Anche a Oxford abbiamo degli Students for life!

Riportiamo qui la prima parte della testimonianza di Francesco Pozzetti, uno studente che fa parte di un gruppo pro-life molto simile a quello degli Universitari per la Vita, ma opera in Inghilterra ed in particolare ad Oxford.

 

Quando arrivai a Oxford come matricola del corso di matematica, oltre tre anni fa, ero pieno di buoni propositi inerenti ai miei studi, ma poco o nulla sapevo di cosa il termine “Pro-Vita” significasse, ma c’è sempre stata una costante nel mio essere: credere che tutti gli esseri umani abbiano uguale dignità.

Una volta immersomi nella realtà universitaria, le cose mutarono molto in fretta. A Oxford mi resi conto delle distorsioni, del relativismo provocato da una certa cultura “liberale” basata su un profondo egoismo, autoreferenziale e dogmatica, che ha chiuso tanti scheletri in un armadio e che risponde rabbiosamente a ogni tentativo di discussione. Una cultura che penso sia riassunta bene dal paradigma “MY body, MY choice” – “il MIO corpo, la MIA scelta”.

Quando fui invitato alla serata organizzata da una certa “Oxford Students for Life” – nota anche come OSFL – ascoltai il tranquillo ma fermo appello di un dottore che ci illustrava di come lui nel suo ospedale salvasse bimbi di 24 settimane mentre al piano superiore veniva tolta la vita a bimbi di 30 e oltre settimane; del dramma cui sono sottoposti in Inghilterra i ginecologi e tanti medici di famiglia obiettori di coscienza, ormai impossibilitati a esercitare la loro professione; ma soprattutto del fatto che oltre il 90% dei bimbi cui viene diagnosticata la sindrome di Down tramite amniocentesi è abortito (1).

Proprio in quel momento in me scattò qualcosa: come era possibile che nessuno parlasse di quella profonda ingiustizia? Perché essere affetto da una disabilità, non certo invalidante, doveva equivalere a una sentenza di morte? Ero di fronte a una scelta: ascoltare il consiglio di amici che mi dicevano che Oxford Students for Life fosse un gruppo di bigotti con idee estremiste (!), o ascoltare quello che avevo visto, e la mia ragione (e il mio cuore un po’ ribelle). Scelsi la seconda opzione. Ovviamente, non era una scelta cosi drammatica come quella cui si trova di fronte una donna incinta magari abbandonata da tutti. Tuttavia, mentre l’istanza del “my body my choice”, è una fuga, un liberarsi dalle “catene” di una gravidanza che la nostra società configura come un peso, la mia piccola scelta fu di aderire a un messaggio di profonda bellezza. E il mero fatto che un’associazione studentesca che espone dati e invita a una riflessione cordiale, inclusiva, fosse costantemente minacciata non poteva che darmi un motivo ulteriore. Come si può pretendere di avere ragione e di imporre una certa visione di mondo se non si è disposti a confrontarsi?

 

(1) Vorrei sottolineare, a beneficio di chi ritiene che la sindrome di Down o altre malattie simili siano un motivo tutto sommato comprensibile per prendere una decisione così drastica e definitiva, che l’amniocentesi ha una percentuale di errore che si aggira attorno al 1%. Non è molto, qualcuno penserà,ma siccome la percentuale di diagnosi di trisomia 21 e di altre malattie rare è anch’essa molto bassa ciò comporta un alto numero di falsi positivi, ovvero del sacrificio di bimbi completamente sani.

CONTINUA ….

Francesco Pozzetti

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