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Io, donna, non mi tingo di fucsia

immagine non una

Perché, da donna, non scendo in piazza e non mi tingo di fucsia? Premetto subito che sono cresciuta in una famiglia prettamente matriarcale e con un padre estremamente amorevole e materno, per cui che non mi si venga a dire che sono vittima dell’interiorizzazione di qualche forma di “bigottismo patriarcale” da cui non riesco ad uscire.

Il punto è un altro, io non sono contro la violenza sulle donne. Sono contro la violenza, punto. Ma nella violenza faccio rientrare anche lo stupro della figura del padre, ormai elemento sostituibile, insignificante, inutile, cosa quanto mai lontana dalla realtà. Essere uomini, soprattutto all’interno del nucleo familiare, non è accessorio né tantomeno criminale. E non è un caso se ci ritroviamo in una società di eterni adolescenti che passano il tempo a sbattere i piedi e a starnazzare di diritti piuttosto che ad assumersi le proprie responsabilità e ad assolvere i propri doveri.

Sia ben chiaro che non sto optando per una trattazione indifferenziata, e quindi sostanzialmente inutile, dei diversi tipi di violenze. Tra l’altro sono anche una a cui le notizie di stupri o di sfregiate fanno venire l’acido allo stomaco. Per cui a livello pratico, di intervento sui casi concreti, ben vengano strutture e personali specializzati per ogni tipo di violenza, tutt’altro che biasimevoli. Nella vita abbiamo tempo e risorse limitate per cui, messo da parte ogni benaltrismo, ognuno fa quel che può dove serve, possibilmente secondo le sue capacità.

Quella a cui mi sto opponendo è una narrazione della realtà ideologizzata ed ideologizzante, che è quella prevalente quando si tratta di questi fenomeni, dietro cui non si può negare che ci sia un’implicita (ma neanche troppo) criminalizzazione dell’uomo in quanto uomo, come se l’essere uomini sia un aggravante, come se gli uomini siano colpevoli fino a prova contraria… Tanto che ultimamente non si parla neanche più tanto della “violenza sulle donne” ma della “violenza maschile sulle donne”. Perché, quella femminile è meno grave? Le donne hanno più diritto a fare violenza sulle altre donne (o sugli uomini)?

Oggi sugli uomini si può dire qualsiasi cattiveria, si possono fare tutte le generalizzazioni del caso, si possono insultare e deridere; sulle donne non si può mettere il piede fuori posto di mezzo millimetro altrimenti parte la gogna mediatica (si spera solo quella) all’istante. Ecco, io, da donna e in quanto donna, mi sento diversa da un uomo, ma non una categoria protetta; da donna e in quanto donna, ho solo che da perdere in un mondo senza più uomini, senza padri, senza virilità, e non ho intenzione di considerare tutto ciò “pericoloso”.

E per concludere mi rivolgo in particolare a coloro che manifestano con le “Non Una Di Meno”: come pretendete di fare le paladine/i paladini della non-violenza contro le donne, se le donne più indifese, quelle ancora nel grembo delle loro madri, siete pronte/i a farle fuori crudelmente e violentemente e a ritenere tutto ciò un diritto? E allora rispondo con uno slogan molto in voga nel mondo pro-life americano: Women’s rights begin in the womb! (i diritti delle donne cominciano nel grembo!).

La semplice opinione di #unadimeno

Arianna Trotta

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