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Monica Kelsey: concepita da uno stupro, ora salva i neonati indesiderati

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È un periodo questo in cui vi stiamo raccontando storie difficili, ma illuminate dal dono della vita, affinché appaia chiaro che la vita in sé è un bene e che le circostanze del suo concepimento o la condizione in cui essa si presenta non sono giustificazioni sufficienti per negare al bambino l’opportunità di nascere.

 

Oggi vi parliamo di Monica Kelsey, donna statunitense dell’Indiana e fondatrice delle “Safe Heven Boxes”.

La sua storia inizia nel peggiore dei modi: sua madre viene stuprata e resta incinta del suo carnefice, che riesce a far arrestare. Decide di andare ad abortire: negli occhi portava certo l’orrore della violenza, i dubbi dell’adolescenza e di una gravidanza complicata da mille cose; ma, alla fine, invece di abortire, decide di andarsene da quel luogo di morte e di portare a termine la gravidanza e di abbandonare Monica nell’ospedale in cui aveva partorito, nella speranza che qualcuno la prendesse e ne avesse cura.

Monica fu adottata da una famiglia accogliente che le ha dato tutto: affetto, cure e stabilità materiale.

Ma solo da adulta ha scoperto come era stata concepita e ciò l’ha obbligata ad interrogarsi profondamente su se stessa e sul senso della vita, della sua vita.

Ha valore una vita concepita da un atto di supremo dispregio come lo stupro? Come si può vivere sapendo che la metà del proprio patrimonio genetico è stato trasmesso da una persona così odiosa?

La risposta per lei è stata la sua famiglia. I suoi genitori hanno amato ciò che la società rifiuta, ciò che è aborrito, perché lo stupro è marchio d’infamia. Hanno amato lei, per quello che era, con la sua storia. Monica ha capito la grandezza del gesto di quella ragazza che l’ha generata contro tutti i pronostici e il senso comune.

Certe storie però, per chi le vive, non portano solo a riflettere, ma a dover fare qualcosa, un po’ per gratitudine, un po’ per il bisogno di colmare un gap e un po’ perché si desidera restituire il bene ricevuto. Qualcosa di concreto, di buono, di positivo che viene dal più profondo del cuore, per andare incontro a chi ha vissuto la stessa sofferenza e a sofferenze diverse, ma affini.

Ed ecco che Monica ha pensato ai “Safe Heven Boxes”.

Cosa sono? Sono le nostre “ruote degli esposti”, ossia dei bambini abbandonati dalle madri. In Italia esse erano poste negli ingressi dei conventi di suore, nel caso dei “Safe Heaven Boxes” sono posti all’ingresso degli ospedali, delle caserme di polizia o dei vigili del fuoco e sono ambienti resi adatti ad accogliere neonati; una volta che il bambino è deposto, suona un allarme che fa sì che nel giro di pochi minuti dei medici e dei poliziotti compaiano sul posto e si prendano cura del bambino, esaminando se ha dei problemi e poi predisponendolo all’adozione.

Così Monica, che chiunque avrebbe consigliato di abortire, salva molte vite, dando alle ragazze e alle donne statunitensi un’alternativa valida all’aborto.

E in Italia?

In Italia abbiamo tantissime iniziative come i Centri Aiuto alla Vita, le Culle per la Vita e tante altre iniziative, piccole o grandi, volte a sostenere le madri in difficoltà ed eventualmente per dare la possibilità che il bambino sia adottato.

Ma, di più, se è vero che abbiamo la disdicevole 194, è previsto per legge anche il parto in anonimato, ovvero la possibilità di far nascere il bambino e lasciarlo in ospedale, ovvero il posto più sicuro che possa esistere per lui, e restare anonime.

Cosa possiamo dire in conclusione? Io direi un motto in voga negli USA di Monica: Save Both, salviamo entrambi!

Francesco Chilla

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