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Il cardinale Ruini e il mondo pro-life: un chiarimento auspicabile

Lo scorso 16 giugno è venuto a mancare il cardinale Camillo Ruini, figura di spicco della Chiesa italiana e presidente della Conferenza Episcopale Italiana sotto i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. La sua scomparsa è stata ricordata da molti cattolici che nutrivano per lui un vero affetto filiale, ma anche da diversi nemici che lo hanno profondamente avversato per le posizioni da lui assunte in difesa della vita umana innocente.

Il card. Ruini ha avuto un ruolo rilevante non solo nella Chiesa, ma anche nella politica italiana, in particolar modo sul tema dell’eutanasia, verso la quale ha mostrato sempre una ferma opposizione, fino a negare le esequie religiose a Piergiorgio Welby nel 2006 e a definire come un vero e proprio omicidio l’eutanasia cui è stata sottoposta Eluana Englaro nel 2009.

Molti siti, nel ricordare questa figura, hanno anche sottolineato la sua insistenza nel chiedere ai cattolici di impegnarsi nella politica in difesa dei “valori non negoziabili”. Senza dubbio, il card. Ruini è stato un riferimento pastorale e politico negli ultimi decenni e i suoi meriti vanno riconosciuti. Ciononostante, pur nel dispiacere per la sua dipartita, non si può rischiare che tali meriti offuschino un giudizio su alcune sue posizioni contraddittorie relativamente alla legge 194/78 sull’aborto e, in seguito, alla legge 40/04 sulla fecondazione artificiale. Certe espressioni hanno purtroppo alimentato dei malintesi nel mondo pro-life e un chiarimento appare auspicabile. In un recente articolo si è ricordato come il cardinale avrebbe «mostrato un realismo politico raro tra i prelati della sua generazione: conscio dell’impossibilità culturale di un’abrogazione della legge 194/1978, ha scelto la strategia del miglioramento, dell’applicazione integrale e della difesa dell’obiezione di coscienza. […]» e, nel 2017, «a proposito di alcune pratiche abortive nell’ospedale San Camillo di Roma, denunciò quello che definì “una forzatura abortista rispetto a quelle che sono la lettera e lo spirito della legge 194”, ricordando che la legge “non aveva l’obiettivo di indurre all’aborto ma prevenirlo”. Infine, in una delle sue ultime interviste al Corriere della Sera, espresse la speranza che la legge 194 venisse “finalmente attuata anche dove dice che lo Stato riconosce il valore sociale della maternità e che la tutela della vita umana è un dovere”».

Il fatto che certe frasi siano state pronunciate da una figura di riferimento per molti cattolici non le rende esenti dall’errore. Anzi, alcune idee assumono una gravità più grande proprio perché fatte proprie da un Principe della Chiesa che, come tale, assurge a modello per tanti fedeli.

A queste e ad altre affermazioni, rispose con grande lucidità il filosofo del diritto Mario Palmaro nel suo saggio Aborto & 194 (Sugarco, Milano 2008). Nel capitolo VI (pp. 52-58), Palmaro esprimeva la sua preoccupazione per una convergenza del pensiero abortista e antiabortista verso un’unica posizione pratica: la legge 194 sarebbe un elemento indiscutibile del paesaggio e non varrebbe nemmeno la pena di metterla in discussione. È così che viene completamente a mancare nel dibattito una voce che, oltre a denunciare la legge in vigore come “intrinsecamente ingiusta” proclami la necessità di battersi, per quanto possibile, per la sua abrogazione.

Si registrano, prosegue Palmaro, «sempre più spesso casi di esponenti del mondo pro-life che fanno l’apologia della legge sull’aborto. Magari fornendo una ricostruzione storica davvero stupefacente, in base alla quale la 194 sarebbe nata buona e giusta, una legge non abortista, ma poi l’insipienza degli uomini l’avrebbe male interpretata e peggio applicata. Corollario di queste affermazioni, la tesi che la 194 ha bisogno tutt’al più di “fare un tagliando”».

