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L’eutanasia è il sintomo di una società incapace di riconoscere la dignità della vita umana.

Nuovo record di casi di eutanasia in Belgio: sono 2.699 le persone che nel corso del 2021 hanno deciso di porre fine alla propria vita per mezzo di un’iniezione letale.

Il lato ancora più agghiacciante di questa triste vicenda è che sempre più giovani decidono di porre fine alla propria vita per mezzo della cosiddetta “buona morte”, come riportato dai dati del governo del Belgio. Non si trattava solo di soggetti affetti da malattie terminali, ma anche da comuni polipatologie dovute all’avanzare dell’età, come ad esempio la perdita progressiva della vista e dell’udito. Circa il 2% di loro sono stati uccisi per problemi psichiatrici, come depressione, demenza, schizofrenia e autismo.

Questa drammatica vicenda conferma quanto affermava Theo Boer, docente di etica all’Università di Kampen: “Una volta aperta la porta all’eutanasia non c’è modo di evitare il piano inclinato e di impedire che l’eutanasia, da eccezionale, diventi la normalità”. D’altronde basti pensare che la stessa vicenda si è verificata nell’ambito della legge 194, la quale inizialmente è stata “invocata” con il fine (solo presunto) di eliminare gli aborti clandestini e con la giustificazione di intervenire in caso di pericolo di vita della madre, mentre nella realtà, oggi è possibile abortire per qualsiasi motivo e in alcuni paesi “avanzatissimi” addirittura in qualsiasi stadio della gravidanza, fino al parto, come ad esempio nello Stato di New York.

In sintesi questa triste vicenda non è altro che lo specchio di una società decadente che preferisce la morte alla vita, che uccide coloro che risultano scomodi, anziché curare. Risulta assai paradossale quanto, nonostante gli sforzi sociali e culturali portati avanti al fine di combattere qualsiasi forma di eugenetica che ci spinge ad uno sguardo di profonda indignazione rivolto al passato dell’umanità, la cultura dello scarto continui a imperare nella nostra quotidianità. In fondo, questo periodo intriso di conflitti e tensioni internazionali è proprio la conferma che la Storia è destinata a ripetersi. Eppure, ognuno di noi nel proprio piccolo può prestare il suo prezioso contributo per riportare la luce della vita laddove impera la cultura della morte e attraverso il dialogo, l’empatia e la formazione possiamo fare la differenza per diffondere la luce della vita nel mondo.

Cogliamo l’occasione per ricordare Alfie Evans, Charlie Gard, i bambini a cui la Corte Suprema inglese ha deciso di strappare la vita contro la volontà dei loro genitori per il semplice fatto di essere disabili. Non dimentichiamo nemmeno l’intervento del Santo Padre Francesco che accolse il padre del piccolo Alfie e ribadì fortemente il nostro dovere di difendere e custodire la vita. Eppure, persino l’appello del Papa non è riuscito ad aprire i cuori dei giudici della Corte Suprema, induriti come pietre dalla cultura della morte.

D’altronde qual è il messaggio che il clima attuale veicola a chi vive una condizione di vita giudicata “imperfetta”, e che magari convive con qualche disabilità più o meno grave? È molto semplice, per alcuni le loro vite non hanno senso di esistere ed eliminarle non è altro che una questione di “comodità”, forse addirittura una necessità. Un costo in meno per lo Stato, un peso in meno per il mondo. Una situazione assolutamente contraddittoria se pensiamo che la società occidentale ogni giorno si professa paladina dell’inclusione e della diversità, dei presunti “diritti” LGBT, quando in realtà permette che, nell’ipocrita silenzio generale e dei media, chiunque risulti “diverso” venga privato della vita prima di nascere, a causa della propria disabilità (ricordiamo l’eccidio dei nascituri con sindrome di Down che in alcuni paesi sedicenti “avanzati” come l’Islanda tocca addirittura il 100%, fonte: European Journal of Human Genetics), oppure che venga soppresso anche dopo la nascita se la sua condizione non risulta conforme agli standard di questo mondo. D’altronde se per la nostra società non è un omicidio togliere la vita prima della nascita, perché mai dovrebbe esserlo dopo? La vita umana non è altro che un percorso lineare che parte dal concepimento e termina con la morte naturale. Un percorso che procederebbe naturalmente, se talvolta non fosse impedito dall’intervento umano, che di fatto toglie ad un essere umano innocente la possibilità di vivere (sia dentro che fuori dal grembo materno). Quindi è innegabile agli occhi della ragione che ciò sia un vero e proprio omicidio. Ed è proprio legalizzando, e dunque normalizzando l’omicidio che si portano le persone a non dare più valore alla propria vita, qualora questa non coincida con una perfezione che in realtà non esiste.

Nel libro di Chiara Amirante (fondatrice della comunità “Nuovi Orizzonti”) “Solo l’amore resta” si legge una frase molto toccante dell’ultimo messaggio lasciato al mondo da un suo compagno di università prima che si togliesse la vita:

“Ho cercato l’amore su questa terra, ma ho constatato che qui, per relazionarsi agli altri, bisogna soltanto vivere di maschere e io non ce la faccio a vivere così. Ho bisogno di amore. Vado a vedere se c’è un’altra vita dove posso trovare questo amore”.

Seppur nella disperazione, questo ragazzo ha espresso una tremenda verità: c’è un disperato bisogno di amore a questo mondo, un amore che la nostra società nega a chi risulta “imperfetto” agli occhi del mondo, similmente a quanto accade con i nascituri che una diagnosi prenatale ritiene indegni di vivere e che vengono barbaramente strappati dal ventre delle loro madri. Un amore che, per quello che possiamo, abbiamo il dovere di restituire alla nostra società, mostrando la nostra vicinanza ai sofferenti e, di conseguenza, combattendo le leggi ingiuste che strappano loro la dignità e la vita.

Anna Bonetti

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