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Intervista UpV al presidente dell’AMCI, Filippo Maria Boscia

Il primo rapporto su “I costi di applicazione della legge 194/1978”, visionabile e scaricabile qui, mette in luce nero su bianco quanto fallimentari siano le politiche abortive, che non solo privano la società di preziose e irripetibili vite umane, ma lasciano anche profonde ferite nel tessuto economico e sociale. 

Tra i dati emersi, la stima che in 40 anni in cui vige la legge 194 (1978-2018) sono stati spesi circa 4 miliardi e 847 milioni di euro a favore della pratica abortiva, ottenuta considerando percorsi abortivi “tipo”, che vanno dall’ecografia alla visita ginecologica post-aborto, con variazioni sull’età gestazionale (prima o dopo i 90 giorni), la metodologia impiegata (aborto chirurgico o farmacologico), la tipologia di ricovero, l’approccio diagnostico e la presenza o meno di complicazioni.

Non tutti i costi però possono essere calcolati, tra questi i danni fisici e psichici che l’aborto provoca nelle donne che vi si sottopongono, come ad esempio: emorragie e infezioni, perforamento della parete uterina, rischi per le successive gravidanze, nonché tendenza all’abuso di sostanze, depressione e tendenze suicide. Tutte conseguenze che pesano sulla donna e su chi la circonda: il padre mancato, i nonni, gli eventuali altri figli, il personale sanitario.[1] Quando la famiglia, che è la più piccola cellula dello stato, soffre, è inevitabile che tutta la società sia colpita dalla medesima sofferenza.

Di questo e altre questioni discuteremo col Prof. Filippo Maria Boscia, Presidente dell’Associazione Medici Cattolici Italiani, che ha prestato la sua preziosa collaborazione al rapporto.

Gentilissimo Prof. Boscia, “L’aborto non uccide solo il figlio, ma danneggia anche la salute fisica e psichica della madre e questa realtà non deve essere nascosta alle donne che lo vogliano prendere in considerazione”, cito il recentissimo rapporto su “I costi di applicazione della legge 194/1978”. Nella società attuale c’è una forte tendenza ad occultare in primo luogo la realtà del concepito, annientato dalla pratica abortiva, in secondo luogo le conseguenze che tale pratica comporta per le donne che vi si sottopongono, tanto che si potrebbe parlare di veri e propri dogmi dell’ideologia abortiva. 

Da medico, ginecologo e andrologo, e da cattolico cosa pensa di questa omissione di informazioni?

Dall’approvazione della legge, ossia dal 1978, oltre 5.700.000 gravidanze sono state interrotte volontariamente e legalmente. Ogni anno vengono praticati in Italia circa 80 mila aborti con metodiche chirurgiche e circa 40.000 con metodiche farmacologiche. Il numero delle metodiche chirurgiche va diminuendo, il numero delle metodiche farmacologiche va aumentando. Allora abbiamo circa 120.000 aborti all’anno in Italia che corrispondono a 120.000 mamme con conseguenze psichiche, ma anche altrettante famiglie in crisi, una crisi sociale silenziosa, tanto spesso dimenticata … una crisi mortale, così come è l’aborto, una crisi irreversibile per tutte le persone che sono coinvolte.

Quando parliamo di costi spesso ci viene in mente di parlare di quelli economici, ma da medico, che da quasi 50 anni si interessa di Fisiopatologia della procreazione umana, ovvero di fertilità, di fecondità e anche di tutela del nascituro, ho molto a cuore i costi più gravosi e pesanti, cioè quelli fisici e psicologici che riguardano principalmente le donne: questi costi sono costi intra individuali, relazionali di coppia, relazionali familiari, generazionali e sociali. Se andiamo a considerare i macrosistemi connessi alle procedure abortive entriamo in una specie di contrappasso di dantesca memoria, nel quale le donne vivono tra paura e rimorso l’ipocrisia di chi le circonda, la violenza dell’omertà, la negazione delle conseguenze, ideologicamente oscurate.

Questo contrappasso è ancor più gravoso per quelle donne che hanno abortito più volte, soprattutto quando poi cercano un figlio e non riescono ad averlo.

Bisogna pensare all’aborto con una visione a 360° e guardare alla vita concepita e che nasce, al bambino che ha priorità di diritti, ma anche alla madre e a tutti gli altri a lei vicini. “Mamme dolenti” dovrebbe essere il nuovo termine per identificare tutte le mamme che perdono un figlio a causa dell’aborto.

