Festival per la Vita

Venerdì 16 febbraio, le Rappresentanti degli Universitari per la Vita di Padova, hanno avuto il piacere di partecipare al Festival per la Vita a Verona, nel centralissimo Palazzo della Gran Guardia, dove una dietro l’altra si sono succedute una serie di testimonianze che hanno raccontato (stra-)ordinarie vite di uomini e donne spese a servizio della Vita nascente. Dal Dott. Antonio Oriente, ex medico abortista, che un giorno ha scritto su un foglietto della sua scrivania “mai più morte”, alla testimonianza post-aborto di una donna che ha consegnato all’uditorio tutto il dolore di una madre che più volte si è chiesta “chissà dove hanno messo mio figlio quel giorno”, per poi ascoltare il Dott. Xavier Dor, pediatra e icona pro life francese e, ancora, il Dott. Bernard Gappamaier, presidente della “Federazione Europea dei Medici per la tutela della Vita”, il Prof. Giuseppe Noia, ginecologo e primario del Policlinico Gemelli di Roma il cui incontro con Madre Teresa ha segnato l’inizio di un nuovo impegno nella sua professione e, infine, Gianna Jessen, sopravvissuta all’aborto salino effettuato al settimo mese di gravidanza. Storie, insomma, che hanno annunciato la Speranza e la Bellezza che si cela dietro lo spendersi ogni giorno (senza riserve) a servizio della vita umana…
Di seguito vi proponiamo una breve intervista che abbiamo fatto al Dott. Antonio Oriente ed a Gianna Jessen– che ha partecipato grazie all’invito e alla collaborazione di Pro Vita Onlus – in occasione del Festival:

Dott. Antonio Oriente:

Dott. Oriente volevamo innanzitutto chiederle come si rapporta con i medici abortisti che lavorano con lei?

Benissimo, discutiamo sempre. Da una parte noi spieghiamo le nostre motivazioni e dall’altra loro spiegano le loro anche se si tratta di motivazioni ancorate a quella che è l’organizzazione del servizio sanitario imposta ad entrambi. La differenza sta nel fatto che noi abbiamo alle spalle un’esperienza di Vita (nel pieno senso della parola) che ci porta a ribellarci a determinate cose, loro ancora no. Per il futuro speriamo in bene, sicuramente ne stiamo parlando insieme e sono certo raggiungeremo una decisione comune: quella a favore della Vita. In questi anni ho visto tantissimi colleghi in più parti d’Italia che hanno deciso di abbandonare la via dolorosa dell’aborto.

Come hanno reagito i suoi colleghi e superiori alla sua decisione di non praticare più aborti?

I superiori malissimo, purtroppo siamo immersi in una cultura contraria alla vita. Loro asseriscono come motivazione che il fatto di non praticare aborti limiti il servizio sanitario e che l’obiezione di coscienza intralci l’organizzazione del servizio stesso. Io ora lavoro in un consultorio pubblico e di conseguenza mi trovo ad andare controcorrente ma perseverando e non demordendo sto vedendo i primi risultati.

Come mai nessuno parla degli effetti che l’aborto comporta per la salute psicofisica della donna?

Perché indubbiamente mette a dura prova il credo comune secondo il quale l’aborto è una garanzia per la libertà e la salute della donna, ma non è così e questo lo sappiamo bene. Lo sappiamo bene non tanto perché lo abbiamo studiato sui libri ma perché ce lo ha insegnato l’esperienza di tanti anni. Abbiamo visto con i nostri occhi la sofferenza delle donne, le risultanze dell’aborto sui loro fisici deturpati: madri che dopo tanti aborti, quando lo hanno desiderato, non sono più state in grado di aver figli e, vedete, tutto questo è la prova che la scienza ha ragione quando dice che l’aborto fa male alla salute della donna. Nonostante le lobby farmaceutiche e un credo comune di determinate parti della politica ha fatto sì che gli effetti dell’aborto venissero occultati, noi coraggiosi siamo sempre andati a parlarne: nelle piazze, nelle università, negli auditorium (magari con la polizia davanti). Ai giovani spieghiamo la giustificazione del perché l’aborto non va fatto che non è tanto una motivazione di tipo etico ma, come dice  Papa Francesco, è una motivazione scientifica.

