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Come sono diventata pro-vita e la mia esperienza negli UpV

L’immagine rappresenta simbolicamente la sala della clinica di cui parlo nella testimonianza

È una Domenica soleggiata, e di Domenica si sa che si respira un’atmosfera diversa. Sarà che è il giorno del Signore, e per strada si sente l’odore dei carciofi arrostiti, la fila al di fuori delle pasticcerie, i buoni profumi provenienti dalle case che si atteggiano a festa. Mi piace pensare che anche se non tutti festeggiano la Domenica perché Domenica, ossia [lat. tardo domĭnĭca (dies) «(giorno) del Signore»], ci sia un’aria di festa che in qualche modo predispone l’animo a raccogliersi, posarsi un attimo dalle fatiche quotidiane. E nel distendimento di oggi, dopo la Messa di padre Maurizio Patriciello – il prete nella cui parrocchia sono cresciuta, nutrendomi delle sue riflessioni ispirate a Lewis e Chesterton ma diluite così bene con la sua verve e l’ispirazione dello Spirito Santo da toccare persone di ogni levatura, ceto sociale o istruzione – mi è venuta un’ispirazione. So che se oggi mi sono data al volontariato pro-life è sicuramente anche merito suo, oltre che di mia sorella, del cui ruolo dirò più avanti. E mi sentivo di ringraziarlo, dire grazie, una parola così difficile da dire in modo spontaneo e sentito, ma anche di spingere gli altri al bene, poiché sono stata così graziata da riceverne in abbondanza!

Padre Maurizio celebra Messa in una parrocchia dell’interland napoletano, il parco Verde di Caivano, purtroppo una terra che più volte ha conosciuto la criminalità e il degrado che ne deriva, ma Caivano è anche al centro di quello che è il triangolo della morte[1]. Eppure, non ho mai trovato per me parole più sapide di Verità, più nutrimento intellettuale e spirituale che lì, proprio in uno dei quartieri più disprezzati. Padre Maurizio dall’ambone non predicava solo in Vangelo. Lo metteva in atto. È stato il primo ad alzarsi quando il nostro popolo la notte non dormiva per la puzza dei roghi tossici, e a chiedersi e a domandare a tutte le autorità, medici, sindaci, perché la nostra terra avesse il tasso di mortalità più alto delle altre regioni. Ecco, a lui importava della vita delle persone. Ha istituito dei doposcuola per i bambini, aiutato numerose famiglie in difficoltà che tutt’oggi vedono la parrocchia come un centro di riferimento, ha svolto e svolge l’attività di giornalista, che quest’anno lo ha anche portato a vincere il premio come miglior giornalista di Avvenire. Sto parlando di un personaggio noto, che ha come priorità sempre il bene dell’altro, dei suoi parrocchiani e non solo. 

Ecco, padre Maurizio dall’altare si sconvolgeva sempre di un fatto. Com’è possibile che così tanti bambini nel grembo materno muoiano e nessuno faccia niente per loro? Com’è possibile che in questa terra si muoia di tumore e nessuno dica niente? Com’è possibile che restiamo in un silenzio così colpevole, e lasciamo che altri, o magari un giorno anche io stessa, muoiano così?

Nelle sue parole c’era sete di giustizia, e quella sete me l’ha trasmessa, molto più di quanto non abbiano fatto a scuola. Purtroppo, dove c’è miseria e ignoranza – seppur non esclusivamente –  l’aborto è quasi all’ordine del giorno. Sembra quasi una scelta obbligata quando non sai cosa darai da mangiare, o quando la tua famiglia, ignara di cosa ti stia spingendo a fare, te lo ripete ogni giorno. Queste parole e queste storie man mano entravano in me e non so dire se siano state prima le sue parole o un fatto che mi capitò a togliere per sempre l’indifferenza dal mio cuore.

