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È necessario essere cosciente per avere diritto alla vita?

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In un articolo precedente abbiamo visto che la presenza di un cervello non è condizione necessaria per essere persona e godere dei diritti umani. È venuto il momento di considerare l’argomento, collegato al precedente, della senzienza o coscienza. Bisogna essere coscienti per avere dei diritti, in particolare il diritto alla vita?

Questa domanda emerge inevitabilmente ogni volta che si discute riguardo all’aborto, ma talvolta anche nel contesto del trattamento dei pazienti comatosi.

Molte persone affermano con molta sicurezza che siccome l’embrione umano non è cosciente, esso non è una persona; anzi, non avendo neanche la possibilità di sentire piacere o dolore avrebbe ancora meno diritti di un animaletto, come un cane, un gatto, o forse addirittura un vermiciattolo. In realtà, facendo le domande giuste, è facile portarli quanto meno a rivedere e riformulare la loro posizione. In senso stretto, una persona che si sta semplicemente concedendo un breve pisolino pomeridiano non è cosciente: possiamo spararle in testa? Similmente, come ironizzò una volta un mio conoscente, potremmo dire: «A me piace un sacco uccidere i senzatetto quando li trovo narcotizzati per i fumi dell’alcol. Tanto, stando alla tua teoria, basta che lo faccia senza svegliarli e va bene visto che non sono coscienti, giusto?».

Ecco allora che i difensori dell’aborto cercheranno di correggere il tiro. Potrebbero far notare che una persona dormiente con un po’ di chiasso, o al limite una secchiata d’acqua, si sveglia. L’embrione non può acquisire immediatamente i sensi e la ragione, ma solo dopo un lungo sviluppo. Il criterio proposto a questo punto però è sia confuso che indifendibile. Confuso perché non si capisce bene entro quanto tempo un essere dovrebbe essere capace di esercitare i suoi sensi per qualificarsi come persona (ed ogni lasso di tempo fornito come risposta sembra arbitrario); indifendibile perché sembra implicare che qualcuno che si trovi in uno stato di coma temporaneo ma comunque sufficientemente duraturo sarebbe anch’egli privo del diritto di vivere.

Considerando i controesempi trovati fin ora, uno che voglia difendere l’aborto su questo tipo di basi potrebbe rispondere: «L’embrione umano però non è mai stato cosciente, mentre il senzatetto narcotizzato dall’alcol ed il paziente comatoso sì». L’essere stato cosciente in precedenza è un criterio accettabile? E quali considerazioni dovrebbero supportarlo? Ovviamente non basta evitare controesempi palesi, che andrebbero contro il senso morale di ogni singola persona di oggi: bisognerebbe anche dare delle motivazioni per giustificare questa posizione.

In primo luogo, un criterio che fa riferimento ad uno stato passato è problematico. Il passato non esiste più ed il futuro non esiste ancora; almeno, a meno che uno non voglia difendere certe visioni metafisiche che sostanzialmente spazializzano il tempo e considerano passato e futuro come attualmente reali tanto quanto il presente; ma basare una posizione etica su una tesi così lontana dal senso comune non sembra consigliabile. Eppure, il fatto che adesso qualcosa sia giusto o sbagliato dipende dalla realtà delle cose, cioè da quello che esse sono adesso. Per sapere se posso uccidere X, dovrò sapere quello che X è (se è una pianta, un animale o un essere umano). Non si capisce che rilevanza potrebbe avere una situazione passata, se questa fosse completamente scollegata dal presente.

Un pro-choice potrebbe cercare di motivare la sua posizione nel seguente modo: «Il passato è rilevante perché le esperienze passate formano le nostre inclinazioni e disposizioni di oggi. Le esperienze di vita pregresse portano, nella maggior parte delle persone, ad una disposizione favorevole a conservare la propria vita. Questa disposizione esiste anche in una persona incosciente, ed è il fondamento del diritto alla vita». Questo approccio è molto simile a quello usato dal filosofo David Boonin nel suo libro A Defense of Abortion, che ha trovato risposta nell’opera The Ethics of Abortion di Christopher Kaczor, di cui abbiamo già parlato in un precedente articolo.

