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Le femministe contro la bambola con il pancione

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Tempo fa sono entrata in uno store di giocattoli molto noto nella mia città, in cerca di un bel regalo per una bimba che volevo fare felice. Girare per quelle corsie è sempre divertente non solo perché sono davvero ben fornite, ma anche perché è il concetto stesso di gioco che trovo molto affascinante. Noto infatti che il gioco e la situazione di finzione che da esso deriva, è di grandissimo stimolo per la capacità cognitiva: non a caso esso viene spesso utilizzato a fini didattici ed è un ottimo antistress. Esso, inoltre, non ha età perchè crea un linguaggio comune capace di coinvolgere e intrattenere grandi e piccoli. Questo dato, peraltro, è divenuto ancora più evidente negli ultimi anni grazie ad internet, capace di radunare per appuntamenti online e offline giocatori e appassionati di ogni estrazione. Mentre giravo per quegli scaffali non avevo certo queste riflessioni per la testa, eppure la mia attenzione è stata immediatamente catturata da un giocattolo decisamente fuori dagli schemi mainstream: una simil barbie col pancione.  La cosa naturalmente ha raccolto subito il mio entusiasmo e, in breve, ho comprato la famigerata bambola senza troppo pensarci su. L’abito elegante molto glam e la carrozzina in miniatura perfettamente fedele all’originale, targata Inglesina, erano la ciliegina sulla torta: non avrei deluso la destinataria appena settenne. Dato il successo riscosso la prima volta, ho regalato la bambola più volte e il pubblico si è sempre rivelato entusiasta oltre ogni aspettativa: puntualmente vere e proprie grida corali di gioia seguono all’apertura del pacco spazzando via ogni mia incertezza.

Quell’acquisto è stato per me l’occasione di riflettere sul fatto che, nonostante io fossi stata un’incontentabile collezionista di Barbie (come milioni di altre bambine del resto), non ne avevo mai incontrata una in versione premaman: la bambola in questione, infatti, non era di marca, malgrado i suoi accessori lo fossero.  Strano! In fondo si tratta di un mercato dal quale la Mattel potrebbe trarre notevoli guadagni: se un marchio come quello si aprisse a una collaborazione con altre case di produzione di oggettistica per veri bebè, magari altrettanto famose, credo che gli incassi non si farebbero attendere.

Desiderosa di capire la realtà della situazione, ho fatto una “googlata” per chiedere al potente motore di ricerca se esistessero vere e proprie Barbie col pancione. La risposta è no. O meglio, oggi esiste una marca ignota ai più (Simba) che produce Steffi Love Baby, il modello da me casualmente intercettato (ed esaurito nel giro di pochi giorni), erede di Judith (o Judy) the Mommy to be e di suo marito Father to be, della Judith corporation, rigorosamente dotati di fede nuziale. Nata nel 1991 e distribuita in Europa e negli States in versione bianca e afro, ora disponibile solo su eBay.

La pseudo barbie, naturalmente, fu al centro di una grande polemica femminista. Come recita un articolo di Repubblica datato 09 maggio 1992, Judith aveva la colpa di fare “credere che un feto sia un vero e proprio bambino, e quindi che ogni interruzione di gravidanza sia l’uccisione di una vita”.

Non solo ma Diane Welsh, presidente della sede newyorkese di Now (National Organization for Women), tra le maggiori associazioni femministe americane, la definì “dannosa” e “stereotipo” ma anche   “irresponsabile” perché avrebbe fatto “credere alle bambine che si possa partorire magicamente”. Contestualmente si levarono anche voci dissonanti, come quella di Alvin Rosenfeldt, direttore del reparto psicologia della Jewish Child Care Association, secondo il quale “la bambola incinta rappresenta un interessante strumento educativo”.

