LA DIFESA DEL CONCEPITO E LA TUTELA DELLA DONNA A QUARANT’ANNI DALLA LEGGE 194 (PARTE 1)

Martedì 13 marzo 2018 è stato un giorno speciale alla Libera Università Maria Santissima Assunta: nell’aula magna della sede di via Pompeo Magno si è svolto il convegno “La difesa del concepito e la tutela della donna a quarant’anni dalla legge 194 del 1978”, al quale, oltre ad essere intervenute personalità illustri come il magistrato Giacomo Rocchi, il neo senatore Simone Pillon e alcuni docenti dello stesso ateneo, ha preso parola anche la nostra Chiara Chiessi.

Ha introdotto il Convegno il prof. Giovanni Giacobbe presentando la legge 194 esplicando gli aspetti principali della stessa, tra cui il noto art. 1 che recita “La Repubblica tutela la vita dal concepimento”, ma risulta essere contraddetto dalla legge stessa, infatti la sentenza della Corte Costituzionale (n° 27/1975) ammetteva la possibilità dell’aborto in stato di necessità (art.54 c.p.), mentre la legge prevede altre possibilità in nome dell’autodeterminazione della donna, come si dirà più avanti. Nonostante il differente fondamento, la legge ha resistito ai vari referendum abrogativi e al vaglio della medesima Consulta.

Dopo le parole del prof. Giannotti, il quale ha affermato che il tema dell’aborto non è solo una questione giuridica ma riguarda anche una questione di coscienza prettamente cattolica, ha preso la parola l’organizzatrice dell’evento, la prof.ssa Maria Pia Baccari che ha riportato i saluti del prof. Antonio Bandassarre, Presidente emerito della Corte Costituzionale, il quale non ha potuto presenziare. È proprio lei che ha voluto dare vita al Convegno non solo perché ricorrono i 40 anni di questa legge omicida, ma anche i 45 anni dalla sentenza “Roe v. Wade” della Corte Suprema statunitense che ha fatto scuola per tutte le legislazioni d’Europa sull’aborto. L’invito che ci viene rivolto, ovviamente, non è quello di festeggiare, bensì di lottare affinché l’aborto cada in desuetudine (e di conseguenza venga abrogata la 194). La sentenza statunitense prima citata affermava come un embrione diventasse persona solo al sesto mese, ma poi grazie a vari progressi scientifici che hanno migliorato le possibilità di sopravvivenza dei prenati questo limite è stato ridotto a tre mesi. Questo ci fa capire come la scienza stessa sia divisa di fronte a questa tematica e non riesce a dare risposte soddisfacenti. Il dott. Giacomo Rocchi, Consigliere della Corte di Cassazione, ricorda a proposito che già nel momento del concepimento, ossia appena l’ovulo viene fecondato, è presente l’indizio di umanità per eccellenza, ossia il DNA che fin da quel momento è completo: già da questo si può dedurre che la vita umana è presente nella sua pienezza fin dall’inizio e come tale deve essere difesa e tutelata, proprio perché il nascituro è un essere umano a tutti gli effetti. Tuttavia, nella medesima sentenza, la Corte Costituzionale definisce il concepito come qualcosa “che ancora non è” e questo andrebbe in contrasto con l’interesse della donna che invece “già è”. Madre e figlio vengono quindi contrapposti e a beneficiarne è ovviamente la prima perché, secondo questo principio, per il fatto stesso che esiste ha il diritto di essere tutelata; ciò invece non avviene per il nascituro al quale, non essendo riconosciuto come un essere vivente in grado di sopravvivere, sono negati tutti i diritti, inclusa la vita.

Ed è proprio lo stesso magistrato a prendere subito parola e porre delle domande pungenti: perché ci interessa tanto il diritto del concepito? E soprattutto, qual è il ruolo dei giuristi in questo contesto? La risposta alla prima domanda sembra essere banale, ma non è così, come non lo è nemmeno rispondere alla seconda. Tuttavia Rocchi stesso ci ricorda come il concepito non è tutelato né dalla legge 194 né dalla pratica barbara della procreazione medicalmente assistita (legge 40/2004). In quest’ultima si parla di “prodotto del concepimento”: l’uomo e la donna diventano “fornitori di gameti”, perciò si ha un’autentica banalizzazione del concepimento che quindi può diventare oggetto di mercificazione per cui il passaggio naturale successivo è permettere la gestazione per altri in cui, oltre ai “fornitori di gameti”, vi è una “donna-forno” che produce il bambino ad uso e consumo degli acquirenti. La pratica dell’utero in affitto per ora è vietata dall’art.15 della stessa legge, ma la sua legittimità costituzionale del divieto è stata messa in discussione, motivo per cui quest’anno si pronuncerà la Corte Costituzionale. Insomma, il pericolo che si corre è che la percezione sociale giunga a considerare l’uomo come mero oggetto di un meccanismo ben oliato e se questa catena trova anelli arrugginiti allora è opportuno che questi vengano rimossi per permetterne il giusto funzionamento. Questo discorso si può estendere non sono all’embrione, ma anche a malati terminali, gli anziani e tutte quelle persone che sono considerate ai margini della società, meritevoli di eliminazione in quanto improduttive. È dunque questa la società a cui noi aspiriamo? Una società che scinde il diritto dalla realtà promulgando leggi che mirano a modificarla? Certo che no! La nostra battaglia serve a difendere tutti noi, a difendere la nostra vita, perché se siamo capaci di eliminare embrioni e malati che appaiono inutili agli occhi di tutti, chi ci vieta di eliminare tutti quelli che vogliamo?

Padre Simone Bellomo O.P., cappellano della Lumsa, ha presentato l’atteggiamento della Chiesa relativamente al tema dell’aborto ricordando che Giovanni Paolo II lo definiva un “delitto abominevole”; d’altro canto, la Chiesa, come Maestra di umanità, è sempre in prima linea quando c’è da accompagnare un peccatore sofferente verso la conversione. Quel che non si racconta mai è il trauma post-aborto che le donne subiscono a causa della perdita che subiscono, tant’è che non sempre sanno perdonarsi per il male compiuto ed è in questi momenti che compare la bellezza della Chiesa come Madre. Inoltre, lo stesso Papa nell’ enciclica “Evangelium Vitae” afferma che il bambino nel grembo materno è l’innocente per eccellenza perché è debole e inerme, non piange, non è passibile di cure dirette e quindi chi abortisce uccide un innocente. Il cappellano poi ha riportato le parole del Giuramento d’Ippocrate: “Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna io darò un medicinale abortivo”, ricordando nuovamente come la verità deve sempre accompagnarsi alla misericordia perché l’una non può sussistere senza l’altra. Infine ha concluso con la triste presa d’atto che la politica eugenetica ha portato l’Islanda a non avere più bambini con sindrome di Down.

CONTINUA …

Francesco Chilla

Daniele Mainella

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