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La vita al mercato

Una discussione surreale

Una decina di giorni fa mi sono trovato, come a volte mi succede, a discutere animatamente in un post su Facebook su temi bioeticamente sensibili. Stavolta in particolare mi è capitato di parlare di utero in affitto e, cosa solo apparentemente sconvolgente, mi sono trovato in minoranza, ovvero ci sono ed aumentano i sostenitori di questa pratica.

Perché ne voglio parlare (nuovamente) qui? Perché ad un occhio attento i processi di dissoluzione della famiglia e l’abortismo sono concause di questa nuova “frontiera” dei “diritti umani”. Sì, le mie 4 interlocutrici erano tutte donne e si sono dichiarate favorevoli a questa pratica.

La tipa che più mi ha colpito è una ragazza che applicava un cinismo, anzi, “egoismo” proprio degli insegnamenti di Stirner (1) e senza alcune invocazioni di “diritti civili”, come invece facevano le sue compari, usando come diritto da rispettare quello delle scelte degli adulti consenzienti. È questa una foglia di fico, in questi casi, per darsi un tono quando si negano i diritti dei bambini coinvolti nella pratica.
La prima ragazza, in particolare, sosteneva che non si tratterebbe di diritti, ma di fattibilità tecnica e di possibilità economica, per cui “ciò che è possibile fare, bisogna farlo”, senza farsi venire dubbi, che per lei sono inutili, finanche, diceva lei, mentire al figlio sulla sua nascita, se ciò potrebbe nuocere a lei.

Nota di attualità

È notizia (2) dell’anno scorso che la Grande Camera della Corte di Strasburgo (cioè la “Corte Europea dei Diritti dell’Uomo”, in breve Corte EDU) avrebbe reso un parere in cui ha affermato che, in nome del diritto alla “vita privata” (3), gli Stati aderenti devono trascrivere gli atti di nascita dei bambini nati da utero in affitto, così come sono stati prodotti dagli Stati in cui è avvenuta la pratica. Per questo la Cassazione ha rimesso una causa in materia alla Corte Costituzionale invocando proprio questo parere.
Nel frattempo che attendiamo un responso, la Corte Costituzionale ha, contro una sentenza canadese, negato il riconoscimento ad una coppia che aveva avuto un figlio da utero in affitto (4), attenendosi a quanto essa stessa affermò 3 anni fa (5).

Che cos’è l’utero in affitto?

L’utero in affitto (6) o, come i suoi propugnatori la definiscono in modo asettico, “gestazione per altri” (abbreviata in “GPA”) o “maternità surrogata” è la pratica con cui una persona singola o una coppia (etero o omosessuale, sposata o non) si rivolgono ad un’agenzia, la quale, disponendo di donne che ‘altruisticamente’ si prestano (nei Paesi occidentali) o profittando della loro debolezza economica e sociale (nei Paesi del Terzo mondo, ad es. in India o in Pakistan), si servono delle tecniche di fecondazione artificiale per fecondarle con un embrione prodotto dalla coppia stessa (omologa) o servendosi di gameti provenienti, uno od entrambi, da ‘donatori esterni’ (eterologa).

A cosa porta tutto ciò?

Porta verso la scissione della filiazione dalla generazione naturale; porta alla negazione dei diritti del bambino “qui in utero est”, per dirla col diritto romano, alla negazione dei diritti del nascituro (in senso stretto) che “ancora non è”, come diceva la Corte costituzionale nel 1975, perché ‘attualmente’ abbiamo a che fare ‘solo’ con un embrione, un “grumo di cellule” come ci ribattono spesso. Ma al momento della nascita dove sono i diritti del bambino? Come si può applicare “il superiore interesse del fanciullo” – secondo la Dichiarazione Universale dei diritti del Fanciullo (7) – se, applicando il gioco delle tre carte, quei diritti vengono negati nel tempo del concepimento e poi trascurati dal momento della sua nascita? Quelle Convenzioni ratificate sicuramente da tutti i Paesi occidentali, quei principi per cui tutt’oggi all’apparenza ci si batte – in particolare il diritto del fanciullo “a conoscere i suoi genitori e ad essere allevato da essi” (8) e “a preservare la propria identità, ivi compresa la sua nazionalità, il suo nome e le sue relazioni familiari” (9) -, dove vanno a finire con pratica dell’utero in affitto?
Infatti, negare già prima del concepimento i diritti del nascituro, non significa resettare e creare daccapo una situazione nuova, ma significa negare al nato, al bambino e all’uomo che sarà la sua storia, il suo “superiore interesse” a non essere mercificato in alcun modo.