Dichiarare che la 194 non sia sbagliata o che serva per “prevenire l’aborto”, «è purtroppo il sintomo di uno sbandamento grave che mortifica la discussione e rende ancora più remota la possibilità di una pur piccola revisione in senso restrittivo delle norme vigenti. Intendiamoci: qui nessuno è così sprovveduto da non sapere che oggi come oggi non sussistono nel Paese – nelle piazze e nelle aule parlamentari – i numeri per un ribaltamento della 194. Ma questo sano realismo politico non può mortificare e addirittura stravolgere l’identità dei movimenti pro-life, che hanno nel loro DNA la proclamazione della inaccettabilità, non solo morale ma anche giuridica, di ogni aborto procurato».

In questo clima di confusione «prendono piede alcune tesi compromissorie che, sostenute con le migliori intenzioni, rendono ancora più fitta la nebbia nella testa di molti cattolici e pro-life. L’idea è quella di contrastare l’aborto nei fatti, senza contrastare alla radice il principio abortista». Tra queste idee, Palmaro elenca alcuni esempi per cui, anche fra i pro-life, (a) vige una sorta di “abortismo gentile” per cui la società dovrebbe offrire alla donna tutto il supporto economico e psicologico per far sì che, se ella lo desidera, possa tenere il figlio; (b) si opta per una semplice “preferenza per la vita”, per cui lo Stato dovrebbe promuovere la preferibilità della nascita all’aborto, pur rimanendo tuttavia la vita dell’innocente nelle mani di un altro; (c) si rinuncia alla sanzionabilità dell’aborto eliminando quindi la fattispecie dell’aborto dal diritto penale.

Questo clima, afferma il filosofo del diritto, genera da un lato una spaventosa confusione dottrinale per cui a molti non è più chiaro quale sia “la linea del Piave” per distinguere una legge giusta da una ingiusta in materia d’aborto, dall’altro un’acquiescenza alle leggi esistenti per cui tutto ciò che ormai è legge dello Stato e gode di consenso diffuso deve essere accettato così com’è, fino a rinunciare a denunciarne l’ingiustizia per ragioni “strategiche” e, addirittura, a vedere in ciò che un tempo si chiamava iniquo i segni del buono e del giusto. Posizione questa che mette insieme una sorta di “indulto etico” per ciò che ormai è legge dello Stato (divorzio, contraccezione, aborto, fecondazione artificiale) ad una certa combattività per ciò che ancora deve diventarlo (eutanasia, suicidio assistito).

In tal modo, si peggiora anche l’atteggiamento della classe politica: «l’uomo politico si alimenta inevitabilmente di consenso, è il prodotto della sensibilità comune in una certa società; se il dibattito culturale sull’aborto non contempla più una critica frontale alla legge 194, è poi assurdo pretendere che in sede politica qualcuno superi “a destra” le istanze della cosiddetta società civile».

L’esito di questo “finto” dibattito in cui abortisti e antiabortisti “difendono” la 194, «nella migliore delle ipotesi porta solo al consolidarsi della situazione e al raggiungimento di un punto di equilibrio perfetto dell’abortismo: da un lato, l’accettazione nel sentire comune del diritto di aborto per legge; dall’altro lato, il contenimento del numero degli aborti (e magari perfino la loro riduzione) grazie al lavoro del volontariato cattolico, che si fa carico delle difficoltà delle donne incinte in ristrettezze economiche e sociali. È la quadratura del cerchio abortista: rendere fisiologico l’aborto legale, in una nuova, inedita alleanza con il solidarismo cattolico».

L’errore di fondo sta nel confondere il piano del giudizio politico sull’impossibilità di eliminare oggi la legge 194 con quello morale e filosofico-giuridico per cui se ne accettano i principi ispiratori.

Bisogna invece riconoscere che, lungi dallo stabilire un “dovere di tutela della vita umana”, anche se a dirlo è uno stimabile Cardinale, essa «introduce un anti-principio assai grave: il diritto di vita e di morte di un consociato nei confronti di un altro essere umano […], assegnato alla donna in maniera totale ed esclusiva, senza che esista un qualsiasi strumento attenuativo di tale debordante facoltà» (p. 49).

Fonte: CR

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