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Testimonianza: l’eutanasia non è la risposta alla sofferenza

ciao

È giusto staccare le macchine ad una persona sofferente? È giusto garantire la possibilità di togliersi la vita? Sono domande a cui è difficile rispondere. Ma noi come Universitari per la Vita, non senza emozioni, sosteniamo l’inviolabilità della vita, poiché tutelando la vita, si tutela veramente l’uomo e tutto ciò che ne consegue.

Non basta questo che dico, naturalmente, ed è per questo che vi offro una preziosissima testimonianza molto forte. E, per questo, a voi lettori chiedo un favore: leggete almeno due volte questa esperienza, perché è molto densa e molto forte: una prima lettura per farvi pervadere dai mille pensieri che essa provoca, la seconda per riordinare le mille idee che avrete accumulato; e poi, solo poi, commentate. Vi ringrazio in anticipo.

Ciao R.S., tu cosa pensi del suicidio assistito?

Io penso che, venendo al punto, l’autodeterminazione dell’individuo è una scusa per non essere responsabili del prossimo. A mia figlia ho insegnato a preservarsi certo, per se stessa, ma anche per tutte quelle persone legate a lei con profondo affetto. Quando a mio figlio do il permesso di usare la bicicletta, gli dico di stare attento, perché un incidente è un danno non solo a se stesso, a livello fisico e psicologico, ma anche a tutti noi, la sua famiglia, come ben possiamo immaginare tutti. Insegnare a un figlio che è libero di fare ciò che vuole, in realtà lo ingabbia in un modo di vivere nel quale si è schiavi di emotività e istinti passeggeri che rischiano di rendere la vita della persona solo un groviglio edonistico. Educare al rispetto anche del genitore che ci ha messi al mondo, ci ha curato, ci ha trasmesso valori, è importante perché ci fornisce regole che ci liberano da ogni ideologia ‘sloganista’ (“Vietato vietare”) dandoci una base sulla quale maturare verso il bene. Scegliere indipendentemente dagli altri, dai propri affetti, di togliersi la vita, è un danno a se stessi e, appunto, agli altri, a cui viene imposta la scelta, se non anche l’obbligo di aiutare tale scelta. L’eutanasia è chiesta da chi è solo, senza affetti. Perciò la sofferenza è anzitutto psicologica e spirituale, prima ancora che fisica (si pensi ai passi da gigante della terapia del dolore). A causa della solitudine patita dobbiamo uccidere chiunque voglia togliere il disturbo? Dobbiamo poi uccidere chiunque non sia più utile, tanto più se le malattie comportano impegno materiale ed umano?

Ho avuto un prozio che era un neurologo che ha ricoperto il ruolo di primario per anni. E lui se la prese con l’applicazione della legge Basaglia che non forniva gli strumenti ai familiari dei malati psichici. A suo parere, l’applicazione della Legge, aveva tolto di fatto il sostegno ai malati psichici più violenti, quindi difficili da gestire. Le famiglie e i servizi sociali, diceva il professore, sono spesso insufficienti per gestire i malati più gravi e i dipendenti da droghe (eravamo negli anni ’80 e l’uso di stupefacenti era altissimo).

Hai avuto esperienze riguardo al tema? Se sì, puoi raccontarci dell’esperienza avuta con tua mamma, la ragione per cui è scaturita questa intervista?

Certo, ma sarà necessario cominciare dall’inizio.

La mia mamma nacque nel ‘55. Mio nonno fece carriera nell’ambito bancario, e in famiglia cercavano di dare tutto alla figlia, anche dopo aver patito la guerra.

Mia mamma nacque ed è vissuta a Milano e a fine anni Sessanta e per tutti gli anni Settanta assorbì la cultura confusa di quell’epoca. Oggi come oggi la definirei, come molti suoi coetanei, una persona “adultescente”, cioè una persona con tratti di edonismo, devota a se stessa. Conobbe e presto si sposò con mio padre, che fu seminarista, uomo di fede e rigoroso. Lo fece, così disse, per sfuggire alla propria famiglia d’origine ritenuta rigida, nonostante le grandi facilitazioni con le quali crebbe.

