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“The Ethics of Abortion”, un libro che spiega perché l’aborto è inammissibile!

The Ethics of Abortion di Christopher Kaczor è, probabilmente, come suggeriva già una recensione pubblicata sulla rivista Ethics riguardante la prima edizione del volume, «la più forte difesa, a lunghezza di libro, della posizione per cui l’aborto è moralmente inammissibile». La presente recensione fa riferimento alla seconda edizione del 2015, notevolmente ampliata.

L’opera si propone di mostrare che l’essere umano, fin dal concepimento, è una persona con gli stessi diritti fondamentali (in particolare il diritto alla vita) degli esseri umani già cresciuti e sviluppati, e di mostrare inoltre (altra idea dibattuta) che questi diritti implichino l’inammissibilità dell’aborto.

Nei primi sette capitoli, Kaczor cerca la massima completezza possibile nel discutere la vexata quaestio circa il momento a partire dal quale l’essere umano è persona, giungendo perfino ad analizzare le argomentazioni di alcuni filosofi per i quali non solo l’aborto, ma anche l’infanticidio sarebbero ammissibili.  Viene considerata e respinta anche la posizione per la quale i diritti e lo status di persona verrebbero acquisiti gradualmente durante lo sviluppo fetale. Un intero capitolo è dedicato a rispondere ad obiezioni mosse a partire da fatti empirici contro la tesi per cui lo zigote è già persona, come quella legata alla possibilità dell’embrione di dividersi dando origine ad una coppia di gemelli.

Nel costruire un’argomentazione positiva a favore della sua tesi, Kaczor osserva come fatto scientificamente pacifico (citando fonti autorevoli a riguardo) che l’embrione è fin dal momento del concepimento un organismo appartenente alla specie Homo Sapiens, ed a partire da un’analisi del concetto di persona sostiene che, mentre non si può escludere che esistano persone al di fuori della specie umana (extraterrestri, angeli, persone divine) bisogna ammettere che tutti gli esseri umani sono persone. Viene osservato anche come in passato la negazione di questa tesi, ad esempio per fini razzisti od eugenetici, abbia portato ogni singola volta ad eventi che oggi giudichiamo unanimemente abominevoli. La domanda rivolta al lettore che dubita della personalità dell’embrione umano è quindi: perché questa volta dovrebbe essere diverso?

Kaczor dedica molte pagine a rispondere alle argomentazioni di David Boonin, autore del volume A Defense of Abortion (2003) che rappresenta probabilmente la più approfondita difesa dell’ammissibilità dell’aborto. Questo è vero soprattutto per il capitolo in cui Kaczor sostiene che i diritti umani del concepito implicano che l’aborto sia immorale: Boonin ha infatti dedicato circa metà del suo volume a sostenere che, anche ammettendo la personalità dell’embrione, per la madre resterebbe un atto supererogatorio decidere di mantenerlo in vita piuttosto che lasciarlo morire.

Kaczor osserva però che le tipiche procedure con cui si pratica l’aborto non lasciano morire il concepito, bensì lo aggrediscono e lo uccidono direttamente. Egli nota inoltre l’esistenza di leggi che prevedono oneri ben più gravosi della gravidanza quando necessari a difendere la vita e i diritti di altri cittadini: è il caso ad esempio di una leva militare obbligatoria in caso di guerra. L’autore sostiene infine che vi sono dei doveri maggiori nei confronti della prole piuttosto che degli estranei. Se la semplice paternità biologica implica il dovere da parte di un padre di pagare gli alimenti per un figlio per anni, perché la maternità biologica non dovrebbe comportare un dovere a gestare il figlio per alcuni mesi?

La parte seguente del libro è dedicata a considerare i «casi difficili» per la tesi pro-life e per quella pro-choice. Kaczor considera da una parte che cosa gli oppositori dell’aborto debbano pensare riguardo a situazioni in cui la gravidanza è stata originata da uno stupro oppure rappresenti un pericolo per la vita della madre; dall’altra osserva come l’esistenza di leggi che riconoscono come duplice omicidio l’uccisione di una donna incinta, oppure il profondo legame affettivo dei genitori nei confronti di un figlio non ancora nato, vadano contro la posizione pro-choice.

Per quanto riguarda il caso dello stupro, Kaczor osserva che la maggior parte delle donne rimaste incinte a seguito di uno stupro in paesi dove l’aborto è legale scelgono di dare alla luce il bambino. Per quanto riguarda invece le situazioni di pericolo per la vita della madre afferma che in questo caso ci sono davvero delle ragioni proporzionate per le quali è possibile tollerare la morte del concepito come effetto di certe cure, purché l’azione stessa che viene messa in atto non sia un uccisione diretta: in altre parole, purché la morte del nascituro non sia un mezzo ma solo un effetto collaterale.

Vi è inoltre un capitolo dedicato a sostenere il diritto all’obiezione di coscienza per il personale sanitario per quanto riguarda l’aborto. In esso l’autore osserva come la discussione sull’argomento sia stata viziata dalla concezione errata che vede la coscienza come una componente puramente sentimentale dell’esistenza, piuttosto che una guida morale interiore a cui non è mai giusto disobbedire.

L’opera si conclude con una discussione di come l’invenzione di un utero artificiale, cioè una macchina capace di sostenere e far sviluppare un embrione o un feto al di fuori del corpo di una donna, potrebbe influenzare il dibattito sull’aborto. Kaczor pensa che gli oppositori dell’aborto ne troverebbero ammissibile l’utilizzo almeno in alcune circostanze; crede inoltre che i sostenitori dell’aborto più informati ed intellettualmente sofisticati troverebbero inammissibile praticare aborti quando fosse disponibile un utero artificiale per mantenere in vita il concepito, mentre alcuni attivisti pro-choice passerebbero a sostenere più chiaramente un vero e proprio diritto di porre fine alla vita del nascituro, piuttosto che di mettere semplicemente fine alla gravidanza.

Nonostante tutte le riflessioni riguardanti posizioni etiche di nicchia, questioni scientifiche ed ipotetiche tecnologie future si avverte nel libro anche un’assenza notevole: non vi sono considerazioni di carattere giuridico o politico, ovvero riguardanti come uno stato debba porsi di fronte all’aborto. L’autore afferma esplicitamente che lo scopo dell’opera è semplicemente quello di stabilire se l’aborto sia moralmente accettabile. Naturalmente, questo non significa che le posizioni espresse nel libro siano prive di implicazioni giuridiche o politiche: semplicemente The Ethics of Abortion non esplicita conclusioni in questi ambiti.

In conclusione, si tratta di un ottimo testo, aggiornato e di ampio respiro. Contiene riflessioni e dati interessanti anche per il lettore che abbia già approfondito il tema dell’aborto, ma al tempo stesso risulta comprensibile anche per chi è privo di conoscenze avanzate di biologia o di filosofia.

Recensione di Matteo Casarosa

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