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L’iniezione che si usa per la pena di morte in USA, si potrà usare contro i pazienti malati!

La parola “Pentotal” non la trovate nell’ordinanza della Corte Costituzionale che ha preannunciato per il 24 settembre la decisione sulla questione di legittimità del divieto di suicidio assistito. Eppure il Pentotal ha un posto importante nella vicenda che rischia di aprirsi.

Del Pentotal si è occupata la Corte Suprema americana quale metodo “scientifico” utilizzato per l’esecuzione della pena di morte con l’iniezione letale: il pentotal è un potente barbiturico ad effetto rapido che induce nel condannato un profondo stato di incoscienza simile al coma affinché questi non soffra.
Pensavano al Pentotal i giudici della Corte Costituzionale quando, per ben due volte, auspicavano una legge che prevedesse la somministrazione, da parte del medico, “di un farmaco atto a provocare rapidamente la morte” del paziente, un “trattamento diretto, non già ad eliminare le sue sofferenze, ma a determinarne la morte?

Guardate che la parola “farmaco” per un veleno come il pentotal non è mica abusiva: la parola «farmaco» ha la sua radice etimologica nel termine greco ϕάρμακον, traducibile come «rimedio» ma anche come «veleno»; e del resto, per la Corte Costituzionale, in certi casi l’uccisione del paziente è un “trattamento sanitario”: anzi, il migliore trattamento, visto che lo ha chiesto il paziente …

In realtà il richiamo al Pentotal per valutare l’ordinanza della Corte Costituzionale è molto intrigante. Pochi sanno che il Pentotal, come altri barbiturici, era (è?) prodotto da alcune industrie farmaceutiche in Europa e anche in Italia: da esse il Governo USA si riforniva per l’esecuzione delle condanne a morte, vista la sua efficacia. Ad un certo momento, sull’onda della contestazione contro la legittimità della pena di morte, vi è stato un boicottaggio e gli USA non sono più riusciti a procurarsi il “farmaco”. Hanno quindi ripiegato sul Midazolam, un agente sedativo appartenente alla famiglia delle benzodiazepine che, però, non è così efficace. Risultato: alcuni condannati a morte hanno sofferto decine di minuti prima di morire. Mi chiedo: nei confronti dell’Italia, quando il Servizio Sanitario Nazionale dovrà fornire il “servizio di uccisione diretta” (chissà se, entrando in ospedale, nei cartelli che indicano i vari reparti, troveremo anche questa indicazione? Magari nel seminterrato, accanto all’obitorio …), ci sarà lo stesso boicottaggio?

Ma quali sono le differenze con gli USA? Il condannato a morte non vuole morire, mentre il paziente italiano si? Oppure: il condannato a morte è colpevole di un gravissimo delitto (sempre che la sentenza sia giusta), mentre il paziente ucciso è INNOCENTE?

Ora faccio una domanda più precisa: quale è la differenza PER IL MEDICO tra l’uccidere un condannato a morte responsabile di orrendi delitti e un povero malato che, disperato e sofferente, chiede di morire?

Sì, i MEDICI: secondo la Corte Costituzionale sono loro – e soltanto loro – coloro che devono dar corso a questa “esecuzione su richiesta”! La Corte mette in guardia dall’ipotesi che “qualsiasi soggetto, anche non esercente una professione sanitaria, possa offrire, a casa propria o a domicilio, assistenza al suicidio a pazienti che lo desiderino”: no, questo “trattamento letale” è un’opzione “da inscrivere nel quadro della relazione di cura e di fiducia tra paziente e medico”!

Non basta: l’uccisione sarà OBBLIGATORIA, perché la richiesta è “con effetti vincolanti nei confronti dei terzi”: non a caso la Corte suggerisce l’opportunità di prevedere l’obiezione di coscienza per i medici perché, appunto, in mancanza, uccidere sarà un dovere. Dopo la sentenza della Corte Costituzionale il Ministro della Salute provvederà ad una revisione dei LEA (Livelli essenziali di assistenza)? Del resto, dice la Corte, si tratterebbe di “trattamenti” riservati esclusivamente al Servizio Sanitario nazionale!

