Eroi e sorrisi “imperfetti”

È facile dire frasi fatte e aforismi davanti alla vita che spesso è dura, ma è anche vero che proprio essi, involontariamente, in un mondo in cui la cinica autodeterminazione ha lo strapotere in ogni campo, rivelano, seppur nel modo più basso e ipocrita, il desiderio di una sublimazione dell’esistenza propria.


Una vita perfetta viene intesa quando tutto e tutti fanno prestazioni impeccabili e sono impeccabili. Ogni cosa viene esaltata, dal lavoro al sesso, dallo sport alle imprese del fine settimana. Persino la parola “amore” viene intesa in senso agonistico. Così, mentre tante e luminose carriere vanno giustamente avanti, vengono lasciati gli anziani negli ospizi, i figli crescono con terzi e chi è imperfetto viene eliminato (dal bambino nel grembo, se in dubbio di malformazioni/patologie o “indesiderato”, alla persona non più in grado di produrre).  “Perfetto” è quindi chi è capace di autodeterminarsi, secondo i canoni del Big Brother di orwelliana memoria, e diventa la formica che nutre il formichiere che, di tanto in tanto, fa una strage secondo i propri interessi.

Io ritengo che si possa dare una chiave di lettura diversa alle cose. E’ possibile vedere perfezione laddove non c’è? È possibile vivere secondo altri parametri?
La celebre canzone di Jovanotti Mi fido di te arriva a dire qualcosa di apparentemente assurdo: “la vertigine non è paura di cadere, ma è voglia di volare”.

In quanti hanno mai provato questa sensazione? Quante volte ci rendiamo conto che una scelta “bisogna farla perché è giusta”, per quanto superi apparentemente le nostre capacità, poiché capiamo che quell’azione o quel gesto merita di essere fatto? Ecco. Io penso che dedicarsi con cura ad un figlio “imperfetto”, a causa di una malattia o perché è difficile provvedere per lui, oppure ad un padre o ad una madre non più autonomi sono esempi chiari di questa “vertigine” : sono gesti che richiedono da parte di ognuno un qualcosa in più che non saremmo portati a donare, per nostra natura.

Oltre all’eroismo delle celeberrime azioni scritte nei libri di storia e riportate nella mitologia, esiste invece un eroismo senza gloria. Come l’eroicità di Samwise che accompagna, accudisce e, infine, trasporta sulle proprie spalle Frodo. Non privo di un senso di sconforto, fin quasi alla perdizione. Questa è l’eroicità di chi accetta di accogliere un figlio con gravi malattie, con tutti i viavai con l’ospedale, le trafile per garantirgli una normalità a casa come a scuola; o di chi adotta un bambino accogliendone anche la dura storia che verrà inesorabilmente a portare il conto; o ancora di chi accudisce coloro che erano i giganti buoni della sua vita, la mamma e il papà, che sono diventati dementi e non più in grado di provvedere a se stessi.

Nell’esempio letterario che ho riportato c’è però un particolare: nel momento in cui soffocavano per le esalazioni del Monte Fato, i due piccoli e inermi hobbit vengono raccolti e portati via dalle aquile. Cosa c’entra questo? Quando compi un sacrificio, esso non è mai senza paga, non perché bisogna attendere un ritorno, quasi si stesse svolgendo una mansione lavorativa, ma perché l’amore autentico contagia e fa sì che chi ci circonda è il primo a venirci in soccorso.

Lo diceva bene Dante “Amor ch’a nullo amato amar perdona”. Cioè un amore come questo sopracitato è tale e talmente grande che non può non essere corrisposto. Questo amore così gratuito è fruttifero. E il frutto ha in sé un seme, cioè l’amore fruttifica. Non nei modi e nei tempi che noi possiamo limitatamente desiderare, ma quando davvero serve e nei modi in cui serve.

Perciò io credo che non bisogna avere paura per se stessi, ma accorgersi che la paura è piuttosto rivolta al senso di impotenza che ci opprime quando la vita si fa maledettamente seria. È per questo che chi decide, o accetta sapendo di essere nel giusto, di affrontarla è un eroe, anche se forse l’unico premio che riceverà saranno i sorrisi. Ma sono davvero così brutti i sorrisi di un bambino “imperfetto” o di un anziano che si riscopre debole come un bambino?

 

Francesco Chilla

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