Continuando la mia ricerca nella giungla del web, piuttosto avaro di notizie, ho scoperto poi altre bambole dotate di pancione e prodotte da altre sottomarche, oltre a quelle qui elencate, come documentato amatorialmente nel sito universomamma.it. Spulciando tutti i siti che mi sono capitati a tiro, infine, sono riuscita a trovare qualcosa di decisamente più intrigante: Midge Happy Family (anche questa ora reperibile solo su eBay o Amazon come rivendita). Si tratta di una vera pregnant doll della Mattel (in duplice versione black e white) uscita, pare, una volta sola negli anni ’60, prodotta specificamente per “collectors” negli anni ’90 e poi reintrodotta e subito ritirata nel 2002, quando i genitori potenziali clienti ritennero la bambola troppo giovane per rimanere incinta.

Conclusione: l’unico modello gravido della Mattel è stata Midge, una sorta di gemella di Barbie meno sexy, che però è stata sequestrata e restituita al mondo in versione single e “childless” nel 2013.

Barbie, dunque, non è mai stata incinta pur essendo fidanzata da tempo immemore con Ken.

Ma la cosa si fa ancora più interessante. Pare infatti che dopo un periodo di crisi attraversato dall’azienda americana, ci siano stati alcuni sorprendenti lanci che avrebbero riportato la Mattel agli antichi splendori. Dopo le Barbie “curvy, tall e petite” della linea Barbie Fashionistas (con 4 body shape diverse, 7 tonalità di pelle, 22 colori degli occhi, 24 acconciature e innumerevoli outfit e accessori, contati da Alice Rosati in un articolo di Vanity Fair del 30 gennaio 2016), nella quale è comparsa la prima Barbie con il velo (ispirata all’atleta islamica Muhammad e uscita nel 2017), in questi giorni dovrebbero uscire i nuovi modelli di Barbie disabile, annunciati da tempo.

Al di là di ogni polemica mi chiedo: perché curvy e disabile sì ma incinta no? Perché, mi dico, una Barbie del genere sarebbe scomoda ad alcuni mentre sono i facili guadagni a contare, oltre a qualche buona intenzione. Ogni prodotto di queste nuove linee è nato, infatti, su richiesta dei clienti che chiedevano per sè e per i figli una politica più inclusiva. Il modello con le protesi, ad esempio, è nato da una collaborazione tra la Mattel e Jordan Reeves, una ragazza di 13 anni, senza avambraccio dalla nascita, attivista per i diritti dei disabili. Per la versione su sedia a rotelle, Mattel ha addirittura coinvolto lo staff dell’ospedale pediatrico UCLA Mattel Children’s di Los Angeles.  Lungi da me assimilare la gravidanza alla disabilità, non mi resta però che constatare quanto questa venga esorcizzata dalla cultura contemporanea come tabù, come qualcosa per cui si è sempre troppo giovani o vecchi, troppo ricchi o troppo poveri. Lungi da me, ancora, banalizzare la gestazione o non contemplare che esistano sensibilità diverse dalle mie, per le quali un pancione di plastica può essere troppo. Capisco.  Ma a fatica. Trovo assurdo che non ci sia spazio per un pancione se si pensa che stiamo parlando di bambole per bambine. Non si sta forse cadendo nel politically correct? Trovo profondamente insensato che accanto alla Barbie astronauta manchi la Barbie in dolce attesa: non è forse un’esperienza altrettanto vera e degna di nota, oltre che più comune?

Bandita ogni polemica, come si può pensare di istruire il bambino in maniera leale sulla realtà se si seguono i dettami della moda? Non penso sia un caso se sono stati solo adulti a mostrare disapprovazione per la mia Barbie col pancione: l’irrefrenabile entusiasmo per lei da parte dei bambini non ha confutazione, se non ideologica, appunto. Occorre creare una cultura pro-life perché il gioco torni ad essere quello che è sempre stato, celebrazione della creazione e della creatività.

Questo mi ha fatto pensare una bambola con il pancione e la gioia negli occhi di quelle bimbe.

Maria Chiara Bertolini

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