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La falsa illusione di chi propone la morte come soluzione

Noa-Pothoven

 

“La scienza non è onnipotente, non sconfiggerà la morte. Mai. Perciò credo che il punto sia un altro: bisogna tornare ad accettare la morte. Ossia la vita per quello che è” (Intervista ad Alessandra Kustermann, Tempi 2 marzo 2011).

Le difficoltà della vita hanno un nome temuto e rispettato, di rado pronunciato ad alta voce: la Morte. La citazione sopra riportata è tratta da un’intervista rilasciata da Alessandra Kustermann, famosa ginecologa abortista della clinica Mangiagalli di Milano, al periodico Tempi, in cui la professoressa si esprime sulla ferocia dell’aborto e della riproduzione in vitro. Essa stessa afferma, infatti, che troppo spesso si ricorre a certe pratiche senza interrogarsi a sufficienza sulle alternative e che persino “la scienza può cadere nella logica della mamma disperata che vuole a tutti costi salvare i figli anche a discapito di altri esseri umani”. È evidente, dunque, che la possibilità di ricorrere alla scienza non sia di per sé conferma della bontà di certe pratiche. È altrettanto evidente, poi, che spesso le vie alternative richiedono beni di difficile reperimento come il tempo e le risorse economiche e professionali. Oggi è decisamente più facile manipolare la vita attraverso la tecnica: la si può creare artificialmente (fecondazione in vitro) o porle deliberatamente fine (aborto, eutanasia).

Ma quale atteggiamento sta dietro a tutto questo?

C’è una verità che la Kustermann stessa riconosce e che deve essere posta alla base di ogni altro ragionamento: “Bisogna tornare ad accettare la morte. Ossia la vita per quello che è”. La vita, cioè, è abitata da tante morti, piccole e grandi, fisiche, psicologiche, spirituali. In generale si può affermare che ognuna di esse, per essere sconfitta, chieda di essere in qualche modo accettata e rielaborata. La morte, infatti, ci attende a Samarcanda, proprio dove noi pensavamo di trovare scampo da lei: è qualcosa che fa parte della vita e che per tutta la vita dobbiamo affrontare (una delusione, una malattia, una violenza, una morte, un’assenza, un’attesa) per poter partorire qualcosa di nuovo, magari una versione nuova di noi stessi.

È chiaro dunque che, soprattutto in campo bioetico, non bisogna affidare il timone alla paura: quale miglioramento potrebbe mai venirne?

In tutto questo è decisiva la compagnia: ci sono circostanze in cui l’aiuto di un altro (famiglia, società, Stato) è essenziale perché avvenga la rielaborazione di certe morti e si torni a vivere. Questo è, in sintesi, ciò che emerge dalla storia di Noa, la ragazza olandese 17enne che è morta tramite suicidio assistito. La sua aspirazione più grande era proprio quella di tornare a vivere, non semplicemente smettere di soffrire, eppure, sentendosi sola, ha scelto di cercare ciò da cui fuggiva. Sembra sempre più evidente, insomma,  che in questa storia paura e solitudine siano state le registe che non hanno permesso alla giovane di risolvere il suo problema. Come è noto infatti, lunedì è stata diffusa dai media la notizia della morte della giovanissima ragazza Olandese, Noa Pothoven, che soffriva di gravi patologie, fra cui la depressione, a causa delle molteplici violenze subite da piccola (tre stupri, il primo dei quali a 11 anni). Dopo anni di lotta (di recente aveva persino pubblicato un libro “Vincere o imparare”) pare che avesse fatto richiesta di eutanasia, negatale per la giovane età e la sua condizione psichiatrica. Lei stessa, poi, ha reso la vicenda pubblica scrivendo sui social che si sarebbe lasciata morire di fame e sete per “essere finalmente liberata dal suo male”. Così, la diciassettenne è morta domenica con il consenso dei suoi genitori.

In queste ore si discute: eutanasia, suicidio assistito o suicidio e basta?

Il processo di morte infatti è avvenuto a casa, ma “su un letto di ospedale” di provenienza non meglio definita. A prescindere da come siano andate effettivamente le cose, quella famiglia distrutta ci chiede di renderci conto della gravità di una situazione in cui la morte è stata fortemente voluta a fronte di altre soluzioni possibili. Tanto basta per farci riflettere sul concetto di eutanasia e di suicidio assistito. Perché, infatti, uno Stato non dovrebbe proporre l’eutanasia e la morte come soluzione?

