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Neonati uccisi in Belgio e Paesi Bassi: per i più non si tratterebbe di infanticidio.

Per decenni, gli attivisti pro-life hanno cercato di mettere in guardia sul fatto che l’introduzione di aborto ed eutanasia avrebbe portato inevitabilmente all’infanticidio post-utero. Per decenni, gli attivisti pro-aborto hanno denigrato i pro-life come allarmisti ed estremisti che raccontavano bugie irragionevoli. E poi, quando il fatto è avvenuto, lo hanno difeso.

L’hanno difeso quando gli abortisti sono stati sorpresi, più volte, ad uccidere bambini dopo la nascita o a lasciarli morire senza assistenza medica dopo che questi piccoli guerrieri erano sopravvissuti ai primi tentativi di aborto. L’hanno difeso quando gli organi sono stati espiantati da bambini vivi. E lo hanno difeso, in Olanda, quando il quadro normativo per l’infanticidio (che ha come riferimento la Groningen Policy del 2004) è stato esteso lo scorso anno anche ad altri bambini, permettendo l’eutanasia su bambini di età compresa tra 0 e 12 anni.

Certamente la maggior parte non difende queste pratiche come “infanticidio” in sé. Queste uccisioni sono difese alla stregua di sacrifici necessari per la liberazione sessuale, la “scelta”, la “scienza”, o la “compassione”. “Infanticidio” è una parola troppo provocatoria da usare, ed è per questo che gli attivisti che si proclamano a favore stanno sempre attenti a usare termini diversi. E quando i ricercatori, i giornalisti e gli attivisti fanno luce su questa pratica, si fa finta di niente. Quanti, per esempio, hanno sentito parlare di questo recente report dell’Istituto Europeo di Bioetica, pubblicato all’inizio di quest’estate, che rivela che ben il 10% delle morti neonatali in Belgio sono provocate dall’eutanasia?

Secondo lo studio, i bambini che a detta dei professionisti sanitari non possono “sperare in un futuro tollerabile”, spesso vengono uccisi tramite “eutanasia intenzionale”. Come afferma l’articolo: “Queste pratiche riguardano il 10% dei neonati (0 – 1 anno) morti nelle Fiandre, tra settembre 2016 e settembre 2017 (cioè 24 bambini).”

Come nel caso dell’Olanda, praticare l’eutanasia su coloro che non possono dare il proprio consenso è tecnicamente illegale, ma le autorità chiudono un occhio su questa pratica. Secondo la ricercatrice Laure Drombecht della Vrije Universeit Brussel, un confronto con uno studio condotto tra il 1999 e il 2000 indica che questa pratica è aumentata, passando dal 7% al 10%. In Olanda, la pratica è tecnicamente fuorilegge, ma esiste una struttura legale all’interno della quale i professionisti sanitari possono eseguire infanticidi senza temere di essere perseguiti. Gli autori dello studio più recente stanno sostenendo una tesi simile riguardo al Belgio.

Secondo l’articolo:

I dottori che praticano l’eutanasia sui neonati tramite un’iniezione letale, nel 91% dei casi indicano come motivazione principale per la loro azione il fatto che non ci fosse speranza in un “futuro accettabile” per il bambino. In altre parole, questi bambini avevano un’effettiva possibilità di sopravvivere, ma il team medico – senza dubbio d’accordo con i genitori – ha ritenuto che le loro vite non fossero degne di essere vissute fino alla fine”.

Noi sappiamo che gli standard della nostra società per avere una “vita degna” sono orribilmente legati a una mentalità eugenetica che sta prendendo sempre più piede nella comunità medica. Nel Regno Unito, per esempio, l’aborto a 24 settimane è vietato, ma se la madre scopre che il bimbo in grembo ha la sindrome di Down, le è consentito abortire fino alla nascita. Quasi il 100% delle persone affette da sindrome di Down afferma di essere felice della propria vita, ma il governo inglese vuole assicurarsi che nessun genitore sia gravato da una di queste persone speciali, anche se questo comporta un orribile omicidio nel grembo fino al nono mese.

C’è però un barlume di speranza in tutto questo. Heidi Crowter, una donna di 26 anni affetta da sindrome di Down, ha citato in giudizio il governo britannico per la sua politica discriminatoria. Due giudici hanno recentemente legiferato contro di lei, ma lei ricorrerà in appello. Secondo Heidi, la società vede le persone come lei in modo offensivo e irrispettoso, alla luce di quanto espresso dall’Abortion Act. Lei è una dei sopravvissuti, e sta dando voce ad altri sopravvissuti. La sua stessa esistenza è un rimprovero alla visione metastatizzante della nostra società riguardo all’infanticidio, e noi preghiamo che abbia successo.

Fonte: LifeSite News

Traduzione a cura di

Chiara Pirlo e Marco Pirlo

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