Se la memoria non mi inganna fu a causa di un’operazione che doveva subire mio padre che io e mia sorella ci trovammo in una clinica di Caserta, che poi scoprimmo famosa per gli aborti. E mentre passeggiavamo tra le sale, ecco che ci troviamo nella sala di aspetto per l’interruzione di gravidanza. Cammino tra quelle mamme. In un attimo mi rendo conto di quello che sta per succedere nella saletta a fianco. Mi sentivo costernata. Avrei voluto dire a ognuna di loro, anzi gridarlo forse, “Ma cosa state facendo? Davvero volete lasciare che i vostri figli muoiano così?”. E l’unico sentimento che avevo era di rabbia commisto al pianto che non riuscii a trattenere. L’avevo visto con i miei occhi. Avevo capito perché Padre Maurizio si battesse tanto per aiutare queste mamme. È stato l’attimo più tremendo e intenso di tutti. È come chi assiste alla scena di un omicidio, difficilmente non ne viene toccato.

Io non ho mai dimenticato quell’attimo di 10 anni fa, che ancora adesso, mentre lo racconto, mi mette i brividi. Ho assistito all’attimo in cui quelle mamme entravano in quella sala, silenziosamente aspettavano il loro turno, e una volta uscite, non sarebbero state più le stesse. 

È stato così che mia sorella Laura cominciò ad andare fuori alla clinica. Ci andava per prendere il caffè con qualcuna che aveva preso appuntamento per l’aborto, per mostrare loro come avveniva l’operazione, le alternative, insomma cosa realmente sarebbe successo. Sappiamo che in base alla lettera della legge 194 si dovrebbe perlomeno cercare di evitare alle mamme il trauma di perdere il loro bambino con vari aiuti e colloqui. Questo in molte cliniche o ospedali non viene fatto. Anzi sarei proprio curiosa di sapere dove viene fatto visto che questa attività, anche qualora se ne occupino dei volontari esterni, viene oltremodo ostacolata. Inoltre, molte si recano lì il giorno prima, e due giorni dopo tutto è già finito quando l’intervallo di tempo dovrebbe essere di almeno 5 giorni. Vogliono privarle del tempo di pensare. 

Comunque sia, tra i molti ostacoli posti a questi colloqui dai medici e infermieri della clinica, con delle mamme, mia sorella, Laura, è riuscita a parlare. E molti bimbi si sono salvati anche grazie a dei sostegni economici dati dal “progetto Gemma”. Molti però no. La vedevo a volte, abbattuta, triste perché un bimbo destinato a fare la propria parte nel mondo non sarebbe nato. Ho sentito di coppie lasciarsi dopo l’aborto, di molte donne che adesso sono in mano a psicologi da ben dieci anni per riprendersi. Famiglie che magari, con l’arrivo di quel figlio, avrebbero potuto risolversi e invece questo non era successo. Mi sono chiesta a volte anche se qualcuno di loro avrebbe potuto essere il mio migliore amico o amica, o anche fidanzato, e la “social catena” di Leopardi più e più volte spezzata, così da renderci tutti più soli, e tristi, con dei tasselli mancanti che avrebbero potuto essere i futuri scrittori, papi, vincitori olimpici o semplicemente dei padri o delle madri in grado di dare la loro vita per gli altri e rendere il mondo un posto più accogliente e più felice. 

Vedevo concretamente, sotto i miei occhi, quante persone pregavano e digiunavano per l’attività dei volontari che si dedicavano alla salvezza dei bambini. Quante energie vale già un solo bambino? Noi cristiani lo sappiamo, ognuno di noi vale tanto che Dio stesso ha voluto morire per noi.