Mia mamma, pensando a se stessa, era incapace di costruire le relazioni, di maturare dialogo propositivo: quando finì il matrimonio con mio padre, lo accusò di non aver risolto i suoi problemi, di essere stato incapace… In sostanza ella accusò tutti coloro che la circondavano di averla portata, via via, ad essere depressa. Già quando io ero piccola, mia mamma parlava di suicidio…e questo mi portò ad avere paura per lei temendo che neppure essere madre, la soddisfacesse.

Nei primi anni Novanta, a Milano, andava di moda una professionista che faceva una sorta di psicomotricità per adulti che la convinse a chiedere la separazione perché aveva diritto alla felicità. Mio padre andò più volte a confrontarsi con questa tizia, chiedendole aiuto, ma ella continuava ad affermare che mia madre era in diritto di stare bene, di essere felice “qui e ora”, senza pensare al futuro. Costei, in sostanza, indusse mia madre a non avere remore nel lasciare la famiglia per un nuovo compagno; ne trovò uno sperperatore, sessualmente sfrenato. Per quest’uomo lasciò mio padre. Ma così iniziò a stare male, col tempo. Lui era un vero egoista e la trattava molto male. Lei era del tutto concentrata su se stessa e sulla sua storia d’amore, è ovvio che della mia adolescenza e della mia crescita le importasse relativamente. Dal canto mio io ero quella che tutti i miei coetanei invidiavano perché avevo assoluta libertà di movimento: potevo chiedere qualsiasi cosa, potevo fare gli orari che volevo, potevo frequentare chiunque, perché mia madre era assorbita da se stessa. Ero libera, ma, in effetti, senza libertà.

Nonostante questo la vedevo chiudersi sempre di più, tormentata da quest’uomo che la lasciava e la riprendeva, la picchiava e la viziava. O era euforica o del tutto apatica, e ogni giorno avevo paura di trovarla impiccata o di non trovarla proprio… il mio prozio convinse mio nonno a portare mamma in un centro privato multidisciplinare ad Appiano Gentile, dove venne curata e seguita per alcuni mesi. Passato del tempo, la misero in una comunità per chi soffre di “disturbi della personalità” e speravo che guarisse dato che ricominciava ad avere interesse verso l’insegnamento (professione nella quale eccelle): insomma, agognavo serenità per lei, per i miei poveri nonni, e per me.

Iniziai l’università a Firenze con serenità, per quanto dovevo aiutare i miei nonni ormai invecchiati, ed avevo il pensiero di mia madre ricoverata. Speravo nella normalità, insomma.
Un giorno mamma mi chiamò per dirmi che era stata dimessa. In realtà poi scoprii che aveva firmato per uscire per incontrare il fidanzato, che in quell’occasione la lasciò per l’ultima volta. Tornò in nottata e le dissi che l’indomani sarei dovuta andare solo due ore in università. Era il 24 novembre 1998. Le affidai la mia cagnolina per darle qualcosa da fare e dicendole di “non fare sciocchezze”. Partii alle 8 e arrivata in Università la chiamai e, ovviamente, non la trovai al telefono. Richiamai, ma non rispondeva. Avvertii immediatamente i nonni che scesero a Firenze da Milano e mi sbrigai a tornare a casa.

Tornata a casa, vidi che mi aveva lasciato un biglietto in cui diceva che andava dal fidanzato e che mi voleva bene. Chiamai il fidanzato il quale fu nebuloso ma mi disse che non ne sapeva nulla. Mio nonno, che nel frattempo era arrivato a casa, disse che bisognava andare a controllare nella stanza dei contatori. Trovammo mamma lì: aveva bevuto molto e aveva ingerito dei farmaci. Era in coma. Provai una serie di sensazioni terribili perché da un lato mi sentivo presa di mira da un destino crudele, da un altro lato ero quasi – parrà cinico – “sollevata” dal gesto che tutta la vita aspettavo che lei compisse. Non per ultimo mi sentivo dannatamente in colpa: non ero stata in grado di trovarla. Urlai talmente forte che quell’urlo ce l’ho segnato nella mia mente, nella mia gola.

Comprendo che cosa prova il parente del malato psichico o del drogato: ha a che fare con una persona che non sa dare un senso alla sua vita, che sente di essere un peso a se stessa e, per questo, suppone di esserlo per chi lo circonda. La sofferenza di queste persone è enorme, perché pensano di non essere amate o non percepiscono di essere amate come vorrebbero esserlo. Sono molto concentrate su loro stesse e sul loro immenso dolore, cosa che va compatita e rispettata con infinita misericordia, ma senza che tale dolore trascini loro in un vortice nero (io lo chiamo ” Il Nulla”del racconto di Michael Ende “La Storia Infinita”). Vanno aiutati sostenendoli in una guarigione complessa che infonda loro forza. È difficile, molto difficile. E spesso le famiglie sono sole: come fanno dei genitori anziani? E dei figli piccoli? E un coniuge solo?