Cosa vorrebbe dire a chi sostiene che l’obiezione di coscienza vada eliminata?

L’obiezione di coscienza non può assolutamente essere eliminata perché questo limiterebbe la libertà di un professionista serio che deve avere la possibilità di dire no a ciò che va contro scienza e coscienza. Se c’è l’obiezione di coscienza vuol dire anche che c’è una coscienza che obietta nel momento in cui facciamo cose che vanno contro il credo comune e le convinzioni che nascono da anni e anni di sacrificio.

Cosa vorrebbe dire ai giovani universitari?

Ai giovani vorrei dire: non vi fermate davanti quello che leggete nei libri, in internet, nel mondo camuffato. La verità sta ben oltre. Noi, come medici e medici cattolici, siamo andati a tirar fuori dai database internazionali tutti quegli studi che vanno controcorrente e sono stati indebitamente occultati, studi, per esempio, che dimostrano come l’aborto incrementi di una percentuale elevata il numero di tumori al seno attraverso un incremento degli ormoni estrogeni nella prima fase della gravidanza, siamo andati a dimostrare che gli aborti fatti da noi stessi sono sfociati in complicanze serie sia fisiche che psicologiche che hanno poi tarato la donna per tutto il resto della sua vita.

Gianna Jessen:

Quando e perché hai deciso di testimoniare la tua storia?

Avevo quattordici anni, e semplicemente sapevo di avere qualcosa da dire e avevo bisogno di raccontare alle persone la verità sulla vita. Adesso ho realizzato anche ciò che non avevo compreso allora essendo così giovane, cioè che c’è la possibilità di salvare vite e questo è una sensazione meravigliosa, perché non sono ancora madre e quindi nel frattempo, mentre aspetto di diventarlo, aiutare a salvare le vite dei figli degli altri è un grande onore. 

Quali emozioni hai provato nel raccontare per la prima volta la tua storia davanti a molte persone?

Avevo quattordici anni  quindi… (risata) ma, veramente, negli anni direi gratitudine, riconoscenza, perché non vedo me stessa come una vittima, io appartengo a Dio e Lui mi ha salvata e questo può essere un mondo veramente triste e oscuro, ed è bello essere in grado di arrivare e dire: “ C’è speranza! C’è speranza per te  e non significa che tu debba avere una storia fantastica perché la vita è fantastica e può essere fantastica anche in maniera ordinaria, non dobbiamo per forza dover avere tutti una storia per contare qualcosa.” E penso che oggi, invece, ci venga insegnato che l’unico modo per essere preziosi sia quello di avere una storia fantastica. 

Quali sono i tuoi sentimenti nei confronti della tua madre naturale?

L’ho perdonata perché sono cristiana, ma anche perché portare rancore è un modo lento per morire mentre si è ancora in vita e io non voglio morire mentre sono ancora in vita! È una perdita di tempo e perciò preferisco andare avanti e vivere veramente, quindi non le porto rancore. 

È ancora viva?

Non penso, non sono sicura.

Ci sono stati degli episodi spiacevoli durante i quali qualcuno ti ha criticata o ti è mai stato impedito di raccontare la tua storia?

A Roma! L’anno scorso a Roma, all’Università. L’amministrazione universitaria ha detto che non mi volevano lì ma… perche? Io sono meravigliosa! In realtà questo è un buon segno che si ha qualcosa da dire quando le persone si sentono minacciate. 

Hai un messaggio per tutte le persone che stanno lavorando per promuovere la cultura della Vita in Italia e nel resto del mondo?

Si! Continuate così! Continuate così perché, veramente, Dio è dalla vostra parte e potete dire questo a causa della mole di lavoro che state facendo per raccontare la verità! Però penso anche che sia veramente importante dire la verità con gentilezza, con amore e, come donne, con femminilità. 

Mariana Buson 

Veronica Turetta

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