Secondo il mio personale parere – di figlio adottato –, che non è un parere tecnico (ma scaturente dalla mia esperienza), negare i diritti alla propria famiglia, al proprio sangue, alla propria storia (come proponeva l’interlocutrice più cinica), insomma, alla verità, porterà ad effetti distruttivi non solo sui figli – vero oggetto del contratto di “affitto di utero” –, i quali capiranno l’inganno di cui sono stati oggetto, o perché qualcuno si lascerà sfuggire qualcosa, o perché intuiranno, crescendo, che c’è “qualcosa che non va”. E a quel punto avranno, chi più chi meno, reazioni, esplicite o velate, di repulsione per quei genitori che avevano fatto tanti sacrifici – monetari – per loro, e forse anche di autolesionismo, in quanto vivranno un vuoto di identità, non trovando figure a cui riferirsi, di cui fidarsi. Gli effetti, quindi, si rifletteranno anche sui genitori stessi, che non capiranno, perché ormai non potranno e non vorranno capire. Anzi, né gli uni né gli altri capiranno, perché avranno passato una vita a soddisfare piaceri ed interessi egocentrici, dimenticandosi delle lapidarie ma delicate regole dell’Amore, le quali non prevedono alcuna competizione se non nel donarsi.

Dove stiamo andando?

Negare l’umanità del concepito e l’inscindibilità della filiazione dalla famiglia porterà progressivamente ad una totale perdita di stabilità relazionale, emotiva e sociale. Come si può vivere in un mondo del genere, dove si invocano diritti ‘contro’ gli altri e non ‘con’ il prossimo, dove i sacrifici richiesti sono pretesi dall’altro e non fatti da se stessi, dove si anela come massima aspirazione alla ‘soddisfazione’ anche a scapito dei più deboli, come i concepiti (nel caso dell’aborto e dell’utero in affitto)?
Vogliamo davvero il ritorno allo “stato di natura” come descritto da Hobbes, ovvero alla ‘legge del più forte’? Insomma, ci siamo battuti tanto in questi secoli solo per tornare ad una società peggiore di Sparta?

I propugnatori dell’aborto, dell’individualismo radicale e, sì, ormai anche dell’utero in affitto cianciano spesso di “società dell’amore”, quanto meno chi dice di rifarsi alla dottrina dei “diritti civili”. Ma quale amore c’è in tutte queste pratiche con cui si afferma che ci sono persone “più uguali” – quindi meritevoli di tutela – di altre? (Già, perché sempre più stanno vincendo i maiali di “Animal Farm”). Può la narrazione – cioè la descrizione orientata di un fatto secondo canoni stereotipati – divenire più importante della stessa realtà – cioè l’assunzione di dati oggettivi, cioè dimostrabili logicamente e scientificamente?

Come possiamo affrontare tutto ciò? Prendendo atto di cosa ci sta accadendo intorno, scegliendo volontariamente di non uniformarsi a questo pensiero e testimoniare con le parole e con la vita i valori che vogliamo portare.

Quali sono i valori da affermare in questa battaglia antropologica (che ormai non ha alcuna frontiera sicura)?

È importante affermare senza se e senza ma la difesa del concepito da ogni ideologia che lo voglia sopprimere e da ogni forma di abuso che violi i suoi diritti più fondamentali (compresa la scriteriata produzione di embrioni, che vengono trattati come oggetti e non come esseri umani, quali già sono!). In particolare, mi rifaccio alle parole della Corte costituzionale che tre anni fa affermava che

l’utero in affitto per la legge italiana ha un elevato grado di disvalore ed è vietato perché ‘offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane(vedi nota 5).

Dobbiamo riconoscere come tali e denunciare gli abusi che subiscono le donne nei Paesi poveri e mostrare l’inconsistenza delle ‘ragioni’ edotte dalle donne che praticano la c.d. “gestazione altruistica”. È necessario riconoscere come abominevole una pratica a cui, “volontariamente” o per bisogno, si sottopongono le “donatrici” di ovuli.
Da ciò deve derivare il desiderio, per chi non può, e l’intenzione, per chi può, di combattere questa autentica tratta, questa nuova mercificazione di esseri umani.

Bisogna riconoscere ed affermare l’abusività della pratica in tutte le sue forme, in quanto, quale che sia il motivo, viene messa a repentaglio non solo l’incolumità dell’essere umano artificialmente prodotto, ma anche la salute, attraverso la negazione dell’identità e della verità a cui ha diritto il bambino che nascerà e l’uomo o la donna che diverrà.

“Riconoscere”– come fa l’articolo 29 della Costituzione – “la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio“, la quale è l’unico luogo in cui i figli possano nascere e, sì, desiderano nascere. Ciò può passare solo dalla riaffermazione che “la famiglia è un’isola che il diritto può solo lambire” (10), perché, come vediamo, senza questa ‘isola’ le relazioni divengono incerte e “l’uomo diventa lupo per l’altro uomo”.

È fondamentale ricordare l’inscindibile legame tra “famiglia fondata sul matrimonio” e la generazione dei figli (che, con buona pace dei più, avviene nella migliore situazione possibile quando un figlio può nascere da genitori che si sono uniti in matrimonio e si sono presi reciproci obblighi di assistenza morale e materiale), nonché la piena tutela di tutti i figli (i quali, non perché nascono in situazioni diverse dalla famiglia secondo l’articolo 29 o tramite metodi artificiali debbano valere di meno, anzi!), che vanno tutelati da qualsiasi forma di abuso, dal concepimento naturale o dalla formazione dell’embrione in forma artificiale.

 

Francesco Chilla

 

NOTE:

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