Da papa Leone XIV un grave monito contro le derive dell’eugenetica

Lo scorso 22 giugno il Pontefice Leone XIV ha incontrato i membri della Fondation Jérôme Lejeune in occasione del centenario della nascita del prof. Jérôme Lejeune (1926-1994). Nel suo discorso, il Papa ha ricordato come il professor Lejeune, «colpito dalla sofferenza dei bambini con disabilità, ha dedicato loro la sua vita di ricercatore scientifico» e, scoprendo l’anomalia cromosomica della trisomia 21, meritò il titolo di “precursore della genetica moderna”. Questo grande medico, continua Leone XIV, «non smise mai di lavorare per trovare una cura, al fine di alleviare la sofferenza dei suoi pazienti […] e difese con ardore la vita e la dignità dei più fragili, anche a costo della propria carriera». Lejeune era convinto che la medicina fosse «l’odio per la malattia e l’amore per il malato». Nel discorso si è anche sottolineata l’instancabile attività del prof. Lejeune nella Pontificia Accademia per la Vita, istituita nel 1994 per il «moltiplicarsi delle minacce contro la vita».
Uomo di scienza e di saggezza, «Jérôme Lejeune comprese presto che la sua scoperta scientifica sarebbe stata utilizzata per eliminare le persone con sindrome di Down prima della loro nascita. Non esitò allora a farsi loro difensore, denunciando la violazione del giuramento di Ippocrate e quella nuova eugenetica che definiva “razzismo cromosomico”. I suoi interventi profetici lo portarono a difendere la vita di ogni essere umano in nome dell’inviolabile dignità che ha la propria origine nell’atto creatore di Dio» interpellando e consigliando istituzioni e sovrani del mondo intero.
Il Papa ha voluto evidenziare la consapevolezza di Lejeune che la tecnica può diventare nemica della medicina quando sfugge all’indispensabile controllo etico, cedendo all’utilitarismo. Il culmine del discorso, tanto da trovare eco su molti titoli di giornali, si è avuto quando il Pontefice ha intimato: «un medico non dovrebbe mai permettersi, sulla base di algoritmi di laboratorio, di decidere della vita di un determinato embrione o di una determinata persona anziana! La medicina non potrà mai farsi serva della morte programmata!».
Le parole di papa Leone XIV sono destinate ad avere notevole risonanza in un’epoca in cui aborto, eutanasia e fecondazione artificiale imperversano a livello globale: anche se non direttamente citate, sono proprio queste le “minacce contro la vita” che si stanno moltiplicando e che rendono necessaria una netta reazione da parte di tutti i cattolici. Questi tre attacchi alla vita umana innocente trovano un punto di convergenza quando si tratta di selezione eugenica gli esseri umani sulla base della presenza di patologie cromosomiche, ormai facilmente identificabili anche grazie all’avvento dell’intelligenza artificiale (come rilevato in un precedente articolo). Quella che cambia è solo la fase della vita umana in cui questa selezione viene attuata: nel caso dell’aborto, direttamente nel grembo materno, tramite tecniche di screening prenatale (villocentesi, amniocentesi ecc.); nel caso della fecondazione artificiale poco dopo il concepimento in laboratorio e prima di procedere all’impianto embrionale, scartando gli embrioni “difettosi”; nel caso dell’eutanasia in qualunque fase della vita tra la nascita e la vecchiaia, qualora dovessero insorgere sintomi di malattie “sfuggite” nei primi due casi. Anche se non se ne conosce il movente, è paradigmatica la notizia che lo scorso 26 giugno in Olanda si è verificato il primo caso di eutanasia su un bambino di appena 12 anni.
Quello che però più sorprende, è che molti faticano a riconoscere una forte impronta eugenica in leggi vigenti nel nostro paese da quasi cinquant’anni: la 194/78 sull’aborto non è estranea a questa logica. Infatti, ricorda il prof. Mario Palmaro nel suo saggio “Aborto & 194” (Sugarco, Milano, 2008, pp. 60-64), la legge 194 «prevede che, dopo i primi novanta giorni, l’aborto possa essere praticato con delle restrizioni. Fra l’altro, si può abortire se le condizioni patologiche del nascituro possono costituire un pericolo per la salute psicofisica della madre. Si tratta di un abile escamotage tecnico giuridico, attraverso il quale il legislatore ha evitato la censura della Corte costituzionale. Se la 194 avesse dichiarato direttamente che i figli “tarati” sono eliminabili, avrebbe contraddetto le fondamenta le principio di eguaglianza».