Per fortuna mamma non era morta. Fu ricoverata urgentemente con prognosi riservata. Era in coma. Non riusciva a respirare autonomamente. Io a 19 anni mi ero ritrovata ad avere la responsabilità dei nonni vecchi, con mia nonna – comprensibilmente – straziata dal dolore, mio nonno ancora lucido ma provato sostenuto dal mio prozio, suo fratello. E avevo mia madre in coma.

Mi trovai alle 3 di notte ad ascoltare i medici che dovevano dirmi come funzionava una tracheotomia ed io dovevo autorizzarli a praticarla. Ma ciò che mi angustiò, furono le telefonate degli amici di mamma, i quali dicevano che lei aveva detto, a suo tempo, di staccare i macchinari se si fosse mai trovata in coma e che io, tenendola attaccata, non esaudivo un suo desiderio. Mi dicevano, testuali parole: “Se vuoi bene a mamma, devi esaudire il suo desiderio e lasciarla morire”. In sostanza ero un’egoista perché non facevo sì che mia madre facesse quello che desiderava da anni. Ma come fai a dire ad una persona amata “Questa è una pistola carica, sparati”?

Una persona in particolare che mi faceva pressioni riuscì addirittura a parlare con i medici (che, tra l’altro, mi misero in guardia da questa persona). Altri amici di mamma continuarono a farmi pressioni. “Se tu vuoi bene a mamma, la fai morire”. Mi attaccavano, facendomi sentire una nullità, perché quello che contava era mamma, non l’amore che io provavo per lei. A 19 anni mi trovai a temere di provare quasi disamore per mia mamma…avevo paura di non amarla davvero…: se amare significava aiutarla nel suo diritto a morire e io pregavo i medici di aiutarla a vivere, ero egoista? Fui fortunata poiché all’epoca non era possibile “staccare le macchine”, ma ad oggi? Un diciannovenne potrebbe trovarsi a optare per la morte del genitore, suggerita da cosiddetti amici? È da questa parte che stiamo andando?

Tempo dopo mi dissero che si stava riprendendo e che l’avevano estubata. Finalmente la ripresa fu completa e fu dimessa. Due mesi dopo, ormai ripresasi, incontrò il suo primo fidanzato del liceo e si sposò.

Oggi lei è ancora viva e mi dice “Certo, se fossi morta, mi sarei persa il tuo matrimonio e i nipoti”. Questo non dovrebbe bastare a dirmi che ho fatto bene a tenere duro?

Ovviamente gli amici sparirono uno ad uno…

Ho parlato spesso di questo con lo psichiatra che mi ha aiutato a rielaborare e lasciare nel passato tutti questi eventi e lui mi disse una volta che quando un paziente sofferente arriva al suicidio, lo psichiatra ha fallito. Può dirsi che un medico che abbia aiutato nel suicidio un depresso o una persona che ha passato il limite a causa della sofferenza, ha conseguito una vittoria? Parliamoci chiaro: no.

È per questo che, con cognizione di causa e col senno di poi, penso che il pendio eutanasico non debba essere percorso: ci sono in gioco troppe cose e l’autodeterminazione non è in grado di tenere conto di tutto.

Carissima R. ti ringrazio di cuore, soprattutto perché immagino, anche se solo lontanamente, quanto ti sia costato parlare di un ricordo così doloroso, di un’epoca che ha marchiato a fuoco la tua vita. Se posso dirtelo, sei stata veramente coraggiosa, perché, nei tuoi limiti, sei stata una leonessa ed hai salvato tua mamma nella più totale incertezza, regalandole tanti anni in più di vita, perché?, perché avevi la stessa luce che hai oggi, una luce indomabile, davanti alla quale, come tu hai visto, anche i mali più difficili da affrontare si sono piegati e si sono allontanati.

Auguro, da parte mia e degli Universitari per la Vita, a te, alla tua mamma e alla tua famiglia che questa luce non si spegna mai!

Di R.S., intervistata da Francesco Chilla

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