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Cronaca del delirio eutanasico in Canada.

Il Canada si conferma la punta di diamante per l’avanzamento dell’eutanasia. Un ben triste primato, che emerge chiaramente dalle ultime notizie a riguardo, che spingono a interrogarsi riguardo alle derive innescate da leggi eutanasiche.

Prima di riportare e commentare le notizie, è doveroso un preambolo sulla situazione canadese. Già l’anno scorso, tre esperti dei diritti umani delle Nazioni Unite avevano riferito che la legge canadese sull’eutanasia sembra violare la Dichiarazione universale dei diritti umani. Un ex relatore speciale per le persone con disabilità ha ammonito che “la morte assistita non deve essere vista come un’alternativa economicamente vantaggiosa alla fornitura di assistenza personale e servizi di disabilità alle persone con disabilità, in particolare quelle con elevati bisogni di sostegno”. Si piange sul latte versato, ma comunque l’appello è rimasto inascoltato.

La prima notizia si collega proprio al discorso appena fatto: riguarda il signor Amir Farsoud, che ha richiesto l’eutanasia in quanto ha paura di diventare un senzatetto, dato che la sua casa è stata messa in vendita e lui non può permettersi altro. Le sue condizioni fisiche non sono ottimali, visto che convive con un perenne dolore alla schiena derivante da un infortunio. Dichiara che non vuole morire, ma che la prospettiva di rimanere senza casa, unita alle sue precarie condizioni fisiche, rende l’eutanasia un’opzione che gli permetterebbe di andarsene con “dignità”. Ha anche detto che, se riuscisse ad avere una casa, potrebbe considerare comunque l’eutanasia, ma in tal caso tra diversi anni, non immediatamente.

Il caso di Farsoud purtroppo non è isolato, come ha dichiarato il dottor Kerry Bowman, bioeticista dell’Università di Toronto:

“Casi come questo stanno emergendo con crescente frequenza in tutto il Paese. Siamo stati incredibilmente ingenui come nazione a pensare che la vulnerabilità, la disabilità, la povertà potessero essere compensati e non sarebbero diventati un problema. Invece sono un grosso problema.

Mi preoccupo per questo perché sono le persone che vivono con disabilità, le persone che vivono con dolore, le persone che vivono in povertà, che richiedono assistenza medica per morire, non per l’esperienza fisica che stanno vivendo, ma per le stesse circostanze sociali e questo è sbagliato. È davvero una cosa terribile.”

Ma ad essere terribile non è solo questo, bensì il fatto che si renda legale l’omicidio del consenziente. Oltre ai fattori sociali citati dal dott. Brown, c’è sicuramente un’altra variabile in gioco: la mentalità prettamente utilitaristica (o più precisamente eugenetica) che si è diffusa ormai endemicamente nella popolazione, tanto da spingere chi non corrisponde al “modello perfetto” ad eliminarsi. Sarebbe opportuno che le autorità si adoperassero per aiutare davvero queste persone, andando alla radice del problema, e non fornendo false alternative. Non a caso, nei media canadesi cominciano a comparire storie di malati di mente che si sentono costretti ad accedere al suicidio assistito perché la ritengono l’unica via possibile.

Uno di questi è il quarantenne Mitchell Tremblay che soffre di grave depressione, ansia, alcolismo, disturbi della personalità e continui pensieri suicidi. È disoccupato e povero. Si sta adoperando per diventare idoneo al suicidio assistito. “Tu sai quanto vale la tua vita per te. E la mia non vale niente“, ha detto a CTV News.

Nonostante ciò, la normalizzazione dell’eutanasia continua ad avanzare, anche ad opera dei medici, come riportato in questo secondo articolo. È tristemente significativa la dichiarazione rilasciata dalla dottoressa Stefanie Green, presidente della Canadian Association of MAiD Assessors and Providers (CAMAP), associazione di medici che propugnano il suicidio assistito:

“Continuo a esercitare [il suicidio assistito] perché ritengo sia un lavoro importante e significativo. Quando aiuto una persona a raggiungere i suoi ultimi desideri, sento di aver fatto qualcosa di buono. Ho dato loro qualcosa che nessun altro può dare, ed è un privilegio

Una dichiarazione che fa venire i brividi, pensando che è stata pronunciata da un medico, e che questo “qualcosa che nessun altro può dare” sia la morte. Non è un caso che la CAMAP abbia rilasciato recentemente delle linee guida dove il suicidio assistito viene proposto come “opzione di assistenza clinica”. Non solo: viene anche detto che i medici hanno l’obbligo professionale di menzionare il suicidio assistito come opzione per i loro pazienti, quando è “rilevante dal punto di vista medico“. Tutto ciò, giocando anche sul fatto che, sebbene consigliare a qualcuno di suicidarsi sia ancora illegale in Canada, “indurre, persuadere o convincere il paziente a richiedere il suicidio assistito” non lo è. Fatta la legge, trovato l’inganno. Nemmeno l’obiezione di coscienza può arginare questa deriva, semmai “è doveroso discutere l’obiezione con il paziente e per indirizzare o trasferire la cura del paziente a un medico che non si oppone o altra risorsa efficace che fornisce informazioni e facilita l’accesso”. Insomma, il paziente deve essere ucciso, questo è l’obiettivo.

La terza e ultima notizia è un’ulteriore evidenza della crescente normalizzazione dell’eutanasia in Canada: uno spot pubblicitario per far vedere la “bellezza” dell’eutanasia. Il video si intitola “Tutto è bellezza” ed è straziante: straziante perché la protagonista – che guarda caso vuol sottoporsi ad eutanasia – parla di quanto la bellezza sia stata importante per la sua vita, e di come abbia deciso di riempire i suoi ultimi giorni di bellezza, prima di farsi uccidere. E così l’eutanasia viene promossa come un modo, morbido, elegante, bello per “andarsene”, mistificando la realtà di questo terribile atto. Ma d’altra parte si sa: il male può essere voluto solo se si maschera di bene.

Da tutte queste storie emerge una solitudine di fondo, un senso di abbandono. Per questo avere cura delle persone è il primo passo per contrastare queste tendenze distruttive. Come riportato nella Samaritanus Bonus al cap. 1:

“La cura della vita è dunque la prima responsabilità che il medico sperimenta nell’incontro con il malato. Essa non è riducibile alla capacità di guarire l’ammalato, essendo il suo orizzonte antropologico e morale più ampio: anche quando la guarigione è impossibile o improbabile, l’accompagnamento medico-infermieristico (cura delle funzioni fisiologiche essenziali del corpo), psicologico e spirituale, è un dovere ineludibile, poiché l’opposto costituirebbe un disumano abbandono del malato.”

Marco Pirlo

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