Aborto e 194 (parte 2)

Continuiamo in questo articolo l’approfondimento del libro Aborto e 194, iniziato in precedenza, andando a trattare il secondo caposaldo, secondo l’ordine dato dal libro stesso, della mentalità pro-choice.

Che male c’è ?

Spesso e volentieri nelle discussioni che abbiamo con in nostri coetanei nelle varie università uno dei ritornelli più ascoltati è il seguente :<< Ma è una legge dello Stato! Ti vuoi mettere forse contro lo Stato? E poi se lo Stato lo permette evidentemente ci sono delle buoni ragioni>>:.
Analizzando questa frase si può subito fiutare il pensiero che fonda questa mentalità: il binomio legale=buono. Per smontare facilmente questo punto basterebbe una conoscenza superficiale del secolo appena passato e delle atrocità di Stato commesse, tant’è. 

 È però innegabile che il fatto che un’azione sia legale o meno influisca concretamente, forse incosciamente, sul grado di giudizio della persona circa la moralità o meno dell’azione stessa.

Per carità, non vogliamo addentrarci nell’intricata questione che è la relazione tra diritto e morale, ma solo far notare come l’etichetta di legalità concorra, spesso e volentieri, nel processo di distinzione tra giusto e sbagliato, ad un abbassamento di quelle “difese umanitarie” proprie della persona: intelletto e coscienza. 

In quanto cittadino è necessario che io mi interroghi circa il contenuto di questa ed altre norme eticamente delicate perchè non posso rischiare di cedere ad un consenso incondizionato (o applicazione incondizionata nel caso del personale sanitario) della legge in quanto tale, soprattutto nel caso in cui la posta in gioco sia la vita di un altro cittadino come me. A tal proposito Hannah Arendt, filosofa e storica del secolo scorso, ne la banalità del male introduce il concetto di ” terribile normalità”  cercando di spiegare come fosse possibile che atteggiamenti comunemente ripudiati dalla società trovassero luogo di manifestazione nel cittadino comune, il quale non riflette sul contenuto delle regole ma le applica incodizionatamente. La filosofa assistette al processo di Norimberga descrivendo gli imputati come essere umani che si rifiutarono di essere persone, in quanto rifiutarono di pensare riguardo le loro azioni, essendo così incapaci di dare un giudizio morale. Il nocciolo della questione è proprio qui: la legalità dell’aborto induce le persone a non pensare riguardo quel che fanno, a non pensare che da due essere umani difficilmente nascerà una giraffa, a non pensare che dall’istante del concepimento si possiede lo stesso Dna unico ed irripetibile che modellerà e regolerà tutta la nostra vita.

“… è indubbio che la legalizzazione dell’aborto produce un effetto di legittimazione  e di giustificazione morale imponente. La norma giuridica di una generazione tende sempre a trasformarsi nella norma morale della generazione successiva. La legge 194 non si sottrae a questa regola.” 

Con queste parole si chiude il cerchio iniziato qualche riga più su. Il professor Plamaro , profeticamente, sottolinea infatti la risonanza di una norma giuridica nella cultura, risonanza capace di modificare la morale nelle generazioni successive in virtù del binomio sopra citato legale=buono.
L’ultimo punto affrontato nel capitolo è quello del  “così fan tutti”. Potrebbe sembrare quasi esilarante se non fosse tragicamente vero, ma andiamo per ordine. Qualcuno dei lettori ricorderà sicuramente gli anni che precedettero la legalizzazione dell’aborto: dati e statistiche facevano emergere uno spaccato della nostra società terribile, milioni di donne obbligate a particare l’aborto clandestino in condizioni non sicure mettendo così a rischio la loro vita; salvo poi constatare che nel primo anno della 194 in vigore gli aborti praticati furono “solo” 230.000 circa. Questo per sottolineare “la carica incentivante della legalizzazione, che trae la sua forza dall’argomento quantitativo: l’aborto è legalizzato perchè lo fanno in tanti; se lo fanno in tanti significa che è normale, se è normale io posso farlo senza remore morali. “. Per fortuna dei Radicali negli anni ’70 non era montata la bufera delle fake news.

Jacopo Umberto Todini

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