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La svolta pro-life del Giappone, dall’eugenetica alla Marcia per la Vita!

Il Giappone si sta riscoprendo pro-life. Era stato definito “la capitale mondiale dell’aborto” negli anni ’50. Anche donne dall’estero andavano in Giappone per abortire, raggiungendo un tasso di abortività del 64,6%. Negli anni la politica, per vari motivi che vedremo più avanti, sta virando verso posizioni pro-life.

Breve storia delle politiche giapponesi in merito all’aborto

Il Codice Penale giapponese, entrato in vigore nel 1902, considera l’aborto come un crimine. Ancora oggi risulta punibile con un anno di carcere. 

Negli anni ’30 e ’40 il Giappone puntava a colonizzare Taiwan, la penisola coreana e la Manciuria. Per avere maggiore forza-lavoro in grado di sostenere questi progetti il governo applicò politiche di incentivazione della natalità. Una decisione in contrasto con l’alto tasso di mortalità infantile dell’epoca. Il tasso di natalità passò da 29,2 nel 1940 a 34,3 nel 1947.

Tutto cambiò dopo la sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale, quando la scarsità di cibo e risorse, combinata con l’alto tasso di natalità, spinsero il governo a adottare politiche di contenimento della popolazione attraverso l’aborto e il controllo delle nascite tramite la contraccezione. Nel 1948 fu varata la Legge di Protezione Eugenetica (Eugenics Protection Act, EPA). Questa legge deriva dalla Legge Eugenetica Nazionale del 1940, che autorizzava la sterilizzazione obbligatoria per le persone con malattie genetiche, in modo da “prevenire le nascite di figli di qualità inferiore e allo stesso tempo proteggere la salute e il benessere della maternità” (qui il testo della legge).

L’EPA estendeva il raggio d’azione della sterilizzazione obbligatoria includendo persone con problemi psichiatrici, ritardo mentale e affette da lebbra. La legge è rimasta attiva fino al 1996, con un totale di 16.319 sterilizzazioni effettuate. Dal 1996 questa pratica è stata abolita, anche se è ancora possibile ricorrere alla sterilizzazione volontaria disponibile per tutti (nel 2012 sono state effettuate 3.498 sterilizzazioni). L’EPA consentiva l’accesso all’aborto nelle stesse situazioni che portavano alla sterilizzazione (se per es. la madre aveva una malattia genetica) e anche in caso di stupro. 

Nel 1952 l’EPA fu modificata includendo, tra le motivazioni valide per l’aborto, la “causa economica”, nel caso in cui la gravidanza potesse portare a un peggioramento della salute della madre per motivi economici (oltre che fisici). La “causa economica” fu interpretata nella maniera più varia possibile e infatti il numero degli aborti aumentò drammaticamente passando dai 196.883 del 1949 ai 1.170.134 del 1955. Nel 1957 circa il 40% delle gravidanze si concluse con un aborto. Risulta evidente come nel Giappone del dopoguerra il controllo della popolazione fu raggiunto principalmente tramite l’aborto e non per mezzo del controllo delle nascite.

L’inizio della svolta pro-life

L’atteggiamento del Giappone nei confronti dell’aborto iniziò lentamente a cambiare negli anni ’60, soprattutto grazie agli sforzi del dottor Noboru Kikuta (1926 – 1991). Costui era un fervido abortista, fino a quando non si convertì dopo la partecipazione alla Marcia per la Vita di Tsujioka, diventando pro-life e battendosi a favore dei diritti dei bimbi adottati, combattendo lo stigma sociale che c’era in Giappone nei confronti della pratica dell’adozione.

Il governo giapponese iniziò effettivamente a recepire la svolta pro-life nei primi anni ‘90 quando, di fronte a un calo delle nascite e del tasso di fertilità sempre più evidente, decise di riconsiderare la propria posizione riguardo al controllo delle nascite e di incentivare la natalità. Nel 1996 l’EPA fu riveduta e ribattezzata come MPA (Maternity Protection Act, “Legge di Protezione della Maternità”). Fu abolita la sterilizzazione obbligatoria e l’obiettivo della legge divenne “a protezione della vita e della salute delle mamme”, eliminando la parte eugenetica. L’MPA autorizza l’aborto solo per due ragioni: motivi economici e stupro. Le malformazioni del feto, almeno nominalmente, non sono mai state considerate come un motivo sufficiente per richiedere l’aborto, nemmeno con l’EPA. Di fatto però è permesso alla madre di poter “scegliere” dopo che è venuta a conoscenza di malformazioni del feto.