MEDICI OBBLIGATI AD UCCIDERE…

Torniamo agli USA: lo sapete che uno dei problemi maggiori che si presentano per il sistema delle condanne a morte è che i medici si rifiutano di partecipare?
Sulla decisione della Corte Costituzionale aleggia un equivoco. Sappiamo che le sentenze della Corte Costituzionale che dichiarano la illegittimità (parziale o totale) di una determinata norma sono definitive e nessuno le può modificare. Questo non impedisce affatto a ciascuno di noi di criticare, anche aspramente, quello che la Corte ha detto.

È IL MOMENTO DI FARLO! Possibile che 15 giudici costituzionali, scelti tra gli alti magistrati, i professori universitari esperti, gli avvocati con una lunga carriera, non si rendano conto dell’enormità di ciò che è scritto nell’ordinanza? Che, cioè, lo Stato, di fronte ad una persona che soffre ma che non sta morendo, deve rinunciare a darle coraggio e a farle capire che la sua vita è importante per la società – perché ogni vita è importante! – ed è OBBLIGATO a fornirle il “servizio uccisione su richiesta”, tanto da OBBLIGARE i medici ad ucciderlo?

La Corte Costituzionale davvero avrà il coraggio – anzi: la sventatezza – di dichiarare lecito l’omicidio di chi lo chiede (perché, in realtà, l’ordinanza parla di questo, andando oltre l’aiuto al suicidio: dice che il medico deve erogare una “farmaco” atto a determinare rapidamente la morte), pur scrivendo che c’è il rischio che l’assistenza al suicidio avvenga senza alcun controllo sulla capacità di autodeterminarsi del soggetto che lo chiede, senza verifica del carattere libero e informato della scelta, senza l’accertamento dell’irreversibilità della patologia?
Capite? La Corte dice che una eventuale pronuncia di illegittimità costituzionale dell’art. 580 c.p. (la norma che punisce l’aiuto al suicidio) rischia di provocare l’uccisione di persone che non hanno patologie irreversibili, che non sono capaci di autodeterminarsi (!) e la cui richiesta potrebbe essere frutto di una scelta non libera né informata!

E, in presenza di questi rischi procederà ugualmente?

È DAVVERO IL MOMENTO DI DIRE: NO, QUESTA COSA LA CORTE COSTITUZIONALE NON LA DEVE FARE!

L’equivoco sull’efficacia vincolante delle sentenze della Corte Costituzionale aleggia anche in Parlamento.
In effetti, sembra che i politici (o politicanti…) siano convinti che, se una legge dovrà essere approvata, essa dovrà corrispondere a quanto c’è scritto nell’ordinanza n. 207 del 2018 che ha rinviato al 24 settembre la decisione sulla questione di legittimità costituzionale dell’art. 580 cod. pen. sollevata nel processo a carico di Marco Cappato.

NON E’ AFFATTO COSÌ! Ci sono due ragioni: in primo luogo il Parlamento è l’organo sovrano in una democrazia come la nostra; quindi è libero – ci mancherebbe altro! – di approvare le leggi che deputati e senatori ritengono giuste; la Corte costituzionale può soltanto – dopo l’approvazione di queste leggi – verificare se corrispondono alla Costituzione e, in caso contrario, dichiararne in tutto o in parte la legittimità: ma la Corte non può dettare le norme al Parlamento, che rappresenta il popolo che lo ha eletto (al contrario della Corte, fatta di giudici nominati, seppure autorevoli).
Soprattutto, il Parlamento non è affatto vincolato dall’ordinanza n. 207 perché NON è una sentenza, ma un provvedimento di rinvio ad un’udienza successiva: quell’ordinanza non vincola nemmeno la stessa Corte Costituzionale!

Quindi: i politici “amici” non si nascondano dietro ai discorsi – privi di valore giuridico – fatti nell’ordinanza! Non siamo affatto obbligati alla legalizzazione del suicidio assistito!
Ognuno si prenda le sue responsabilità!

Giacomo Rocchi

1 commento »

  1. Inorridisco sebbene , purtroppo, abbia esperienza personale di “interpretazioni soggettive” di leggi con sentenza iniqua che diventa legge… successivamente mutata da altro giudice. Meditare e non accettare passivamente!

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