LA DIFESA DEL CONCEPITO E LA TUTELA DELLA DONNA A QUARANT’ANNI DALLA LEGGE 194 (PARTE 2)

Proseguiamo il nostro report sul convegno con l’intervento della nostra Chiara Chiessi, presidente degli Universitari per la Vita, la quale ha affermato che l’aborto non è né una tutela né una difesa della donna, ricordando la tragicità del fatto che ne viene compiuto uno ogni 5 minuti e che, ad oggi, mancano 6 milioni di italiani. Compito degli Universitari per la Vita è quello di informare le nuove generazioni (e chi se non dei giovani possono parlare ai giovani?) ed è per questo che si fanno volantinaggi, aperitivi, ma anche manifestazioni e momenti di formazione con persone qualificate di diversi ambiti. La nostra Chiara ricorda inoltre che Giovanni Paolo II, nel suo celeberrimo discorso, invitò i giovani ad “alzarsi in piedi ogniqualvolta una vita viene messa in pericolo” per dire che ogni uomo ha una dignità dal concepimento alla morte naturale e ha concluso l’intervento riprendendo le parole del prof. Mario Palmaro scomparso qualche anno fa: tutti sono protagonisti nella lotta per la vita.

La prof.ssa Emanuela Giacobbe ha riflettuto sul fatto che oggi la tutela della donna e la tutela del bambino sono in opposizione: il fondamento di tale concetto si trova nell’art.1 del Codice Civile il quale afferma che “la personalità si acquisisce al momento della nascita”. Da questo poi è scaturita l’idea che, se il concepito non è persona, allora è un oggetto su cui si possono rivendicare dei diritti, per cui si è fatta strada l’idea che un figlio non nato come si desiderava o a causa di errori, come lo scambio di embrioni, è un inadempimento del medico che deve risarcire il danno: si noti in tale ragionamento la logica contrattualista. In quest’ottica il principio dell’habeas corpus (art.13 della Costituzione) è considerato il fondamento del diritto all’aborto e il principio di ragionevolezza desunto (art.3 della stessa) lo rafforza in quanto, nel conflitto tra i diritti, è giusto tutelare chi “già è” piuttosto che chi “ancora non è”. La medesima logica contrattualista si è rafforzata con l’approvazione della legge 40/2004 che permette la fecondazione assistita e che, confermata nella sua integrità dal referendum, successivamente è stata demolita pezzo per pezzo dalla giurisprudenza permettendo la fecondazione eterologa. Ad oggi sopravvive il divieto dell’utero in affitto, che tra gli squallori della mercificazione degli esseri umani, è il più bieco e disumano. Ma è attraverso le norme internazionali sfruttate nel redigere documenti e nel trarre a proprio vantaggio princìpi come quello del “miglior interesse del bambino” che, de facto, vengono riconosciuti come genitori coppie (eterosessuali o omosessuali) che si sono servite dell’utero in affitto.

Prima di concludere, è intervenuto il neosenatore Simone Pillon, uno dei promotori del Family Day. Il suo è stato un breve ma intenso discorso. L’invito che ci rivolge è stato espresso con ardore: “Difendete il piccolo! Abbiate passione! Non nascondete il desiderio di difendere l’essere più piccolo che esista”. Attraverso un atteggiamento etico e giuridico, Pillon ci ricorda che l’Italia è passata dalla totale adesione alla legge naturale alla prima rottura con la stessa per mezzo della legge 194 con la quale viene negato il diritto alla vita; inoltre con la legge 40 c’è una presa di posizione contraria alla legge naturale, cosicché lo Stato stesso si fa Dio prendendo decisioni sulla vita e sulla morte stessa dei cittadini. Il principio cardine della legge naturale è quello di non uccidere l’innocente, ma nell’ottica odierna la decisione su ciò che è bene o male per l’umanità spetta alle assemblee legislative, i giudici e i partiti politici. Se non vige dunque una legge naturale allora scatta “la legge della giungla”, dove si pensa solo alla propria sopravvivenza e a vincere è il più forte, ossia chi ha il portafoglio pieno.

In conclusione, sono state poste interessanti domande: anzitutto è stata messa a nudo la marginalizzazione del ruolo paterno, da cui deriva il trauma da post aborto maschile, troppo spesso trascurato. Successivamente il fatto che la questione femminile e il principio di autodeterminazione della donna hanno come conclusione naturale la “teoria svedese dell’amore” in cui, in nome dell’autodeterminazione di tutti, le persone diventano autentiche monadi a cui non interessa costruire relazioni; ma nonostante l’illusione di un tale “paradiso”, si stanno palesando tutti i limiti di una concezione limitata e limitante di umanità. Basti pensare che non è raro che si rinvengano persone decedute nelle unità abitative dopo mesi. Problema importantissimo è quello dell’obiezione di coscienza, centro della seconda domanda, sempre più vituperato e visto come ultimo residuo di una società retrograda, mentre in realtà costituisce una delle colonne del pensiero occidentale, tanto da aver meritato miti come l’Antigone. Un indizio dell’odio per la vita è quello della sua assenza nella recentissima legge sulle “dichiarazioni anticipate di trattamento”, modo edulcorato per definire l’eutanasia.

Ringraziamo vivamente l’Università LUMSA, in particolare la prof.ssa Baccari per averci invitato e gli illustrissimi relatori, le cui significative parole ci rafforzano nelle nostre intenzioni, spingendoci con convinzione ad andare avanti. La nostra battaglia è una battaglia di avanguardia, proprio perché siamo persuasi che non è attraverso la dialettica dello scontro che si possono trovare soluzioni, ma è nel riconoscere le cose per quello che sono, chiamandole col proprio nome. Cercando di essere umili, ci siamo messi sulle spalle dei giganti della civiltà umana, i quali, con la semplicità dei grandi, non hanno bisogno di lunghi discorsi per sostenere ciò in cui credono fermamente, ma hanno sempre avuto la certezza che la verità si rivela da sé per chi ha occhi per vedere e un cuore sincero. Non c’è atto più nobile e più umano di essere voce dei senza voce.

DANIELE MAINELLA

FRANCESCO CHILLA

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