborto  e di non essere a conoscenza del fatto che vi era una ragazza nella scuola che, poco prima, aveva abortito. Le lezioni affrontate in quel periodo infatti riguardavano proprio la riproduzione umana, ed è con questo che avrebbero a che fare i volantini. Tra l’ipotesi che sia stata una difesa della vita nascente condotta con discutibili maniere, che nessuno del mondo pro-life rivendica o condivide, o un tentativo di mettersi in mostra, ciò che è certo è che i social media e i giornali hanno alzato un polverone su tre fogli di un istituto scolastico piacentino. Hanno cioè cavalcato l’onda per affermare che il messaggio pro-life sia discriminante e che voglia poggiarsi sul senso di colpa di chi abortisce, equiparandolo dunque ad un messaggio di odio e di violenza. Questo è l’effetto che questa notizia, diffusasi esponenzialmente, ha voluto sorbire. Non ci si è nemmeno premurati di indagare realmente i fatti, capire le intenzioni della persona che ha attaccato questi volantini alle porte, ma si è dato per scontato che sapesse, che posizione assumesse, e che volesse attaccare. Forse sì, forse no. E nella vaghezza di informazioni date per certo, e poi smentite dalla preside , nel frattempo si è cominciato a dare addosso ai pro-life, a dire che quanto accaduto è vergognoso e che va denunciato. Il tutto, come sempre, sulla base di una mezza verità.

Una fatalità, questa della ragazza che ha abortito a scuola e della comparsa dei manifesti, quasi quanto il fatto che questa bufera è circolata contemporaneamente alla campagna UAAR di cui sempre più città sono piene. I manifesti, con tanto di testimonial, recitano così:

Aborto farmacologico. Una conquista da difendere. Ho scelto di interrompere volontariamente una gravidanza con la terapia farmacologica. L’ho potuto fare in tutta sicurezza. La Ru486 evita il ricovero ospedaliero e l’intervento chirurgico: una scoperta scientifica meravigliosa per la salute delle donne».

Volantini firmati, che tengono in mano ragazze del liceo Finocchiaro di Palermo. Sul sito UAAR, inoltre si afferma che “un altro obiettivo dell’UAAR è l’abolizione dell’obiezione di coscienza prevista nei reparti di ginecologia degli ospedali pubblici, che devono garantire premura e tempestività nei confronti di chi chiede una IVG e che devono inibire l’accesso agli attivisti ideologicamente orientati“. Manifesti con firma, giganti davanti ai licei.

Ovviamente qui stiamo parlando di una campagna che gode di vasto consenso e non di vili foglietti, perciò nessuno ha imbrattato questi manifesti come invece hanno fatto altri  con quelli di Pro-Vita&Famiglia. Il fatto è che stavolta dei volantini UAAR, pur se diffusi davanti ai licei, nessuno si è sconvolto. Nessuno ha né attaccato materialmente i manifesti, né si è ribellato all’affermazione secondo cui dovrebbe essere vietato l’ingresso negli ospedali agli obiettori di coscienza. Si dovrebbe dire ad alta voce che tale affermazione costituisce una gravissima violazione al fondamentalissimo bene, pre-giuridico, dell’obiezione di coscienza . Insomma, non si può fare il medico se si hanno idee diverse, per un paese più pulito e democratico.

O forse ci siamo già scordati dell’aggressione che noi Universitari per la vita subimmo, ormai un par d’anni fa, all’università “La Sapienza”, con tanto di autorizzazione? Da ragazzi che fanno volantinaggio senza autorizzazione quasi tutti i giorni e attaccano manifesti, dipingono matrioske sui muri dell’Università come fosse proprietà privata, ci venne richiesto non solo di vedere l’autorizzazione, ma addirittura chiesero, alzando la voce, al preside di facoltà come si fosse permesso di darci il consenso al volantinaggio. Tutto ciò con la violenza tipica di chi non ha argomenti per difendere le proprie ragioni, e ha paura che se altri parlano, magari possano rendere altri consapevoli della verità. Eppure, erano persone che ci hanno detto che l’embrione è un parassita, che è meglio non mettere al mondo un bambino per non inquinare, che non è una persona e che la “scienza la si vada a studiare a scienze”. Non fu neanche un caso isolato in realtà. Un coro di femministe con megafono si era presentato anche in altre occasioni del genere per far sì che togliessimo il disturbo.

La realtà che viviamo nelle scuole e nelle università è questa. Quando fummo cacciati con violenza e urla dalla Sapienza, purtroppo non fummo degni attenzione di alcun giornalista di grandi testate. Ma una persona, che agisce da sola, non si sa mosso da cosa e a pro di cosa, sicuramente con metodi che non sono condivisibili, suscita uno scandalo nazionale. Ribadisco che nessuno sta difendendo questa persona, ma qualcuno si accorge che la voce del mondo pro-life nelle istituzioni è quasi ridotta ai minimi termini? Lo scandalo è stato suscitato perché la persona in questione ha attaccato una ragazza che ha appena abortito. Poi la smentita. Ma dietro l’accusa di insensibilità e di offesa del ragazzo verso la ragazza, si nasconde in realtà un grande fastidio nei confronti della voce pro-life nell’Istituzione Scuola, che si vuole mettere a tacere a tutti costi. E i manifesti UAAR, con la loro aspirazione al divieto di obiezione di coscienza, lo dicono apertamente.

Delia Del Prete


[1]Il Panopticon è un carcere ideale progettato nel 1791 dal filosofo e giurista Jeremy Bentham. Il concetto della progettazione è di permettere a un unico sorvegliante di osservare (opticon) tutti (pan) i soggetti di una istituzione carceraria senza permettere a questi di capire se siano in quel momento controllati o no.


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