È un dolore fisico e morale, inevitabile ferita dell’aborto, che porta ad altre conseguenze quando la maternità desiderata non si realizza. Anche a distanza di tempo la ferita riemerge e si riapre, comparendo un lutto inconsolabile, un lutto duro, molto duro, anticamera per la depressione e di alterata salute mentale; anticamera anche di una agonia psicologica conseguente proprio all’omissione dell’informazione in una società che vuole soffocare il ricordo. La società della comunicazione troppo spesso oscura il trauma del post aborto! Io lo ritengo una malattia grave e devastante che purtroppo non dispone più di portavoce celebri. In un silenzio assordante, colpevolmente nessuno parla.

Il già citato rapporto stima che in 40 anni in cui la legge è vigente siano stati spesi quasi 5 miliardi di euro nel settore della sanità pubblica per coprire i costi delle pratiche abortive e delle loro conseguenze. Tuttavia è emersa l’impossibilità di calcolare un costo per quanto riguarda gli effetti collaterali che da tali pratiche scaturiscono a lungo termine nel corpo delle donne che vi si sottopongono. Tra questi, un rischio maggiore di futura infertilità o sterilità, di successivi parti prematuri e di cancro al seno.
In che modo le diverse tipologie di aborto indotto sono correlate a queste patologie?

Qualcuno cercando di minimizzare questi danni spesso afferma che nell’aborto medicalmente assistito non esistano conseguenze gravi, ma complicanze tutte risolvibili. La medicina, in realtà, cura queste complicanze e anch’io sono consapevole di queste possibilità che la medicina offre: questo certamente non deve portare a ignorare e misconoscere tutte le conseguenze psichiche, poco rimarcate o mal identificate che si presentano spesso e, costantemente, immancabilmente legate fra loro. La psicosi post aborto che insorge, per fortuna non in tutte le donne, subito dopo l’aborto, questo è un vero e proprio disturbo di natura psichiatrica e può durare mesi. Lo stress post aborto che insorge tra i 3 e i 6 mesi rappresenta il disturbo più lieve finora osservato. A questi due quadri gnoseologici aggiungerei la sindrome post abortiva, dolorosa situazione carica di disturbi che può emergere dopo svariati anni, quando slatentizzandosi, evolve nel pensiero persecutorio del bimbo non nato. L’isolamento affettivo e la sofferenza intima, non sempre esplicitabile si allarga e non riguarda soltanto i pensieri della mamma e l’orrore dell’accaduto, ma costituisce malessere intimo, difficilmente superabile. Non vanno mai dimenticati anche quei disturbi psicologici difficili da quantificare, che si associano a disturbi organici, di diversa complessità, che possono trascinarsi per anni.

Come società e come persone attente a tutte le problematiche connesse agli aborti, non dobbiamo soltanto discutere dell’aborto, ma dobbiamo essere capaci di incidere a livello intimo e personale per difendere coloro che profondamente turbati dalla questione si pongono in ascolto, diventando testimoni sentimentalmente sensibili. Questo è un campo di rilievo perché riguarda anche l’istituto dell’obiezione di coscienza in sanità. Sono in molti a volerla cancellare, ma essa obiezione va tutelata come diritto soggettivo proprio della persona e va difesa perché deriva direttamente dai diritti dell’uomo e dalle libertà fondamentali, anche costituzionali, che la incasellano fra i diritti inviolabili e assolutamente non negoziabili, soprattutto in sanità.

Viviamo in un mondo in cui l’aborto indotto è offerto come prestazione medica e sanitaria, associato alla salute riproduttiva, e termini ossimorici come “aborto terapeutico” sono ormai entrati nella coscienza collettiva. Se lei dovesse dare una definizione di terapiasalute e salute riproduttiva, che parole userebbe?

