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“Una Tragedia nella Tragedia”

In questi giorni “La Repubblica” ha riportato la notizia di una sempre più difficile possibilità da parte delle donne di abortire, data l’emergenza Covid-19: sembra che molti reparti siano stati chiusi e che i consultori siano fermi. Riporta l’articolo che nel Nord Italia i letti vengono destinati ai malati di Coronavirus e gli anestesisti non obiettori sono perlopiù impegnati nella terapia intensiva.

Silvana Agatone, ginecologa e presidente di Laiga, associazione storica nata per difendere la legge 194/78, commenta in questo modo la questione:

“È una tragedia nella tragedia. So di ragazze che si sono dovute spostare da Torino a Caserta per poter abortire. Donne ormai vicine alla scadenza delle dodici settimane respinte da tutti i centri. Ci sono consultori che non rilasciano più i certificati. […]”

Di fronte a tale situazione, si è diffusa una petizione online che domanda “misure urgenti” per garantire le interruzioni volontarie di gravidanza, “privilegiando la procedura farmacologica”, per limitare, appunto, gli accessi ospedalieri. Nello stesso tempo però, la richiesta è quella di allungare i tempi per l’aborto con la RU486 fino a nove settimane (oggi sono sette), eliminare i ricoveri e prevedere una procedura di aborto “totalmente da remoto” con la telemedicina. Alla petizione è allegata una lettera aperta al ministro Speranza, al presidente Conte e all’Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco), sottoscritta da centinaia di firme: da Roberto Saviano a Laura Boldrini, da Lea Melandri a Marco Cappato, da Livia Turco a Moni Ovadia, e da quattro associazioni (Laiga, Pro-Choice, Amica e Vita di Donna).

La proposta di questa petizione trascura un dettaglio importante: la pillola RU486 è altamente pericolosa per la salute della donna. Nel rapporto del 2018 – pur mettendo le mani avanti per non andare contro gli interessi delle case farmaceutiche e tenuto conto che non si può avere una stima precisa della totalità dei casi che potrebbe restituire numeri ben più alti – la Food and Drug Administration (FDA) ha indicato circa 4.195 casi di emergenze mediche dovuti all’aborto farmacologico: si trattava di 412 casi di infezione (endometriosi, infiammazione pelvica, sepsi) di cui 69 classificate come “severe”, 599 emorragie per cui è stato necessario effettuare una trasfusione, 1042 ricoveri, 97 casi di gravidanze extrauterine e 24 decessi. La verità è che la RU486, oltre ad essere un pesticida umano, è un veleno a tutti gli effetti, e il fatto che ciò non venga mai ricordato dai sostenitori di petizioni come queste è un atteggiamento profondamente infido e criminale.

Inoltre, i sostenitori di tali idee non notano la loro contraddizione: la legge 194 era stata approvata, a loro dire, per evitare l’aborto clandestino, ma l’idea di una pillola che si possa prendere a casa, dopo averla ordinata a distanza, non è quanto più si avvicina a un aborto clandestino? Non bisogna dimenticare che l’aborto non solo è causa della morte di un innocente; non solo è sorgente di ferite e problemi fisici – d’altronde è un atto innaturale – ma è anche responsabile di profonde ferite interiori e psicologiche: moltissime donne, infatti, private del loro figlio, si pentono soltanto dopo delle loro azioni e rimpiangono quel bambino per tutta la loro vita.

Questi fatti ci colpiscono e non possono che farci riflettere, profondamente, su quanto una cultura di morte si sia infiltrata nella nostra società. Il fatto che in piena emergenza sanitaria molte femministe si preoccupino della mancata possibilità di uccidere nel proprio grembo un bimbo innocente è profondamente avvilente e preoccupante: davvero è così importante eliminare una vita, proprio nel momento in cui il Coronavirus ci sta insegnando quanto questa abbia valore e quanto essa sia fragile?

Davvero siamo pronti a far morire i nostri figli, mentre negli ospedali vediamo spirare i nostri nonni? Davvero riteniamo così importante l’aborto da ritenere “tragico” il fatto che la maggior parte dei lettini siano destinati, giustamente, ai contagiati? Davvero possiamo definire come “tragedia” una vita che nasce, ponendola tra gli “effetti collaterali di una pandemia che mostra il lato nascosto delle cose”?

Fermiamoci un momento. Guardiamoci attorno.

Questo è un tempo in cui, benché forzati a rimanere in casa, possiamo coltivare le relazioni in famiglia e dedicarci alla riscoperta del valore degli affetti umani. Anche molte donne in gravidanza, messe di fronte a loro stesse, staranno riscoprendo la bellezza dell’Amore, della Vita che sboccia dentro di loro e sicuramente staranno escludendo l’ipotesi di abortire.

Interferire con la nascita della Vita, banalizzando l’aborto come se fosse una pillola da inghiottire per “togliersi il fastidio”, è quanto di più orribile possa accadere durante questa epidemia: dove sta l’Umanità? Dove sta l’Amore?

In un periodo così travagliato, dove il Covid-19 semina sofferenza e morte, non dobbiamo mai dimenticarci questo: “La Vita vince sempre”.

E continuerà a farlo.

di Chiara Pirlo e Gabriele Petouchoff

 

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