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Fecondazione artificiale: una pratica contro la natura umana.

Quando si parla di fecondazione artificiale, ci si trova spesso di fronte a una notevole confusione. Lo scopo di questo articolo è quello di chiarire le idee intorno a questa pratica fornendo alcuni concetti chiave. Per prima cosa, è bene porsi la domanda: “Perché si ricorre a questa pratica?”

La risposta più plausibile è la seguente: «per l’incapacità di ottenere una gravidanza con atti sessuali fecondi entro un periodo di tempo stabilito». In altre parole, in quanto la coppia non riesce a soddisfare il desiderio di un figlio. A livello biologico, si può distinguere fra “infertilità” (possibilità di concepire, ma impossibilità che la gravidanza venga portata a termine) e “sterilità” (impossibilità di concepire).

Nel 15% dei casi di infertilità non è possibile identificare una causa precisa o l’infertilità è il risultato dell’interazione tra le condizioni fisiche dei due coniugi .

Si tratta di un fenomeno in crescita e si stima che circa il 15-20% delle coppie possano essere definite infertili. Si distinguono generalmente tre fattori responsabili:

– chimici (farmaci, fumo, alcool, stupefacenti, metalli pesanti, estrogeni)

– fisici (elettrosmog)

– biologici (età femminile, problemi endocrino-metabolici, attività fisica intensiva, malformazioni e malattie infiammatorie o da agenti infettivi).

Una volta ricevuto il verdetto di “coppia infertile”, ad oggi ai coniugi (e non solo) è consentito di accedere alla P.M.A, cioè la cosiddetta “Procreazione Medicalmente Assistita”. Etimologicamente parlando, il termine “procreazione” indica la collaborazione dei due sposi a generare una nuova vita, riprendendo anche il passo biblico “Siate fecondi e moltiplicatevi” (Gen 1,28). A questa buona intenzione, si aggiunge però un elemento che stona: la dizione “medicalmente assistita” sottolinea il fatto che qualcuno esterno alla coppia interverrà al loro posto o accanto a loro. Questa osservazione può essere applicata anche quando si parla di “Fecondazione Artificiale”. Sebbene il termine “artificiale” non presenti sempre una connotazione negativa, il problema di sostituirsi alla coppia nelle prime fasi dell’atto procreativo permane.

Segue un’analisi delle principali tecniche di fecondazione artificiale, per mettere nero su bianco cosa comportino queste procedure da un punto di vista pratico.

Innanzitutto, le pratiche si distinguono in due categorie:

  1. Fecondazione intracorporea: la fecondazione avviene all’interno delle vie genitali femminili
  2. Fecondazione extracorporea: la fecondazione avviene in laboratorio

In secondo luogo, si applica anche la suddivisione in base alla provenienza dei gameti:

  1. Fecondazione omologa: i gameti sono dei due coniugi committenti
  2. Fecondazione eterologa: i gameti provengono da donatori esterni alla coppia

Fecondazione intracorporea: Inseminazione Artificiale (IA) e GIFT

Inseminazione artificiale

Casi in cui si ricorre alla IA: difficoltà anatomiche, scarsa presenza di muco cervicale, oligoastenospermia (insufficienza di spermatozoi) o infertilità.

Come funziona: i gameti maschili vengono trasferiti nelle vie genitali femminili. Lo scopo cardine di questa tecnica è avvicinare il più possibile i due gameti affinché avvenga la fecondazione.

GIFT (Gamete Intra Fallopian Transfer)

Entrambi i gameti, precedentemente prelevati, vengono trasferiti nelle tube di Falloppio.

Fecondazione extracorporea: ICSI e FIVET

ICSI (Intra Cytoplasmic Sperm Injection)

 Un singolo spermatozoo viene iniettato direttamente nel citoplasma dell’ovocellula.

FIV & ET (Fecondazione In Vitro & Embryo Transfer)

I gameti prelevati vengono posti all’interno di una provetta, conservati in un incubatore a caldo (circa 37°C) per circa 12-18 ore. Una volta verificato che la fecondazione sia avvenuta, gli ovuli fecondati devono arrivare allo stadio di 8 cellule (blastocisti). Dopodiché si procede al trasferimento dell’embrione nell’utero.