Ciononostante, a chi sostiene che la 194 non è eugenetica, basterebbe rivolgere alcune domande:
«1. qual è l’elemento oggettivo che legittima l’intervento abortivo nei casi di malattia del nascituro? Non è forse proprio la patologia del concepito? È a partire dall’accertamento di questo fatto che la legge “sdogana” l’uccisione del malato non ancora nato;
2. da anni gli ambienti cattolici e pro-life lamentano – giustamente – la diffusione di un uso eugenetico della diagnostica prenatale. Si dice: l’ecografo e le altre tecniche predittive sono usate per scoprire ed eliminare i concepiti down o talassemici o focomelici o affetti da nanismo. Tutto tragicamente vero. Domanda: ma come sarebbe possibile questa prassi, se in Italia fosse in vigore una legge che impedisce realmente una discriminazione eugenetica? L’ecografista dice alla donna: “Signora, con questa patologia è meglio per suo figlio non nascere”. Parla sapendo che la legge lo consente, oppure sta violando la 194?
3. caso clinico: un concepito di quattro mesi, sano, non può essere abortito a norma della 194; suo fratello gemello, portatore della sindrome di down, può essere soppresso a norma della 194 […]».
C’è qualcuno che può onestamente dire al concepito che è stato eliminato non perché era ammalato ma perché, in quanto tale, “minacciava la salute di sua madre”?
E infine, «4. una volta stabilita per legge la generica e assolutamente aleatoria categoria del “pericolo per la salute psicofisica”, quale giudice, o collegio medico, o esperto di scienze umane potrebbe affermare che la nascita di quel particolare figlio malato non provocherà un danno alla salute della donna? È una missione praticamente impossibile».
Ecco, dunque, la sintesi giuridica e pratica: la 194 afferma che se una donna ritiene per lei insopportabile l’idea di un figlio malato, può abortire. Cos’è questa, si domanda Palmaro, se non eugenetica? Emblematico in tal senso fu il caso impressionante verificatosi all’ospedale San Paolo di Milano nell’estate del 2007: «una donna, incinta di due gemelle, scopre che una è affetta da alterazione cromosomica. Decide di abortire il figlio ammalato, risparmiando quello sano: la donna agisce nella legalità, perché la 194 consente – con un capolavoro di ipocrisia formale – di eliminare i nascituri ammalati, a condizione che vi sia pericolo per la salute psicofisica della madre. Dunque, si procede a un “aborto selettivo”, che ha lo scopo di togliere di mezzo il feto “tarato”, risparmiando quello “perfetto”. Ma accade l’imprevisto: i medici uccidono per errore il figlio sano. Accortisi dello sbaglio, provvedono a completare l’opera e a sopprimere la gemellina ammalata, che si era salvata perché aveva scambiato il posto con la sua sfortunata sorellina. Le due gemelle sono state eliminate quando avevano ormai compiuto 18 settimane, e il loro aspetto era quello di bambini perfettamente formati. Risultato: due morti innocenti, l’imbarazzo palpabile del fronte abortista, l’incapacità dell’opinione pubblica di elaborare una reazione seria e intelligente all’onda emotiva che si propaga attraverso i mass media». I telegiornali parlarono di “feto malformato”, mentendo, perché le due sorelline non presentavano alcuna disfunzione evidente, tanto che l’“errore” fu dovuto proprio a questa identità che rese irriconoscibile la vittima predestinata.
Chi si sdegna per lo “sbaglio” e non per l’aborto eugenetico che ne è la causa è come quello stolto che guarda il dito del saggio quando indica la luna. Confidiamo che il monito di papa Leone XIV possa risvegliare le coscienze sulle derive mortifere dell’eugenetica e dare nuovo impulso alla battaglia pro-life.
Fonte: CR



