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La filosofia come strumento della battaglia pro-vita!

Le menzogne che dominano nella nostra cultura e che hanno portato alla diffusione di mali intrinseci come aborto ed eutanasia, non hanno la propria ragion d’essere in se stesse, ma hanno fondamentalmente delle cause filosofiche. Ovvero, sono la manifestazione, la concretizzazione, la necessaria conseguenza di concezioni filosofiche che influenzano, spesso inconsapevolmente, le nostre vite: oggi più che mai, urge togliersi i paraocchi che indossiamo. Per farlo abbiamo bisogno di uno strumento fondamentale: la filosofia. Diamone una definizione:

La filosofia è la scienza di tutte le cose secondo le loro ultime cause conosciute con il lume naturale della ragione.

Non è dunque solo un pensare in libertà, non è semplicemente amore per la sapienza. È una disciplina ben precisa, con metodi ben precisi e che ha come oggetto di studio tutta la realtà indagandone il fondamento.

Individuiamo 4 fasi fondamentali nella storia della filosofia.

Dapprima, con la filosofia presocratica, si ricerca il fondamento (archè) del reale in alcuni specifici elementi della realtà, come l’acqua (es. Talete, Anassimandro).

Successivamente, dalla scoperta dell’essere da parte di Parmenide, i tre grandi filosofi della filosofia antica (Socrate, Platone, Aristotele) costruiranno la loro indagine, ognuno a diverso titolo, incentrandola sulla metafisica, che è lo studio dell’essere in quanto essere, ovvero lo studio del fondamento di tutto, della verità e indirettamente di Dio stesso che ne è il fondamento.
La metafisica fa proprio il metodo realista: cioè la filosofia non può che nascere dalla contemplazione del reale. Lo stesso Platone afferma che: Non può esserci filosofia se non si parte dalla meraviglia. La condizione della meraviglia è necessaria per poter fare buona filosofia. Tutta la filosofia medievale, quindi naturale cristiana, con la patristica e la scolastica, si basa anch’essa sul metodo realista, portando a perfezione l’indagine filosofica precedente.

La modernità sorge con il passaggio da una visione teocentrica (che non comporta una svalutazione dell’uomo) ad una visione antropocentricaSi ricerca nella ragione il fondamento di tutte le cose, cioè nell’uomo stesso, nella sua facoltà razionale, nel pensiero. Si abbandona il realismo filosofico a favore del razionalismo.

Il filosofo più rappresentativo di questa rivoluzione è Cartesio. Egli azzera tutta la tradizione precedente diffidando delle verità della filosofia antica. Come rifondare allora la conoscenza? Il punto di partenza dovrebbe essere la realtà. Ma ciò non è possibile secondo Cartesio. “Chi mi dice che quello che osservo sia effettivamente vero? E se un genietto maligno mi fa sembrare vero ciò che invece non è vero?” – si domanda il filosofo. Per questo motivo Descartes giunge alla conclusione che si deve dubitare di tutto. E così ci si accorge di avere una certezza su cui rifondare la conoscenza, la certezza che sto dubitando. Essendo il dubbio un pensiero, Cartesio scrive la famosa massima Cogito ergo sum. Questa frase sembra affascinante ma nasconde mille insidie! In particolare, essa asserisce che non è più la realtà oggettiva a garantire l’esistenza del pensiero, bensì è quest’ultimo a dover garantire la realtà oggettiva.

Se con la modernità è l’uomo che pretende di diventare fondamento immanente di tutto, la filosofia cartesiana è del tutto coerente e funzionale a questo delirio antropocentrico.
La dittatura del desiderio – per la quale ciò che conta sono i propri desideri, i quali devono essere necessariamente riconosciuti come diritti – ha proprio qui le sue origini: se non è più la realtà oggettiva a garantire l’esistenza del pensiero ma viceversa, allora non c’è più alcun riferimento reale che tenga. La filosofia moderna si fa sempre più delirante perché si sgancia dal buon senso, dal senso comune e dalla realtà.

Tuttavia, si può asserire che la modernità sia ancora un tentativo, per quanto foriero di problemi, di salvaguardare il concetto di certezza, sostituendo le certezze metafisiche e religiose con certezze legate alla dimensione antropocentrica ed alla scienza. La post-modernità, d’altro canto, è la distruzione, il rifiuto del concetto stesso di certezza. Fallito il sogno della divinizzazione dell’uomo, nasce la dissoluzione postmoderna: la certezza non esiste, è la fine di qualsiasi “grande narrazione”, cioè di una impostazione certa, definita, per giudicare il reale. La prospettiva diventa policentrica, della dissoluzione totale. La post-modernità, invece di prendere atto del fallimento della modernità (ovvero far sì che l’uomo possa essere completamente autosufficiente), opta per l’odio della realtà. Il passaggio alla post-modernità ha generato due fiumi: il fiume del nulla e il fiume del caos.

Il fiume del nulla è l’uccisione definitiva dell’essere, ovvero il nichilismo. Il desiderio del fondamento permane nell’uomo, perché ciò che è naturale non si può sradicare, ma ormai non lo si vede più. Il fiume del caos è il delirio distruttivo, l’odio nei confronti della realtà. I due fiumi sfociano nell’unico mare del relativismo dominante. Esso sta producendo due fenomeni:

1) Un’appropriazione mercificante del reale, cioè ciò che conta è solo desiderare; una libertà svincolata da qualsiasi limite, libertà ridotta alla sola libertà naturale.

2) Un’appropriazione volontaristica del reale, cioè il reale può essere trasformato dai nostri desideri.

I “nuovi diritti” sono tutti figli del relativismo, della manipolazione della realtà:

– negano la realtà della vita del concepito

– negano la realtà della dignità ed indisponibilità della vita umana, dal concepimento alla morte naturale

– si fanno beffe della realtà, manipolandola secondo i propri desideri.

Citando Giambattista Vico, quando si prende una strada sbagliata distaccandosi dal reale, dal senso comune, dalla verità, si finisce per raggiungere il contrario dell’obiettivo prefissato (eterogenesi dei fini). Tutta la modernità si è costruita sull’illusione di poter rendere l’uomo fondamento immanente di tutto e la conseguenza è stata l’esatto opposto.

Sappiamo oggi quanto sia diffuso il senso del fallimento esistenziale, la tristezzal’incapacità di avere un rapporto positivo nei confronti della vita.

Questo è segno della latitanza della letizia, della gioia nell’uomo contemporaneo, che si è allontanato da quella prospettiva di meraviglia e stupore che anima la corretta filosofia.

Tratto da una lezione del prof. C. Gnerre

A cura di Roberto Dima

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