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La Consulta, decisione shock: “Non è punibile chi agevola il suicidio assistito”.

“La Consulta ha deciso: chi è nella condizioni di Fabo ha diritto a essere aiutato. Da oggi siamo tutti più liberi, anche chi non è d’accordo. È una vittoria della disobbedienza civile, mentre i partiti giravano la testa dall’altra parte”.

Questo il tweet che Cappato, Tesoriere dell’associazione Luca Coscioni, ha scritto ieri alle 20.00, dopo aver saputo della decisione presa dalla Consulta riunita in Camera di Consiglio per esaminare le questioni sollevate dalla Corte di Milano sull’articolo 580 del Codice Penale, riguardanti la punibilità dell’aiuto al suicidio nei confronti di chi ha tale volontà.

Ricordiamo che la questione era stata sollevata dai giudici, in quanto Cappato aveva accompagnato il tetraplegico Fabiano Antoniani, in arte dj Fabo, a morire in una clinica svizzera, sfruttando il povero malcapitato per farne un caso mediatico da sbandierare e sollevare così un “vuoto normativo” (anche se creato ad arte) sul suicidio assistito. Per questo motivo, Cappato rischiava fino a 12 anni di carcere.

La Corte nel 2018 aveva sospeso e rinviato la decisione in materia, chiedendo un intervento del Parlamento con una nuova legge (non pervenuta), altrimenti avrebbe deciso autonomamente. Proprio ieri è arrivata la decisione della Consulta, ovvero quanto molti di noi temevano:

“Non è punibile ai sensi dell’articolo 580 del codice penale, a determinate condizioni, chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli.”

Secondo quanto riportato anche dal comunicato del Centro Studi Livatino, questo vorrà dire che innanzitutto sarà il giudice a stabilire quando aiutare una persona ad uccidersi sarà sanzionato o no, poi che deve essere rispettato il consenso informato e le cure palliative (in che modo non si sa, visto che la legge sulle cure palliative non è mai stata finanziata), ed infine che il suicidio assistito viene medicalizzato e “scaricato” sul Servizio Sanitario Nazionale, senza menzionare l’obiezione di coscienza.

In sostanza quindi, a determinate condizioni, non sarà punibile chi agevola l’uccisione di un paziente affetto da una patologia irreversibile (ad oggi) che gli causa sofferenze fisiche o anche solo psicologiche.

Bisogna ben intendere che all’interno di questa “scatola” potrà ricadere una moltitudine di casistiche diverse in quanto come si può “misurare” la sofferenza? Essa non è quantificabile, motivo per cui starà al singolo paziente stabilire quale sofferenza sia intollerabile o meno. Rimosso il baluardo oggettivo dell’indisponibilità della vita umana si sfocia nella soggettività del relativismo più assurdo che provocherà la morte di tantissimi innocenti. “Sofferenza intollerabile” potrà essere quella del malato di tumore, ma anche di una persona fisicamente sana ma depressa.

Proprio questa mattina leggevo dell’intervento tempestivo di due poliziotte di Roma che hanno salvato una bambina di dieci anni dal suo tentativo di suicidio. In un futuro non troppo remoto, quando la depenalizzazione del suicidio assistito si allargherà sempre di più, se un altro adulto o se le stesse poliziotte dovessero rendersi conto che la sofferenza della bambina è troppo grande, potrebbero agevolarla nel suo proposito di suicidio. Questa è una conseguenza logica, seppur con la decisione attuale della Corte sembri un’eventualità improbabile (in quanto la persona che chiede il suicidio deve essere sotto trattamenti di sostegno vitale) ma chi ci assicura che le “maglie” della decisione non si allargheranno sempre di più?

D’altra parte rendiamoci conto che anche la legge sull’aborto era stata approvata per i cosiddetti “casi particolari” (cosa che ovviamente non la giustifica, in quanto un male è sempre male e nella fattispecie della decisione della Consulta, è sempre sbagliato assecondare il proposito di suicidio di una persona sia depressa o tetraplegica a letto ecc..) e ora chiunque può vedere a che punto siamo arrivati.

In Olanda si è iniziato con il suicidio assistito e si è arrivati recentemente ad una donna uccisa con l’eutanasia nonostante non volesse (ed il medico processato è stato assolto), alla “kill pill”, la pillola eutanasica disponibile in farmacia che gli over 70enni olandesi comprano per morire in casa loro.

Perciò, per i valori non negoziabili, il compromesso non deve essere mai contemplato, altrimenti succederà quanto accaduto ad esempio con la legge 194 e la legge 40 (avallata soprattutto dai cattolici per mettere dei paletti al “far west” procreativo. Ma sappiamo bene che non è mai lecito approvare una legge iniqua, ed una legge del genere, anche se ha l’ottica di voler limitare il male, è comunque sbagliata). Il passato dovrebbe averci insegnato qualcosa, eppure una parte del mondo pro life sembra accondiscendere ancora ad una strada compromissoria come quella dell’attenuazione delle pene previste dall’articolo 580.

In particolare, è molto triste pensare che persino le alte gerarchie ecclesiastiche hanno sposato la strada del compromesso (che ribadiamo ha portato all’approvazione di leggi inique come la 194 e la legge 40 e ad evidenti nefaste conseguenze), con la dichiarazione del card. Bassetti al convegno a Roma l’11 settembre.

Come riporta Avvenire:

“Una strada c’è, percorribile anche se si tratta dell’accettazione comunque di un vulnus che si vorrebbe ridurre però al minimo”

Il card. Bassetti spiega con precisione che “la via più percorribile sarebbe un’attenuazione e differenziazione dell’aiuto al suicidio, nel caso particolare in cui ad agire siano i familiari o coloro che si prendono cura del paziente”.

La strategia del “gioco a ribasso” o del male minore, ricordiamo, era stata utilizzata anche per l’aborto così come nei Paesi in cui è stata introdotta l’eutanasia, legalizzata a piccoli, impercettibili passi. Tale presa di posizione può portare solo alla sconfitta tanto più che la Consulta volendo la depenalizzazione, non si sarebbe certo accontentata di una semplice attenuazione del 580 c.p.

Una intransigente, chiara e radicale difesa dei valori non negoziabili dovrebbe partire in primo luogo dalla Chiesa e dai suoi Pastori, ma constatiamo che le parole non si traducono i fatti concreti e ci rammarichiamo per la confusione che si contribuisce a diffondere. Percorrere la via giusta diviene sempre più difficile in un mondo in cui mancano le coordinate di riferimento.

Noi, come associazione pro life, abbiamo il dovere di ribadire che moralmente nessun cedimento al male è lecito, nessun compromesso per quanto piccolo. Il male infatti non si accontenta mai e vuole arrivare fino alla sua massima espressione, il male peggiore, secondo un processo discendente.

La “vittoria” che i pro morte hanno ottenuto non deve farci desistere dal nostro dovere di dire la Verità sempre ed in ogni luogo. Anche se siamo in pochi, anche se rimarremo apparentemente soli.

 

Chiara Chiessi

Presidente Universitari per la Vita

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