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Quando è nata pesava 573 grammi. Oggi ha vent’anni e frequenta l’università!

Riportiamo qui di seguito una bellissima testimonianza di una donna che ci ha contattato sulla nostra pagina Facebook. Essa mostra come niente è mai perduto, anche quando si riscontrano condizioni gravi e particolari, l’aborto non è mai una soluzione. Anzi, in questi casi, l’aborto non solo uccide il bambino, ma può uccidere anche la madre!

L’arrivo della nostra seconda bambina è stato complicato fin dall’inizio, visto che il ginecologo mi aveva subito prospettato il possibile insorgere di qualche problema nell’ultimo trimestre a causa del collo dell’utero che non reggeva più molto. In seguito la gravidanza si svolse normalmente ma, tra il 5° e il 6° mese, mi accorsi che la pressione sanguigna si stava alzando e, consigliata dal mio medico, mi ricoverai per alcuni giorni in ospedale, dove mi sottoposero ad una terapia che per un certo periodo di tempo è riuscita a mantenere sotto controllo la mia pressione.

Dopo una ventina di giorni però la situazione ricominciò a peggiorare. Avevo sempre dei fortissimi mal di testa, vomitavo spesso e la pressione aveva ricominciato a salire. Intanto, un ulteriore controllo ecografico aveva mostrato che la mia bambina aveva smesso di crescere e che, a causa della mia ipertensione, il sangue non irrorava più la placenta in maniera soddisfacente. Non restava altro che partorire anche per evitare guai molto seri non solo alla bambina, ma anche alla mia salute. Dall’ecografia risultava che pesava veramente molto poco, solo 573 grammi, e il ginecologo mi fece ricoverare immediatamente, e due giorni dopo la fecero nascere con un parto cesareo. All’uscita dalla sala operatoria, aveva distress respiratorio grave e venne subito connessa al respiratore, al quale reagì molto bene.

Io ho potuto vederla solo dopo qualche giorno, quando sono stata in grado di alzarmi. Non so descrivere cosa ho provato in quel momento, era tutto così strano, lontano dalle immagini e dalle sensazioni provate con la nascita della prima bambina
La piccola sembrava un alieno. Era piena di fili e di elettrodi, aveva una cute rossastra su cui si poteva distinguere chiaramente tutto il reticolo dei vasi sanguigni. La pelle era tesa sulle ossa e, ad ogni respiro, si sarebbero potute contare tutte le costole. La sua degenza in ospedale è durata 110 giorni, periodo durante il quale le portavo tutti i giorni il mio latte, di cui aveva bisogno per favorire la maturazione degli organi interni. Subito mi fu detto che aveva il 50% circa di possibilità di sopravvivenza, ma il grande dubbio era sul come sarebbe sopravvissuta. Mi parlarono del rischio delle emorragie cerebrali, del pericolo delle infezioni, della retinopatia che spesso ricorre nei prematuri, delle possibili crisi respiratorie dovute alla forte prematurità dei polmoni…
La piccola ha avuto un po’ tutti questi problemi, fatta eccezione per le infezioni, e così abbiamo affrontato trasfusioni di plasma e di sangue intero, apnee, desaturazioni e retinopatia che per fortuna si è fermata al primo grado.

Di tutto quel periodo, ciò che ricordo con maggior tenerezza sono le “marsupio” (Kangaroo care) che mi permettevano di poter finalmente stringere la mia piccola. Ho iniziato con le marsupio quando pesava 850 gr, a circa 1 mese e 1\2. Quella è stata una sensazione indescrivibile che solo chi ha provato può capire. Nel caso di una nascita a termine è del tutto normale, direi scontato poter abbracciare il proprio figlio, ma nel caso di un bambino prematuro, soprattutto di uno gravissimo come lei, nulla è scontato e per un genitore la marsupio potrebbe essere anche l’unica volta che può prendere in braccio il proprio bambino che si è visto per mesi dentro un contenitore di plastica, si è potuto solo sfiorare letteralmente con un dito, con l’unica parvenza di normalità data dalle tante parole che in quei lunghi giorni si dicono a questi piccoli per cercare di mantenere un contatto e far sentire la propria presenza. Quando la ponevano sul mio seno a diretto contatto con la pelle sembrava un topolino, era piccola e calda, si agitava, cercava di muovere la testa e poi pian piano si calmava e a volte si addormentava.
Nel settembre successivo, dopo alti e bassi legati anche al suo peso ballerino, uscì dall’incubatrice. Per la prima volta potevo prenderla in braccio come un neonato “normale”, anche se aveva ancora qualche sensore.

Da quel momento in poi i giorni sono volati e, finalmente, poi è arrivato il giorno in cui è potuta entrare in casa sua dove erano ad aspettarla i nonni che avevano potuto vederla solo in foto o in qualche ripresa con la telecamera.

Pensavamo che crescerla sarebbe stato difficile, ma non immaginavamo quanto.
Verso la fine di novembre comparve il primo raffreddore, che sottovalutammo un po’.
Imparammo però a nostre spese che con i prematuri non si può mai dire “È solo un raffreddore”. Infatti, nel giro di pochissimi giorni, il raffreddore era diventato una bronchiolite e dovemmo restare in ospedale per una decina di giorni.
Questa è stato solo il primo di una serie di malanni e problemi che però ha brillantemente superato visto che ora è una ragazza di vent’anni che frequenta l’università ed ha una vita del tutto normale.

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