Il primo problema con questa proposta è che, benché al giorno d’oggi si tenti sempre più di far passare l’idea che il bene ed il male dipendono sostanzialmente dai desideri della gente, è vero piuttosto l’inverso: il bene è qualcosa di oggettivo a cui la nostra volontà dovrebbe adeguarsi e corrispondere. Anche il più convinto sostenitore dell’eutanasia, davanti ad una persona giovane ed in perfetta salute fisica e mentale che chiedesse di essere uccisa «Così, perché mi va», riconoscerebbe probabilmente che nella vita questa persona troverebbe cose oggettivamente buone, ed il fatto di non esserne interessata è semplicemente qualcosa di irragionevole, e non implica che morire sia nell’interesse di questa persona per il semplice fatto che viene desiderato. Inoltre, se i diritti dipendessero interamente dai desideri, presumibilmente un’azione sarebbe più o meno grave esclusivamente in base a quanto fortemente è desiderato il bene di cui priva. Ma allora il diritto alla vita andrebbe per gradi, e l’uccisione di una persona potrebbe avere il triplo della gravità dell’omicidio di un’altra semplicemente sulla base dell’attaccamento alla vita della vittima.

Un ulteriore problema è che gli embrioni hanno, in un certo senso, una disposizione a vivere. Se non muoiono prima, gli embrioni umani crescono per poi dimostrare un chiaro istinto di conservazione, fin dallo stadio di feto e di neonato, e poi, raggiunta l’età necessaria, mostrano quasi sempre una convinzione ragionata sul valore della vita umana. Tutto questo sarebbe inspiegabile, data la varietà dell’esperienza umana, se l’amore della vita, in particolare della propria vita, non fosse un fenomeno naturale, ovvero corrispondente ad una disposizione innata. Quindi gli embrioni hanno una inclinazione a voler vivere tanto quanto bambini, adolescenti e adulti, con l’unica differenza che le cause di questa inclinazione sono parzialmente diverse.

Eppure, anche una persona con forti convinzioni contrarie all’aborto ha l’intuizione che il valore della vita umana abbia qualcosa a che fare con le capacità mentali tipicamente umane come la razionalità (non la senzienza in generale). Quindi, come possiamo riconoscere quest’idea senza cadere negli assurdi delle posizioni viste prima?

Quello che bisogna tenere in conto è che il bene di un essere dipende da ciò per cui è fatto, ciò a cui è finalizzato, ciò a cui è incline, si potrebbe dire, ma nel senso di un inclinazione naturale data dalla sua essenza, non i desideri più o meno ragionevoli di cui si parlava prima. Un orologio è un buon orologio se segna l’ora. Il bene di un albero consiste nel crescere e trovare acqua e nutrimento con le sue radici. Il bene di uno scoiattolo è costruirsi una tana dove fare scorta di cibo e tutto quello che vediamo fare da uno scoiattolo in salute.

Un essere umano, per il progetto scritto nel suo stesso DNA, è fatto fin dal concepimento, tra le altre cose, per comprendere, ragionare e amare. È per questo che possiamo dire che un bambino di cinque anni che non sappia parlare e fare qualche semplice ragionamento ha un problema, mentre in un cane la stessa situazione non preoccupa, perché i cani non sono fatti per questo. Si inizia a intravedere allora perché l’uccisione di un essere umano è moralmente diversa dall’uccisione di un animale. La vita umana è finalizzata a dei beni che quella dell’animale non conosce. Questo è vero anche per persone che si trovassero in uno stato di incoscienza da cui non si spera più che si riprendano. Dopotutto, come osservato prima, proprio il fatto che la natura umana sia ordinata alla vita cosciente ci permette di parlare di un tale stato come una malattia. A maggior ragione vale per gli embrioni umani, che sono capaci di una vita lunga e prospera, se li si lascia vivere.

Matteo Casarosa

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