Non ci fermammo solo all’attività di favorire la vita, agendo per essa. Cercammo di combattere anche quell’idea fetente di morte che dilagava lì dentro. Organizzammo delle manifestazioni fuori la clinica. Non mancarono le solite quattro femministe che, mentre dall’altra parte del marciapiede facevano la contromanifestazione, tenevano dei carboni ai loro piedi. Oggetto che tutt’oggi mi fa sorgere degli interrogativi sul suo reale significato. Forse che a ispirarsi davvero al rogo delle streghe medievali erano loro? Comunque sia, mi lasciò colpita in quel frangente la calma e la gravità estrema del proprietario della clinica. Non era arrabbiato per la nostra manifestazione. Gli spiegammo anche perché eravamo lì ma lui rispose solamente “Se i soldi degli aborti me li date voi, io smetto qua”.

Era tutta una questione di soldi. Da un lato chi credeva che un bambino nel grembo non sia un essere umano (ma che poi forse si vuole negare che stiamo parlando di essere viventi e non comunque di gatti, bensì di essere umani?) e che magari sono andate a tutte le manifestazioni contro lo sradicamento degli alberelli – perché quella sì che è vita – e dall’altro il semplice interesse. E quella calma piatta mi sconvolse ancora di più delle femministe, il cui pensiero è sentito e risentito. 

Continuai gli anni del liceo finché Chiara Chiessi, fondatrice degli Universitari per la Vita, non mi chiese di partecipare a questo gruppo di studenti universitari per marciare insieme alla Marcia per la Vita. Subito mi aggregai ed eccomi qui ancora dopo 5 anni! Dubito che la fine dell’Università possa farmi decidere a mollare questo meraviglioso gruppo. C’era anche una atea pro-life, ancora oggi una mia cara amica e quello che vi trovai e che tutt’ora trovo in questo gruppo mi riempie le giornate! È qui che ho conosciuto i miei amici più cari, ed è qui che ho imparato a usare i social in un determinato modo, a interrogarmi non solo sulle mie materie, ma ad affrontare la questione anche dal punto di vista giuridico, medico e filosofico; la capacità di dialogare con chi ha un pensiero diverso, di resistere immobile come il saggio di Seneca agli attacchi verbali, fisici e mediatici che i pro-life hanno subito, anche di scrivere articoli, di moderare dei cineforum. Tutte attività che hanno dato loro qualcosa a me, quando pensavo che io stavo dando un contributo, seppur piccolo alla causa. Non è forse vero che Gesù ha promesso a chi dà che riceverà il centuplo? Io sento che il centuplo l’ho già ricevuto qui, in questo gruppo di ragazzi meravigliosi che studiano e si impegnano per cambiare il mondo e le cose. Certo siamo tutti diversi, ma ci unisce l’amore per il prossimo e chi non si può difendere e ho visto come Dio usa tutto di noi per la sua Causa! La disinvoltura della fondatrice a chiedere fondi, la testardaggine del suo successore a non mollare mai e a spronarci anche quando tutto sembra andare nella direzione opposta, e come tutti i nostri talenti armonicamente si integrino e ci facciano andare avanti. E mi ripeto che è oggi, è qui la vera trincea. 

Abbiamo bisogno di voci formate che sappiano fare da muro alla piattezza degli slogan, alla superficialità delle ideologie che attecchiscono sull’ignoranza della scienza e su fallacie logiche. Abbiamo bisogno di promuovere una cultura, nel senso vero del termine, veramente per la vita delle persone, coltivando la Verità senza stancarci mai, come ci ha insegnato san Giuseppe Moscati, senza avere paura di mostrarci quali realmente siamo e quale realmente la verità è. 

Mi auguro che questa breve testimonianza nel suo piccolo, possa smuovere gli altri a fare qualcosina in più, e a intraprendere questa bellissima avventura che, come ha dato così tanto a me, così farà anche per gli altri!

Delia Del Prete


[1] Il triangolo della morte Acerra-Nola-Marigliano è un’area compresa tra i comuni di Acerra, Nola e Marigliano, tutti compresi nella regione Campania, in Italia nota per il forte aumento della mortalità per cancro della popolazione locale, principalmente dovuto allo smaltimento illegale di rifiuti tossici da parte della camorra e provenienti principalmente dalle regioni industrializzate del Nord-Italia.

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