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L’eutanasia non è mai il miglior interesse dei malati.

In questi giorni è stata riportata da vari giornali l’ultima dichiarazione di Fabio Ridolfi, malato di tetraparesi, che, purtroppo, il 13 giugno scorso è stato definitivamente assassinato:

“Da due mesi la mia sofferenza è stata riconosciuta come insopportabile. Ho tutte le condizioni per essere aiutato a morire. Ma lo Stato mi ignora. A questo punto scelgo la sedazione profonda e continua anche se prolunga lo strazio per chi mi vuole bene“.

In pratica Fabio è morto di fame e di sete, già di per sé una prospettiva raccapricciante. Ma a rendere ancora più drammatica la vicenda sono le dichiarazioni dell’Associazione Coscioni, che non vedeva l’ora di trovare l’ennesimo caso da utilizzare per i propri scopi mortiferi, e che ha dichiarato:

Fabio merita rispetto e non di essere ignorato da uno Stato che crudelmente lo costringe a una sofferenza continua e non garantisce la sua scelta legalmente attuabile. Ogni giorno che passa per Fabio è un giorno di sofferenza in più, per questo ha deciso di non voler più aspettare e di procedere con sedazione profonda e sospensione dei trattamenti di sostegno vitale. È da oltre due mesi che aspetta e l’Asur continua a ignorare la sua richiesta, dopo aver tenuto per 40 giorni in un cassetto un parere che affermava la presenza dei requisiti per accedere legalmente al suicidio assistito. Non possiamo non notare anche il silenzio assoluto della politica nazionale, impegnata nell’insabbiamento al Senato del testo di legge sull’aiuto al suicidio, dopo che la Corte costituzionale ha impedito al popolo di esprimersi sul referendum”

Lo Stato dovrebbe preoccuparsi di far morire i suoi cittadini, non di cercare di aiutarli a lenire le proprie sofferenze. La morte invece viene proposta quasi come fosse un atto terapeutico.

Tra le righe Fabio accenna ai suoi cari e al dolore che provano. In merito a questo è esemplificativa la vicenda di Jan Rot, poeta e musicista olandese ucciso con l’eutanasia in quanto aveva un tumore. Lui stesso ha ritenuto che la sua sofferenza non fosse più sopportabile, e tanto basta in Olanda per poter richiedere l’eutanasia. Jan ha annunciato questa sua decisione in un articolo pubblicato su un settimanale olandese:

«Ho avuto una bella esistenza. Mi spiace che finisca. Ho pianto insieme ai nostri ragazzi, ma ora tutto è regolato; chiudo il mio computer, è una splendida mattina di sole, godo ancora un momento la mia meravigliosa famiglia, poi vi devo salutare definitivamente»

È paradossale come da un lato riconosca il valore della sua vita, la bellezza dell’affetto che lo circonda, ma allo stesso tempo sembri necessario, ineluttabile ricorrere all’eutanasia, come se fosse l’unica cosa da fare. Il dolore, la sofferenza e la malattia sono visti come ostacoli insormontabili, che impediscono di vivere pienamente la vita. È una prospettiva pericolosa, perché correla il valore della vita con una condizione fisica ottimale. E nel momento in cui questa condizione si incrina, automaticamente la vita perde valore, perché si ritiene di non poterne godere più pienamente. Ma non è così, e ci sono altre testimonianze che dimostrano come l’eutanasia non sia mai la soluzione migliore, il cosiddetto “miglior interesse” del paziente.

La moglie di Jan ha rilasciato una toccante dichiarazione a riguardo, come riportato da Avvenire:

“La rubrica dell’artista scomparso è stata rilevata dalla moglie Daan, scrittrice e fotografa (40 anni), che sabato scorso ha raccontato il percorso del marito per ottenere l’eutanasia. Più volte rimandata, perché desiderava tenerlo il più possibile accanto a sé. Una volta fissata la data fatidica, «trovavo sempre una scusa per convincerlo a spostarla». Di nuovo ha voluto ricordare la fase finale della vita di Jan, fra musica ascoltata e suonata, lacrime e angoscia per l’imminente perdita del proprio amore, programmata, accettata. Quindi l’ingresso del medico, con l’eloquente immagine di «una borsa che di solito si usa per fare la spesa» piena di fiale, e la richiesta di confermare la sua decisione. Lei che gli sussurra «stupido» quando lui annuisce, rendendosi conto che non vuole sia quella la parola che deve sentire prima del passo finale. Così aggiunge «va bene, amore». Dopo di che il medico infila l’ago nella vena e le dice: «Ecco, Jan se ne sta andando…».”

Non riconoscere che il valore della vita non dipende dalle condizioni fisiche, ma è un bene indisponibile e unico, sta portando a normalizzare sempre più vicende drammatiche come queste, che sono solo (purtroppo) una goccia nel mare. Basta guardare i dati dei Paesi dove è stata legalizzata l’eutanasia (ad es. Belgio, Canada e Olanda): i casi annuali continuano a salire. Testimoniare e promuovere il valore della vita è più urgente che mai. In ogni caso è fondamentale ribadire ciò che è alla base dell’atto eutanasico e che lo rende intrinsecamente malvagio: l’uccisione deliberata di un essere umano innocente. Al di là dello scopo che ci si prefigge (es. lenire la sofferenza, propria e/o altrui) un atto del genere è sempre malvagio e dunque moralmente illecito, anche se ipoteticamente promettesse la più grande utilità. Il fatto che poi esso venga addirittura legalizzato non implica certo un cambiamento nella sostanza dell’atto, ma bensì una iniquità della legislazione che lo permettesse.

Noi continueremo a combattere con determinazione questo male, lo esigono la vera carità e la giustizia.

Marco Pirlo

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