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Buone nuove dal fronte, ma la Francia preoccupa.

Non è come la storia narrata nel film Unplanned, ma poco ci manca: Kevin Duffy, ex-direttore e consulente della multinazionale dell’aborto Marie Stopes International (oggi ridenominata MSI Reproductive Choices), ha lasciato il suo lavoro nel marzo 2019 ed è divenuto non solo un pro-life convinto, bensì anche direttore esecutivo della SPUC-Society for the Protection of Unborn Children nel settore della ricerca e dell’educazione.

Kevin Duffy è stato per sei anni responsabile dello sviluppo di centri abortisti in Africa ed in Asia meridionale: «Ho sempre saputo che l’aborto implicava l’uccisione di una vita umana, ma all’epoca mi sono affidato alla convinzione che le donne vi si sarebbero sottoposte comunque, quindi era meglio che venissero eseguiti in condizioni igieniche e sicure».

Quando la multinazionale, per cui lavorava, ha cambiato approccio, però, integrando gli aborti chirurgici con quelli farmacologici, oltre tutto in autogestione, sono maturati in lui i primi dubbi: non v’era alcuna assistenza, quindi neppure la salute era più al sicuro, tanto meno il benessere: «Sempre più donne si presentano nei centri medici con aborti incompleti, dopo essersi auto-somministrate pillole abortive acquistate nelle farmacie locali». Nella primavera 2020, nel Regno Unito venne annunciato che tali farmaci si sarebbero potuti ottenere anche per posta, ma ben presto emersero le prove di come tale meccanismo fosse assolutamente privo di qualsiasi tutela. Bastava telefonare per ottenere l’invio dei prodotti abortivi a donne sostanzialmente inesistenti: «E hanno definito questo un fantastico progresso nella Sanità», ha commentato Duffy. Da qui la sua conversione alla vita: «Ho deciso di mettere le mie conoscenze e la mia esperienza al servizio del movimento pro-life. Sono fiducioso che le false narrazioni dell’industria dell’aborto possano essere sconfitte e che si possa ristabilire una cultura della vita, che si preoccupi veramente del benessere delle donne e della salvaguardia dei diritti umani. Lavorare all’interno dei colossi dell’aborto mi ha mostrato la natura violenta di tale pratica ed il modo freddo ed insensibile, in cui venivano considerate le donne. Far parte della SPUC, il più grande gruppo pro-vita del Regno Unito, rappresenta una grande opportunità per fare la mia parte e fare in modo che l’aborto un giorno sia impensabile».

Ma le buone notizie sul fronte della vita non finiscono qui. Nei giorni scorsi la Corte Suprema della Georgia, negli Stati Uniti, ha ripristinato la legge sul battito cardiaco del feto, legge che era stata bloccata da un giudice locale. Ciò significa che torna ad essere vietato abortire dopo la sesta settimana di gestazione, quando per l’appunto si riesce a percepire il cuore del bimbo in grembo.

Intanto, a Malta, l’arcivescovo Charles Scicluna, richiamandosi al senso di responsabilità, ha incoraggiato la classe politica locale a resistere alle pressioni internazionali, esercitate affinché nell’arcipelago venga legalizzato l’aborto: gli insegnamenti cattolici sulla vita «non sono in vendita o negoziabili», ha aggiunto. Nel corso dell’inverno il Parlamento dovrebbe esaminare una proposta di legge, che intende chiarire come l’aborto sia consentito solo quando la vita della madre sia in pericolo. Ma non si escludono, per l’occasione, colpi di testa da parte degli attivisti pro-choice. «Chiedo in nome di Dio – ha detto mons. Scicluna – di non lasciare la porta socchiusa all’aborto con una clausola, che possa essere distorta in modo tale che l’eccezione diventi la regola». Il diritto alla vita – ha proseguito – «è strettamente legato alla difesa di ogni altro diritto umano».

Malta è l’unico Stato in tutta l’Unione europea, ove l’aborto sia ad oggi completamente illegale.

Non ci sono solo le buone notizie, purtroppo. In Francia, l’Assemblea nazionale ha compiuto il primo passo, per includere l’aborto come «diritto» nella propria Costituzione. 337 i voti a favore, solo 32 quelli contrari.L’iniziativa è stata cavalcata dalla Sinistra di La France Insoumise in accordo col partito del presidente Macron, Renaissance, ma anche con l’appoggio di molti conservatori, tra cui la maggioranza di Rassemblement National, ricollocatosi così, di fatto, nell’area progressista e “politicamente corretta”, vanificando il significato della propria presenza. L’obiettivo è quello d’aggiungere all’art. 66 della Carta costituzionale francese un paragrafo, in cui si specifichi come nessuno possa «violare il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza», nella peggiore tradizione dell’antilingua. Provvidenzialmente il voto dell’Assemblea nazionale non è sufficiente, per cambiare le cose. Ora il testo dovrà essere adottato, così com’è, dalla Camera dei Deputati, poi dovrà essere approvato con una maggioranza di almeno tre quinti dal Congresso ovvero da un’assemblea straordinaria di deputati e senatori, infine dovrà essere sottoposto a referendum. I passaggi sono ancora tanti, la battaglia sarà ancora lunga, ma va sostenuta con la preghiera oltre che con una forte attività pro-life.

Mauro Faverzani

Fonte: Corrispondenza Romana

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