Rispondo, rifacendomi ad Ippocrate, che considerava la salute come una condizione di naturale equilibrio delle componenti del corpo e di conseguenza la malattia quale alterazione di tale stabilità omeostatica. La terapia è quanto mette in atto la medicina per cercare di ripristinare quell’equilibrio, purtroppo però senza riuscirci sempre.  Il concetto di salute riproduttiva è più recente e, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) si identifica con lo stato di benessere fisico, mentale e sociale, correlato al sistema riproduttivo e alle sue funzioni. Riflettendo ulteriormente proprio sulle definizioni di terapia, salute e salute riproduttiva e coniugandole con un tema così delicato come quello dell’aborto, mi viene da dire che non possiamo assolutamente omettere in questo delicato campo di riconoscere il volto umano del concepito! Questo riconoscimento è importante perché significa ravvisare ed individuare nel concepito una persona, identificarla, distinguerla, esaminarla e tutelarla come essere umano. Riconoscere il volto umano del concepito significa accoglierlo come qualcuno, non come qualcosa, ossia trovare la chiave di lettura per interpretare tutti i più profondi significati della vita, che includono sia la salute per la vita, sia la salute riproduttiva, da tutelare a tutto campo (cercando di non scindere mai la madre dal bimbo concepito) sempre, sia nel momento attuale che nel futuro. Chi si dedica a tutto campo alla tutela della salute fisica e riproduttiva deve avere spiccate capacità umane per cogliere emozioni, sentimenti, pensieri, tutela e meraviglia del piccolo essere che viene al mondo.

Attualmente si stima che, in Italia, il 70% del personale sanitario è costituito da obiettori di coscienza. C’è stato un cambiamento di questa percentuale dal 1978 ad oggi, riscontrabile in dati attendibili?

Sono molte le storie di medici che passano dalla pratica degli aborti all’obiezione di coscienza. Qual è secondo lei il fattore che porta a questo cambiamento? 

La sua stima è corretta, i dati statistici in realtà riportano che il numero degli obiettori di coscienza e dei ginecologi obiettori è costantemente aumentato di anno in anno. Molti sono i medici passati dalla pratica dell’aborto all’obiezione di coscienza. Alla base di questa decisione vi sono sempre motivi personali, anche se spesso non apertamente dichiarati.

Questa sua domanda è per me molto importante, essendo io molto legato al personale medico e conoscendo da vicino i loro travagliati percorsi.

I medici svolgono una professione delicata, che consente loro di esprimere capacità e professionalità culturali ed umane sempre al servizio degli altri con massima dedizione. Medici e pazienti instaurano fra loro importanti e significative relazioni. È un incontro tra una fiducia ed una coscienza che richiede abnegazione, sacrificio e dedizione.

In questo senso so bene che si tratta di una professione esposta alla sindrome del burn-out, sindrome che compare in ogni settore dell’assistenza, presentandosi in modo più o meno grave, soprattutto quando c’è ripetitività e scarsa o nulla gratificazione professionale. In modo particolare, un medico che pratica l’aborto volontario, per diverse motivazioni, può andare incontro ad esaurimento emotivo e ritrovarsi in continua tensione, forse anche emotivamente inaridito nel rapporto con gli altri.

La pratica ripetitiva dell’aborto certamente interpella le sfere emotive del medico: è un intervento nel quale l’elemento “cura” è significativamente assente, è un intervento nel quale molto spesso prevale la consapevolezza e la certezza che si sta agendo per la morte dell’embrione. È un intervento ripetitivo (10/15 nella medesima giornata) per il quale molti colleghi si sentono ghettizzati, additati come “medici della morte”, obbligati a completare il loro lavoro, fatto anche di prenotazioni, di burocrazie e di interventi non rinviabili che escludono ogni ripensamento. In questa catena di “smontaggio” non pochi rinsaviscono! Forse proprio per la comparsa di quel burn-out professionale che facilmente può sfociare nella depressione. Non pochi, tra questi medici pur convinti di operare per gli adempimenti della legge, si confessano pentiti delle scelte passate. Uno di questi medici transitato fra gli obiettori un giorno così mi ha comunicato la sua decisione quando ero direttore di dipartimento: “Chiunque esercita la professione in funzione del solo stipendio, difficilmente risentirà delle implicazioni legate a tali problematiche. Se invece si agisce secondo un diverso profilo e si guarda alla mamma nella sua soggettività di gestante, di nido ospitale, di culla, di amore ecc., allora chi ha scelto la professione per dare la vita entra in contraddizione perché si trova coinvolto nella negazione della stessa vita e questa emozione emerge in modo esplosivo in tutta la sua drammaticità”.

Credo che questa testimonianza sia una presa di coscienza davvero apprezzabile.

Prof. Filippo M. Boscia

Presidente dell’Associazione Medici Cattolici Italiani

Intervista a cura di
Sara Sanna


[1] su questo punto si veda l’Appendice 1 del rapporto

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