SI MARCIA IL 18 MAGGIO, MA ANCHE GLI ALTRI 364 GIORNI!

marcia

Perché vado alla Marcia per la Vita? Perché andarci quest’anno?

Spesso ascoltando alcune notizie rischio di convincermi che davvero marciare per la vita non serva a niente: in questo senso la nuova legge dello Stato di NY, che “permette l’aborto oltre la ventiquattresima settimana”, firmata a gennaio dal governatore democratico Cuomo, costituisce una forte provocazione. Proprio per questo, mi dico, bisogna essere presenti quest’anno: abbiamo il compito di animare la nona edizione della Marcia per la Vita che avrà luogo nella nostra Capitale, per ricordare al mondo intero e all’Italia che il costo della 194 è niente meno che il sangue dei suoi figli e la disperazione delle sue madri.

Ma io come mi preparo per la Marcia? Oltre ai cartelloni, con quali idee guiderò il corteo?

Sono queste le domande e le riflessioni che mi si ripropongono e che ogni volta fanno riaffiorare risposte differenti. Oltre alle emergenze legislative infatti ci sono quelle culturali a cui il movimento pro life deve rispondere. Oggi il relativismo riduce la differenza tra le idee sul piano della varietà dove la tua è una idea tra le tante, senza alcun valore aggiunto: come in un menù in cui tutti i piatti sembrano equivalersi. Come ben sappiamo, però, le idee non sono affatto equivalenti tra loro. Le stesse parole “diverso” e “differenza” aiutano: entrambe infatti nella loro etimologia hanno un valore distintivo. “Dis” indica allontanamento da qualcosa, il prendere le distanze da qualcosa per portare se stessi  (“ferre”) ad altro: “dis- vertere” indica il volgersi verso un valore aggiunto spesso in opposizione con ciò con cui ci si confronta. La differenza nel senso etimologico del termine implica dunque un movimento trasformante della stessa identità.

Ecco perché mettersi in moto, marciare, diventa essenziale: è specchio di un movimento molto più vasto, che implica un confronto con l’altro. Marciando mi ricordo che il mio compito è prima di tutto quello di portare speranza, che è il vero valore aggiunto della Marcia per la Vita a cui volgersi. Essa mi permette cioè di portare qualcosa di autenticamente diverso a chi dice che se la vita non è perfetta, lussuosa, glitterata non vale la pena di essere vissuta.

Ma partecipare non basta.

La mia partecipazione però comincia con il distinguere nell’intimo della mia coscienza cosa concorda con essa e cosa no, in ogni frangente.

Posso partecipare a tutte le marce del mondo, a tutti i congressi, fare interventi, ma se poi non sono in grado di fare la differenza nel mio quotidiano nulla sarà valso.

Ecco dunque un terzo motivo per me valido per partecipare alla marcia: voglio andare a Roma per fare tesoro della passione che anima tanti, in modo da impregnare la mia vita  feriale della stessa luce. Voglio riguardare quelle facce, riascoltare quelle voci, incontrare quelle mille vocazioni che, felici, riconoscono nella vita la loro origine e non si lasciano più ingannare da nessuno slogan facile, per poter comunicare il tutto a chi mi chiederà cosa ho fatto nel weekend.

In fondo il pro life è semplicemente una persona che decide di vegliare perché la propria coscienza prima di tutto non si addormenti mai. Tante volte, come ha ben ricordato più volte Silvana De Mari: “basta essere come quel sassolino che ferma l’ingranaggio” per far sì che un sistema malato, come quello legato all’aborto, abbia una battuta d’arresto: basterebbe permettere alle persone coinvolte di farsi delle domande. Mi chiedo però come sia possibile il risveglio delle coscienze se nemmeno noi decidiamo di marciare, il 18, come nella vita di tutti i giorni.

Il Nulla, un difficile avversario.

Troppo spesso, ci sono mamme che non vorrebbero abortire ma lo fanno su pressione esterna, personale medico che si fa spettatore e protagonista di contraddizioni fortissime, padri che fuggono dall’opportunità di ricominciare, figli che senza essere mai comparsi sulla scena vengono congedati. Bisogna urgentemente chiedersi se tutto questo è frutto di una presunta libertà o se, piuttosto, non è il risultato di un tremendo sonno della ragione. Bisogna chiedersi se non sia il caso di ridisegnare il volto dell’avversario con cui abbiamo a che fare tutti i giorni: esso procede come il Nulla de “La Storia Infinita”, come qualcosa di “stranamente trasparente” ma che risulta “insopportabile alla vista” perché dà “l’impressione di essere ciechi”.  

Si tratta di un malessere subdolo, un vuoto letale. L’ unico rimedio per fermarlo è tornare a credere, altrimenti se ne viene inghiottiti come coloro che “hanno perso la speranza”. I veri collaborazionisti del Nulla, quindi, sono gli in-differenti, quegli uomini per cui va tutto bene, che vogliono vivere tranquilli, senza pagare prezzi salati.

È così che il Nulla procede in modo, per così dire, concentrico e ci fa sentire accerchiati: non è solo la legge dello Stato, ma anche il professore, la collega, gli amici, la mamma che mi parlano di una paura: le paure della mamma sola, della famiglia che “ti rovini la vita a portare avanti la gravidanza”, dei docenti universitari per cui “in linea di principio bisogna difendere il servizio dell’aborto anche se non lo si condivide in prima persona”, le paure dello Stato per cui “i figli costano, i giovani costano”. Occorre continuare a marciare idealmente anche durante gli altri 364 giorni per poter arrivare all’appuntamento annuale con convinzione e per sconfiggere queste paure, altrimenti è vero che la Marcia non serve a niente.

 Concludendo, non è solo per principio o per amore di verità che si scende in piazza ma perché , come ognuno sa per esperienza, la vita non deve essere perfetta per essere meravigliosa. Ecco perché il 18 alla marcia ci sarò e perché ogni anno decido di ripercorrere quelle strade romane: non solo perché festeggiare la vita è bello ed è giusto, così come è bello ritrovare volti amici o ascoltare nuove testimonianze di speranza, ma perché so di me di non essere perfetta e, tuttavia, di essere felicissima di essere qui a scriverne.

 Maria Chiara Bertolini

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