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Applied Ethics: un’opera in difesa della vita umana innocente

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Applied Ethics: A Non-Consequentialist Approach è il secondo di due volumi che compongono un’opera di David Oderberg in difesa di quella che l’autore chiama “morale tradizionale” e contro il consequenzialismo.

Il primo volume, Moral Theory discute i principi più generali della morale; questo, invece, affronta cinque questioni concrete ampiamente discusse al giorno d’oggi. Questioni di vita e di morte. In questa recensione ne prenderemo in considerazione solo due: l’aborto e l’eutanasia.

L’autore sostiene che l’aborto, essendo l’uccisione di un essere umano innocente, è inammissibile. Aveva già difeso la tesi che uccidere un essere umano innocente è sempre sbagliato nel primo volume. Una distinzione è però necessaria. Mentre uccidere il nascituro è sempre sbagliato, tollerare la sua morte come effetto collaterale di una terapia necessaria a salvare la vita della madre è lecito per via del Principio del Doppio Effetto, anch’esso discusso nel volume precedente.

La premessa che il concepito sia effettivamente umano fin dal concepimento, che sia ontologicamente “uno di noi” viene difesa contro varie obiezioni spesso discusse nella letteratura. Ad esempio, alcuni ritengono che la possibilità che l’embrione ha, fino ad un certo punto del suo sviluppo, di dividersi in due dando origine ad una coppia di gemelli, escluda che lo si possa ritenere un individuo, ed a maggior ragione che lo si possa ritenere un individuo umano.

In realtà, risponde Oderberg, questo non vuol dire che prima della divisione non ci fosse un singolo individuo, un singolo organismo, ma soltanto che questo ha dato origine a due suoi simili. Altri autori hanno osservato che la stessa cosa avviene per certe piante ed alcune specie di vermi piatti, che sono certamente un singolo organismo, ma che comunque sono capaci di dividersi dando origine ad una coppia di organismi.

Oderberg opina che in tale processo, l’embrione originale muore, lasciando al suo posto altri due individui distinti dall’embrione originale e tra di loro. Non si capisce perché non presuma, piuttosto, che uno dei due gemelli sia lo stesso individuo che l’embrione precedente alla divisione, soluzione questa che sembra ontologicamente più parsimoniosa, e per la quale infatti hanno optato altri autori pro-life.

Particolarmente interessante è la risposta data da Oderberg all’Argomento del Violinista proposto dalla filosofa femminista Judith Jarvis Thomson: egli sostiene che nella situazione descritta in questa fantasiosa analogia sarebbe effettivamente doveroso mantenere in vita il violinista, sempre sulla base del Principio del Doppio Effetto. In questo sembra essere una voce fuori dal coro anche rispetto agli autori pro-life, che di solito cercano piuttosto di evidenziare i limiti dell’analogia, cioè le differenze moralmente rilevanti tra la situazione da essa descritta ed il caso dell’aborto.

Prima della conclusione del capitolo, Oderberg considera la posizione di Peter Singer, Michael Tooley ed altri, secondo i quali non ha senso sostenere che gli embrioni sono persone sulla base delle loro potenzialità. L’autore mostra che senza fare riferimento ad un qualche tipo di potenzialità non sarebbe possibile stabilire neanche la personalità di una persona dormiente o svenuta. Gli assurdi che seguirebbero dal seguire coerentemente la posizione di Singer sono enormi, sicuramente troppo grandi da mandar giù anche per Singer e Tooley, che pure sono arrivati ad affermare la liceità dell’infanticidio sotto certe condizioni pur di apparire coerenti con la loro teoria.

Oderberg passa poi a considerare l’eutanasia. In questo contesto reitera molte delle osservazioni esposte nel capitolo conclusivo del volume precedente. In accordo con la tesi della Santità della Vita, sopprimere intenzionalmente un malato è sempre sbagliato; nel sostenere questo, l’autore considera anche le molte obiezioni che circolano al giorno d’oggi, dividendole tra quelle basate sull’autonomia, cioè su un presunto diritto di fare qualunque cosa si voglia della propria esistenza purché non si danneggino gli altri, e quelle basate sul concetto di “qualità della vita”.

Tutto questo non significa però che sia obbligatorio tenere in vita un paziente con ogni mezzo. Addirittura, si può dire che è assurdo pensare che la morte possa migliorare la condizione del malato, o rappresentare per lui un vantaggio; cionondimeno, alcune terapie particolarmente gravose sono solo un’opzione, e farne uso per prolungare la propria vita sarebbe cosa buona, ma supererogatoria, non obbligatoria. Si tratta della classica distinzione tra mezzi ordinari e straordinari.

In particolare, la nutrizione e l’idratazione artificiali vengono classificate come mezzi ordinari, e quindi il loro utilizzo nella cura, per esempio, di un paziente persistentemente comatoso, viene ritenuto obbligatorio.

Ciò che nel complesso emerge da quest’opera è l’idea che la vita umana innocente sia, in un certo senso, il bene fondamentale, anche se è solo uno tra molti beni che l’essere umano è chiamato a perseguire. L’uccisione dell’innocente è e resta sempre un atto gravemente immorale. Si spiega allora perché l’autore abbia voluto in copertina proprio quel dipinto del Beato Angelico, in cima al quale si intravede la seguente citazione biblica:

«L’Egitto diventerà una desolazione, 

ed Edom un arido deserto,

per la violenza contro i figli di Giuda,

per il sangue innocente sparso nel loro paese».

Matteo Casarosa

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