Perché ci sono alcuni diritti fondamentali, come il diritto alla vita, che non possono essere erosi, né negoziati. Questi diritti esistono da sempre, precedono tutti gli altri e possono semplicemente essere riconosciuti dalla società. Il tentativo di mettere sulla bilancia da una parte il diritto alla vita e dall’altra la pretesa di essere aiutati a morire può sembrare un congruo bilanciamento tra un bene che non abbiamo scelto di avere e l’uso che di esso possiamo farne, ma in realtà bilanciare un bene con la sua negazione non è mai possibile. Utilizzare le categorie del diritto per legalizzare il suicidio assistito ed ergere la morte a cura della sofferenza rende alcune vite meno degne di essere vissute solamente perché provate dalla sofferenza. Se ogni vita invece è degna di essere vissuta, e la dignità non è un concetto soggettivo, allora nessuno Stato può permettere che i suoi cittadini vengano aiutati a morire perché depressi, malati, infermi, sofferenti, non coscienti. Uno stato che persegue il bene comune e, come recita l’art.2 della nostra Costituzione “garantisce i diritti inviolabili dell’uomo” può solo adoperarsi per far sì che la sofferenza, la solitudine, l’abbandono e tutte le situazioni che motivano una richiesta di morte siano eliminate, o, laddove impossibile, attenuate.

Il docente Theo Boer, iniziale sostenitore della legge sull’eutanasia e membro per nove anni della Commissione di controllo olandese per vigilare sull’esecuzione della legge nei termini previsti, in un’intervista al periodico Tempi afferma: “Coloro che, come me, appoggiavano la legge sull’eutanasia, argomentavano parlando di pietà, di autonomia e di libertà individuale. Con il senno di poi, dico che ci sbagliavamo. L’eutanasia è diventata sempre più normale e diffusa e molti altri tipi di sofferenza, soprattutto esistenziale, sociale e psichiatrica, sono diventati motivo sufficienti per richiedere l’eutanasia […] in una situazione in cui un numero crescente di persone soffre di solitudine, si può vedere l’eutanasia come la migliore soluzione ad essa. L’opzione dell’eutanasia può distogliere la nostra attenzione dalla ricerca delle alternative. L’eutanasia e il suicidio assistito sono legati alla libertà dell’individuo, ma si tratta anche di un evento sociale. L’omicidio di una persona ha conseguenze anche sulla vita degli altri! La morte assistita può spingere altri a richiederla. La sola offerta dell’eutanasia crea la sua domanda”.

In Olanda, per accedere all’eutanasia, recita la legge 194 del 2001, è necessario che il medico abbia “la convinzione che si sia trattato di una richiesta libera e ben meditata del paziente” e che il paziente ” sia giunto alla convinzione che per la situazione in cui egli si trovava non vi fosse altra soluzione ragionevole”.

Sorge allora spontanea una domanda: quante richieste di aiuto al suicidio o di eutanasia non sono in verità delle richieste di aiuto? Una persona profondamente lacerata dalla sofferenza, come Noa, è veramente libera nelle sue scelte? Il pericolo che si intravede nel proporre la morte come soluzione è quello di identificare la persona con la sua malattia, il dolore come irrimediabile, il desiderio di morte come diritto. Ecco allora che smettere di riconoscere la vita come portatrice di un’intrinseca dignità e inviolabilità porta alcuni giudici a parlare di vite “futili”, indegne di essere vissute, e improvvisamente ci troviamo spettatori di una realtà che non avevamo accettato nelle premesse ma che ci travolge nelle sue conseguenze, una realtà dove bambini affetti da gravi patologie genetiche o malattie neurodegenerative vengono eliminati in nome del loro “best interest”. È il caso di Charlie Gard, Isaiah Haastrup, Alfie Evans, e oggi di Noa, vittima di una cultura che non ha avuto il coraggio di lottare e di sostenerla quando lei non ha più avuto la forza di reggere il dolore.

Maria Chiara Bertolini
Veronica Turetta

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