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Perché dire NO all’omicidio di Stato? Lo esige la nostra natura!

È notizia di qualche giorno fa che la raccolta firme dei radicali ha raggiunto le 500.000 firme per un referendum abrogativo volto a modificare l’articolo 579 del codice penale sull’omicidio del consenziente, permettendo così l’eutanasia “attiva” tramite iniezione letale. Al di là degli evidenti problemi, che abbiamo già riassunto in un video, ci preme per il momento ragionare su cosa sia l’atto eutanasico e perché sia profondamente ingiusto indipendentemente dalla (presunta) volontà del paziente.

Tutti gli esseri umani condividono la medesima natura umana razionale, oggettiva e immutabile (per approfondire il concetto di natura umana rimandiamo ad alcuni articoli che abbiamo pubblicato quiqui e qui). La nostra natura tende naturalmente a determinati beni che sono ad essa confacenti. La vita è certamente uno di questi beni, anzi il più grande dei beni naturali che abbiamo, dal momento che senza questa non v’è altro bene a cui potremmo ambire. Questo è il motivo per cui esiste una legge morale naturale (si chiama, appunto, “naturale” una legge che discende dalla natura umana razionale) che punta a tutelare questo bene e ingiunge perciò che nessuno possa violarlo. Di conseguenza, la legge positiva, ovvero quella scritta dai legislatori, ha calato nel particolare quel principio generalissimo della legge naturale che ingiunge di non uccidere l’innocente: nel codice penale, infatti, esistono diverse fattispecie di omicidio che vengono punite. Per poter meglio capire come si configura l’eutanasia alla luce dei principi della legge morale naturale, è necessario analizzare l’atto eutanasico. Come già ricordato in un precedente articolo, le fonti della moralità di un atto umano sono oggetto, intenzioni e circostanze. In altri contesti, equivalentemente, si parla di fine prossimo (o oggetto), fine ulteriore e circostanza. Ci rifacciamo a tali strumenti per mostrare che l’atto eutanasico è malvagio.

Esso, si dice, è un atto buono in quanto si propone di porre fine alle sofferenze di un paziente gravemente malato. Al di là delle circostanze, che identificano, ad esempio, il tipo di malattia, la sintomatologia che porta, la presenza o mancanza di assistenza del paziente da parte dell’ospedale o dello Stato, l’esistenza o meno di terapie efficaci ecc. dobbiamo cercare di capire quali siano il fine prossimo e il fine ulteriore dell’atto eutanasico. Perché sta qui il fraintendimento generale: a ben vedere, quello di risparmiare sofferenze al malato è solo un fine ulteriore mentre il fine prossimo è proprio quello di assassinarlo! Tant’è che il referendum, appunto, vuole abrogare le pene proprio per la fattispecie dell’omicidio. La circostanza relativa alla volontà del paziente di farsi uccidere non muta la natura del fine prossimo, che è sempre quello di assassinare, ovvero uccidere intenzionalmente un essere umano innocente.

Né le circostanze, né il fine ulteriore possono annullare la malvagità dell’atto eutanasico, che risiede nel fine prossimo (o oggetto) dell’atto. Negli atti umani c’è sempre un fine prossimo e possono esservi uno o più fini ulteriori. Un qualsiasi atto è buono solo e soltanto quando fine prossimo e fini ulteriori sono tutti buoni. Se ve ne fosse anche uno solo malvagio, l’atto stesso cesserebbe di essere buono. Esemplifichiamo per chiarire meglio.

Prendiamo l’atto del prendere dei soldi da un portafoglio. Di per sé, tale atto, sembrerebbe non configurare alcuna fattispecie morale essendo semplicemente un atto materiale. Se i soldi vengono presi senza il permesso del proprietario si ricade necessariamente nella fattispecie morale di furto, che è il fine prossimo dell’atto. Essendo malvagio il fine prossimo, l’atto del prendere i soldi dal portafoglio diviene malvagio anche se vi fossero dei fini ulteriori buoni nell’utilizzo che si volesse fare del denaro. Ma poniamo adesso il caso in cui essi siano presi col consenso del proprietario, ad esempio per un prestito. Fin qui, il fine prossimo è buono e dunque l’atto è buono. Il fine ulteriore, relativo all’utilizzo di quei soldi, potrebbe essere la beneficenza. E dunque, ancora, l’atto è certamente buono. Supponiamo però che l’individuo che prende i soldi in prestito per fare beneficenza voglia farlo per vanagloria. Allora avremmo un prestito (fine prossimo – buono), per fare beneficenza (primo fine ulteriore – buono), ma per vanagloria (secondo fine ulteriore – cattivo). Quest’ultimo fine ulteriore inficia la bontà dell’atto umano che quindi non può dirsi integralmente “buono”. È come se il secondo fine ulteriore “inquinasse” l’atto, similmente a quanto dovesse fare una qualsiasi impurità in un bicchiere d’acqua pura e cristallina: perché l’acqua divenga impura, e dunque imbevibile, basta la più piccola impurità. Così è nella bontà degli atti umani che viene inficiata da qualunque difetto nella catena dei fini prossimi e ulteriori.

Ma a questo punto ci si potrebbe domandare: cosa rende buono o malvagio un fine? Ecco che ritorniamo al punto di partenza, perché esso è buono o malvagio a seconda che esso tenda o meno ad un bene confacente alla nostra natura umana razionale. E poiché la vita è certamente un bene a cui la nostra natura tende, per quanto detto, vien da sé che la sua violazione tramite l’assassinio, in qualunque circostanza esso avvenga, sia un male. Aborto ed eutanasia, seppur in circostanze diverse, pongono in essere il medesimo fine prossimo: uccidere l’innocente. Ed è per questo che sono degli atti intrinsecamente malvagi che in alcun modo possono essere approvati … lo esige la nostra stessa natura razionale!

Fabio Fuiano

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