Stare tra le braccia della mamma. È ancora un diritto?

La maternità surrogata è la pratica tramite la quale un singolo o una coppia chiedono ad una donna di portare avanti gratuitamente una gravidanza oppure commissionano un’apposita società mediatrice di trovare e monitorare una donna che porterà avanti una gravidanza per loro conto.

Esistono, a mio avviso, almeno due ordini di violenza perpetrati in questa pratica: la violenza contro la donna e la violenza contro il bambino.

Più facile è parlare della violenza contro la donna: più evidente e subdola di quello che il politically correct non voglia far sembrare. Infatti è possibile sostenere che le donne che si prestano ad una pratica che le tocca nel loro intimo , gratuitamente o dietro compenso, stiano intaccando profondamente il legame viscerale con il proprio figlio, più in generale con il mistero della maternità. Venendo alla pratica gratuita: ma quale persona, in una relazione familiare o extra-familiare sana chiederebbe alla madre o alla sorella o ad un’amica di generare un figlio rinunciando ad ogni sorta di legame con lui? Umanamente parlando, potrebbe accadere solo in relazioni viziate profondamente, senza contare poi il disorientamento ed altri effetti collaterali che potrebbero generarsi nel bambino.
Per quanto concerne la pratica a pagamento bisogna anzitutto dire che esiste un business ben collaudato dietro alla domanda di figli tramite surrogazione di maternità fondato meramente sulla maggior forza dei beneficiari del servizio: è facile, soprattutto in paesi con gravi disparità sociali come l’India o l’Ucraina, che le donne che versano in uno stato di necessità siano portate ad accettare qualsiasi tipo di contratto. Senza contare le situazioni nelle quali queste povere donne, senza alcun tipo di tutela, sono sottoposte a ben più di semplici clausole vessatorie come ad esempio l’obbligo all’interruzione volontaria di gravidanza nel caso in cui il “prodotto del concepimento” non sia conforme ai desideri dei committenti . Quando invece l’ovulo è preso da un’altra donna, così da garantire l’assenza di legame tra gestante e nascituro, la “donatrice” è sottoposta ad un vero e proprio bombardamento ormonale per poter estrarre l’ovulo da fecondare.
Certamente, tutte le donne coinvolte vanno incontro a problemi per la salute anzitutto fisica e psichica rilevanti, come ad esempio un aumento del rischio i tumori ovarici, uterini e mammari.

 

Venendo al bambino, l’istinto vorrebbe che si tratti in maniera più sensibile la sua posizione, perché questi è la parte più debole tra gli attori. La realtà è che, influenzati da una cultura in cui l’aborto è un diritto e in cui l’unica volontà che conta è la volontà di chi ha capacità di intendere e di volere, ossia di stipulare contratti, tutte le persone che non possono esprimere la loro volontà in modo esplicito vengono considerate ‘non persone’ , oggetti di interessi altrui.

Sarebbe poi molto importante riflettere sul fatto che il legame tra bambino e genitori è anzitutto un legame biologico da cui scaturiscono una serie di meccanismi straordinari come dimostrano i numerosi studi in vari campi. È forse un caso che i figli adottivi, pur avendo (nei casi ideali) ricevuto tutto l’amore e tutte le attenzioni che potesse desiderare un bambino, sentono la necessità di indagare per riscoprire le proprie origini? È forse un caso che la maggior parte dei figli adottivi vogliano dare concrete risposte alla propria sofferenza, derivata dall’esser stati sradicati e trapiantati attraverso artifici, in questo caso necessari?

Se questo non è un caso io mi chiedo perché bisogna ricreare a tavolino una situazione di patimento già universalmente nota; nel caso specifico prodotto di una dispendiosissima e mostruosa pratica? Infatti al senso di sradicamento, tipica dell’orfano, si andrà ad aggiungere nella vita del bambino la falsa narrazione che è giusto essere stati manipolato all’origine della propria esistenza, essere stato causa di sofferenze e patimenti per una o due donne ed essere stato consegnato a persone i cui soldi avranno causato tutto questo. In più, lui non dovrà farsi nessuna domanda su quelle donne ed, eventualmente, sul donatore del seme, che hanno contribuito materialmente alla sua venuta ad esistenza e, ciliegina sulla torta, dovrà chiamare “genitori” coloro che hanno permesso tutto ciò.

Ponendo infine l’attenzione sugli aspiranti genitori, è a mio avviso evidente la diversa disposizione d’animo che spinge chi utilizza questa pratica rispetto a chi cerca in modo naturale o tramite adozione di colmare un proprio desiderio. Nel secondo e terzo caso è il desiderio di realizzare un sogno, nei limiti delle possibilità che la natura o le pratiche amministrative e legali lunghe e spossanti permettono; nel primo caso si tratta di bramosia, ossia la volontà di superare ogni limite per realizzare ciò che si vuole.
Perciò si può dire che, a priori, non si può fare alcun paragone tra queste situazioni, come invece la vulgata vorrebbe propinare. Alla lunga, la differenza tra persone munite di responsabilità verso altre persone non ancora autonome, perché minorenni, ma a cui riconoscono gratuitamente la dignità di altro da sé e persone munite di diritti reali di godimento sui minori a causa di un contratto sostanzialmente di acquisto, condito da affitto di organi, acquisto di gameti e pagamento di servizi ulteriori, viene al pettine. E già se oggi tanti genitori si sentono come proprietari dei figli e del loro futuro, come potranno comportarsi questi genitori muniti di concreti diritti sulle persone che chiamano figli?

In conclusione, appaiono come necessità imprescindibili:
– tutelare le donne, soprattutto le più deboli, affinché si combattano questa e altre nuove forme di schiavismo, perché se è vero che la donna non dev’essere ridotta alla sua funzione generativa, ciò deve valere per tutte e non solo per poche elette;
– approfondire il valore dell’habeas corpus e vietare ogni disposizione del corpo che non solo gravi alla salute della persona che presta il consenso, ma anche, nel particolare caso della gravidanza, che nuoccia alla salute fisica e psicologica del bambino portato nel grembo;
– affermare che l’uomo ha tutti i diritti sin dal concepimento, specialmente quelli connessi alla natura umana, poiché ormai è chiaramente riconoscibile sia dal dato genetico, sia dall’intuizione ancestrale che tramite la copula si genera un altro essere umano;
– gridare con forza che esiste un diritto del bambino a poter essere allevato, educato ed istruito dalle persone che l’hanno generato perché, ponendo come assunto l’idoneità di tutte le persone adulte a poter accudire il bambino, gli unici adulti che risultano maggiormente resi capaci dalla natura sono proprio coloro che l’hanno generato.

 

Si accoglie in tal senso con grande soddisfazione la dichiarazione della Consulta del 18 Dicembre scorso la quale afferma che “l’utero in affitto per la legge italiana ha “un elevato grado di disvalore” è vietato perché “offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane”.

 

Francesco Chilla

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