I “motivi economici” continuano a essere interpretati liberamente, tanto che attualmente il 99% degli aborti vengono effettuati per tali motivazioni. Il numero degli aborti è in costante calo, anche se risulta essere ancora piuttosto elevato. L’avvento di nuove tecniche per la diagnosi prenatale, ad esempio il test a marcatori multipli e il NIPT, contribuiscono a mantenere alto il tasso di abortività. Una ricerca effettuata tra gli ostetrici ha evidenziato che il numero di aborti sia aumentato di 6 volte a causa delle diagnosi prenatali. In particolare all’interno della ricerca sono stati confrontati il periodo 1985 – 1989 (prima dell’avvento delle nuove tecniche di diagnosi) e il periodo 2005-2009. Già nel 1999 il Ministero della Salute giapponese si era espresso in questi termini riguardo al test a marcatori multipli:

Ci sono preoccupazioni riguardo al rischio che la nuova tecnologia (test dei marcatori multipli) possa portare all’aborto di feti con disabilità e in conclusione portare alla negazione del diritto alla vita delle persone con disabilità. Il concetto di normalizzazione, nel quale le persone con disabilità hanno il diritto di vivere nelle stesse condizioni delle persone normodotate, è un’idea concordata a livello internazionale. Questo è il motivo per cui l’EPA è stata rivista per eliminare sterilizzazioni o aborti che potessero avere fini eugenetici. Pertanto, i medici non dovrebbero raccomandare ai pazienti di effettuare test, se non strettamente necessari per fornire informazioni rilevanti”.

Questa affermazione è in netto contrasto, ad esempio, con gli ostetrici statunitensi, i quali hanno il dovere etico di informare appropriatamente i pazienti riguardo a tutte opzioni disponibili (e nello specifico le possibilità di effettuare di test di screening e diagnostici).

Anche riguardo al NIPT ci sono parecchi timori, in quanto si ritiene che, se non regolamentato, si diffonderebbe in maniera esponenziale. Per questo il Ministero della Salute e la Japan Society of Obstetrics and Gynecology (JSOG: Società Giapponese di Ostetricia e Ginecologia ndr.) hanno definito la nuova tecnologia come “ricerca”, limitando di fatto l’accesso a questa tecnica solo alle istituzioni dedite alla ricerca scientifica che hanno un numero adeguato di consulenti e alle donne in gravidanza che corrispondono ai criteri richiesti dalla ricerca. I consulenti si occupano di informare adeguatamente le donne coinvolte nella ricerca scientifica riguardo alle caratteristiche di queste tecnologie. Questa decisione è stata presa per evitare che l’accesso illimitato a questa tecnologia possa tradursi in un aumento di aborti conseguenti alle diagnosi prenatali.

Si saprà solo tra qualche anno se il cambio di direzione politico avrà effetto sull’andamento della popolazione.

È un dato di fatto che il movimento pro-life stia crescendo. A partire dal 2014, infatti ogni anno viene svolta la Marcia per la Vita, alla quale partecipano sempre più persone, anche provenienti da Paesi stranieri. 

Questa storia ci insegna innanzitutto che le leggi ingiuste non durano per sempre, ma che vengono sconfitte dalla Verità. Inoltre evidenzia come si possano ottenere grandi risultati anche partendo in pochi, apparentemente contro tutti. È fondamentale cercare di cambiare la mentalità comune, per il bene di tutti, specialmente dei più indifesi e la politica, se ispirata dai principi della legge naturale, può davvero fare la differenza, promulgando delle leggi positive che davvero cerchino di tutelare il bene indisponibile della vita.

Marco Pirlo

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