Beata ignoranza

Nel mio percorso di presa di consapevolezza delle istanze pro life capisco sempre più che Tolkien ha avuto un ruolo determinante.
Cosa c’entra un autore di storie fantastiche nella battaglia pro life?

Innanzitutto non è un normale scrittore, ma un pensatore, un uomo di fede, una genuina fede cattolica e una profonda fede nell’uomo. Un autore le cui opere appartengono alla letteratura senza tempo, ma perfettamente conscio della sua epoca, di quel travagliatissimo Novecento che ben comprese e a cui cercò di donare una luce con la sua arte.
Ci sono dei passi nelle sue opere su cui si potrebbe stare a discutere per ore sia capendo quanto abbiano segnato l’evolversi della storia raccontata sia, soprattutto, quanto possono dire alla nostra vita. Ad esempio:

“E noi non saremmo qui, se avessimo avuto le idee un po’ più chiare prima di partire. Chissà in quale tipo di vicenda siamo piombati!”
“Chissà. Io lo ignoro. E così accade per ogni storia vera. Prendine una qualsiasi fra quelle che ami. Tu potresti sapere o indovinare di che genere di storia si tratta, se finisce bene o male, ma la gente che la vive non lo sa, e tu non vuoi che lo sappia.”

Un tema inusuale è quello dell’ignoranza. Essa ha, come tutte le parole, due significati, due modi di essere interpretata. Da un lato, molto accademicamente, è il non conoscere una nozione utile ad affrontare situazioni e, meramente, a superare un esame. Dall’altra, invece, si parla di un’attitudine.
Ma anch’essa ha due forme: la prima è permeata dalla superbia, quella che porta a pensare che non si può conoscere ciò che si ritiene inconoscibile, per cui si agisce in base a quel che si pensa di sapere. Questo è il caso del non cognitivismo etico, la codardia e la mediocrità fatta diritto.
La seconda forma è, invece, il “so di non sapere” socratico, cioè l’ignoranza che si lascia educare e che quindi porta all’umiltà dell’ascolto. Questa è propria di chi acquisisce consapevolezza dell’ignoto senza temerlo e anzi capisce che è per se stesso occasione per imparare a conoscerlo e, ancor di più, a conoscersi perché, detto banalmente, non si smette mai di conoscere, neanche se stessi.

Le prove della vita obbligano a riconoscersi ignoranti perché ci conducono all’ignoto, al mistero sempre insondabile del dolore che obbliga ognuno a comprendere quanto sia realmente forte e al tempo stesso fragile la condizione umana. Tuttavia tali prove costituiscono anche il luogo in cui si svela il senso più profondo dei cuori, tanto il proprio quanto quello delle persone che si son sempre dette amiche. Spesso certi legami nascono proprio nel dolore o si rinnovano grazie ad esso, come nel caso di Frodo e Sam che da padrone e servo, diventano amici, compagni e mai amicizia fu più salda nella Terra di Mezzo, tanto da vincere l’odio della nera terra di Mordor.
Talvolta non conoscere, come dice Sam, è un vantaggio perché si ignora la grandezza del pericolo che ci si appresta ad affrontare, ma si è consci del ‘cosa’ bisogna fare “perché è giusto, è giusto combattere per ciò che è buono in questo mondo” dirà sempre Sam poco più avanti.

Perciò la mia piccola riflessione vuole essere un banalissimo invito a guardare la Luna e non il dito, capire “perché” si affronta una determinata questione e a chiudere gli occhi sul ‘come’ se questo spaventa.
La cosa più bella dopo aver fatto tutto il possibile, forse neanche ottenendo ciò che si voleva, è risvegliarsi come Frodo e Sam su dei soffici letti e scoprire che tutto è andato perfino meglio di quel che si era sperato.

Francesco Chilla

Un pensiero riguardo “Beata ignoranza

  1. Io sono Sam, e combatto per ciò ché giusto, sono amico di Frodo, e credo nell’amicizia, quella vera, che non chiede, ma da’. Io sono Luna, e non avete da puntare il dito, basta che mi guardiate nel silenzio della sera, e riempirvi di luce.

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