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La concretezza dell’ente come fondamento della realtà.

Proseguiamo il nostro “viaggio metafisico inaspettato”, inaugurato dal precedente articolo della serie. Qui si vuole fare una «introduzione» al subiectum della Metafisica[1], ossia l’ente in quanto ente. Ma ecco, doverosamente sorge la domanda: cos’è l’ente? A questa domanda risponde sempre Aristotele:

«Effettivamente, ciò che dall’antichità e anche adesso è sempre ricercato e sempre domandato, cosa sia l’ente, equivale, in realtà a domandarsi “cos’è la sostanza?” […]; perciò anche per noi è principale e primario e unico, per così dire, il considerare cosa sia l’ente così inteso».[2]

La risposta è alla domanda «cos’è», non al «com’è».[3] Pertanto, in maniera alquanto breve, occorre dire che la sostanza è quel che prima di tutto sussiste. Se mancasse la sostanza mancherebbe anche tutto ciò che promana dalla medesima. E in merito alle privazioni (ovvero la mancanza di qualcosa)? Anche in tal caso, se mancasse la sostanza mancherebbero le stesse privazioni, poiché le medesime non hanno sussistenza per sé. Ad esempio, non vi potrebbe essere la cecità se mancasse il soggetto vedente. Certo, dal momento che subentra la cecità il soggetto vedente non è più vedente, ma è proprio per il fatto che il soggetto possieda di per sé la vista che è possibile parlare di privazione della medesima. Viceversa, non si potrebbe parlare di privazione della vista (cecità) per un ente che di per sé non la possiede. La salamandra del Texas, ad esempio, non possiede già di per sé la vista, dunque a rigore non si potrebbe parlare di “cecità” come privazione in questo animale, perché la sostanza “salamandra” non prevede la capacità visiva. Questo aspetto merita di essere approfondito in altra occasione.

Dunque la sostanza sussiste, ha la sua determinatezza ed è qualcosa di separato, ossia non ha bisogno di nessun supporto ontologico che non sia essa stessa. Questo vuol dire, in merito alla determinatezza, che la sostanza non solo è un soggetto ma ha anche il suo contenuto determinato, ossia che un gatto bianco e nero e un’orca marina bianca e nera, nonostante condividano i colori, non sono la stessa cosa. Per cui la sostanza indica qualcosa di determinato. In merito all’aspetto del separato, si afferma che la sostanza non ha bisogno di supporti ontologici per essere tale, ma lo è di per sé, ossia vi è autonomia ontologica. Da ciò si evince che l’ente (chiedersi cosa sia l’ente equivale a chiedersi cosa sia la sostanza) esercita in modo «forte» l’essere ed è un soggetto separato determinato[4], per cui gode di primaria consistenza ontologica.[5] Per questo motivo la Metafisica, il cui subiectum è l’ente in quanto tale, si occuperà principalmente della sostanza, poiché l’ente è principalmente la sostanza.

Ora, il punto di partenza della Metafisica è assolutamente concreto, poiché tratta dell’ente, che gode di primato ontologico, e non degli accidenti: non sarebbe possibile studiare il colore della tigre, le sue dimensioni, il suo ruggito ecc. se mancasse la tigre stessa.[6] Questo implica il fatto che se non vi fosse il ruggito la tigre resterebbe sempre tale. A questo punto è possibile affermare, con qualche passaggio tecnico, che l’ens (ente) è l’id quod est (ciò che è). L’ente è ciò che nella realtà primeggia più di ogni altra cosa, poiché esercita fortemente l’essere per il fatto stesso che è ente. Per questo motivo non vi è realtà più forte e più concreta dell’ente. Non si tratta dell’essere in generale, ma dell’ente, che è qualcosa di concreto. Altro aspetto di grande importanza è che il nostro intelletto può essere esercitato proprio perché l’ente è ciò che per primo «cade» nell’intelletto stesso[7], altrimenti non potremmo esprimerci su nulla, e vi cade prima che noi possiamo rendercene conto. Questo vuol dire che non siamo noi a decidere quando fare riferimento all’ente per esprimerci – riflettere sull’ente è altra cosa ed è ciò stiamo facendo in questo momento –, poiché in ogni istante della vita, seppure nella maggior parte dei casi inconsapevolmente, ognuno di noi si esprime imprescindibilmente dall’ente, appunto perché è ciò che di più concreto vi è nella realtà, senza il quale vi sarebbe il nulla.

Per concludere, nonostante l’argomento circa l’ens presenti una vastità enorme, è possibile indicare la sostanza con tre nomi che esprimono la realtà: res naturae, subsistentia e hypostasis.[8]

(Continua …)

Gabriele Cianfrani


[1] Una introduzione nel vero senso della parola, dato che deriva in ultimo dal latino introducĕre, ossia condurre dentro.

[2] Ibid., Z, 1, 1028b, 3-7.

[3] Se si chiede «cos’è?», allora si risponde che è gatto, cavallo, tigre. Gli altri predicamenti (il quale, il quanto, il relativo ecc. sono successivi alla sostanza, poiché questa gode di autonomia ontologica).

[4] Esercitare in modo forte l’essere vuol dire che non è possibile che vi siano delle attività, qualunque esse siano, se ciò da cui provengono tali attività non «è». Il gatto non potrebbe miagolare se prima non «fosse». Per cui l’ente è anzitutto ciò che è.

[5] Cfr. C. FERRARO, Appunti di metafisica. Un percorso speculativo, pedagogico e tomistico, Lateran University Press, Città del Vaticano 20182, p. 122.

[6] Non vi è un solo tipo di accidenti, ma questo sarà chiarito.

[7] Cfr. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, Ia-IIae, q. 55, a.4 ad 1um.

[8] Cfr. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I, q. 29, a. 2.

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