La successiva domanda da porsi è: “Dove sta il problema in queste tecniche?”.

Partiamo col dire che non vi è alcun atto procreativo tra i due coniugi: tutta la prima fase della procreazione fino alla fecondazione è svolta da un team medico che sostituisce la coppia. Questo va anche ad influire sul rapporto col figlio concepito tramite queste tecniche: fondamentalmente, non c’è alcun legame tra l’atto coniugale e il figlio, frutto di un desiderio di genitorialità per cui si è disposti a tutto affinché si realizzi.

Inoltre, la stimolazione ovarica effettuata per aumentare la produzione di ovociti può portare la donna a sviluppare la sindrome da iperstimolazione ovarica (OHSS) nel 23% dei casi.

È bene anche ricordare che una volta che la fecondazione è portata a termine, non è certo che l’embrione riesca ad impiantarsi nell’utero, per cui possono verificarsi aborti spontanei oppure gravidanze ectopiche.

In particolare nella FIVET vengono impiantati 3 embrioni contemporaneamente (come espresso nella Legge 40/2004), comportando frequenti casi di gravidanze gemellari e plurigemellari e un elevato rischio di nascite premature. Oggi la situazione è un po’ più complessa, soprattutto da quando la Corte Costituzionale ha fatto cadere il limite del numero massimo di embrioni producibili.

Un altro punto che rende tali tecniche contro la natura umana è il trattamento riservato al concepito: i metodi di “riduzione embrionale e fetale” comportano la soppressione degli embrioni giudicati “non idonei”, negando così il principio dell’inviolabilità e dell’indisponibilità della vita del nascituro, per non parlare della crioconservazione degli embrioni “in attesa di utilizzo”, definita dal medico Jerome Lejeune come “campo di congelamento”. Sottoporre un embrione a un processo di vetrificazione a -196°C e poi a uno “scongelamento” al momento dell’impianto, è una completa reificazione del concepito, che tra l’altro può andare incontro a problemi medici, tra cui maggior incidenza di peso inferiore alla norma, neoplasie pediatriche e malformazioni fisiche. Non solo, si pensi al fatto che le celle frigorifere al cui interno sono conservati gli embrioni possono guastarsi, facendo così scongelare (e morire) centinaia di migliaia di embrioni crioconservati.

Sulla base dei dati forniti dal Ministero della Sanità, in particolare quelli riguardanti il numero di embrioni fecondati e “stoccati” rispetto a quelli che vengono effettivamente impiantati con successo possiamo notare la bassa percentuale di successo degli impianti, sia l’elevato numero di embrioni non utilizzati, di cui non si conosce nemmeno il destino. L’esperienza degli ultimi anni, ha dimostrato che nel contesto delle tecniche di fecondazione in vitro il numero di embrioni sacrificati è al di sopra dell’80%. In conclusione, per quanto questo “desiderio di genitorialità” possa essere buono, non potrà mai essere soddisfatto tramite una pratica che, per le condizioni sopra elencate, è da considerarsi contro la natura umana e dunque moralmente ingiusta.

L’Istruzione dell’87 «Donum Vitae», indicava specificamente la contrarietà della Chiesa ad ogni forma di fecondazione assistita e non si rivolgeva alle sole coppie, ma anche a farmacisti, medici, eticisti, teologi, politici e industriali, affinché potessero comprendere la gravità dell’atto e limitarne la pratica. Dato che si trattava di una pratica relativamente nuova all’epoca, questa posizione aveva provocato un acceso dibattito.

Come Universitari per la Vita ci opponiamo a queste pratiche moralmente illecite che violano i diritti fondamentali dell’uomo e ribadiamo, riportando le parole del professor Mario Palmaro:

“Una legge che voglia essere veramente rispettosa dei diritti umani dovrà innanzitutto proibire tutti gli interventi di procreazione artificiale che provochino deliberatamente – o comunque coscientemente – la morte di embrioni umani”.

Chiara Pirlo & Francesco Clavio

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