Harris vs. Trump: un dibattito surreale sull’aborto

Lo scorso 10 settembre, al National Constitution Center di Philadelphia, in Pennsylvania, si è tenuto il primo dibattito presidenziale tra l’attuale vicepresidente degli Stati Uniti, Kamala Harris e l’ex presidente Donald Trump. Tra i diversi temi di cui si è parlato, certamente quello relativo all’aborto ha avuto un posto preminente. Per circa dieci minuti i due contendenti si sono confrontati sulle loro rispettive visioni sul tema. Il primo ad attaccare è stato Trump, accusando la Harris e i democratici di sostenere l’aborto fino al nono mese, prevedendo anche l’infanticidio del bambino dopo la nascita. A seguire, ha difeso il traguardo del rovesciamento della famosa sentenza Roe v. Wade che nel 1973 sancì una pietra miliare della giurisprudenza sull’aborto negli Stati Uniti e nel mondo.
La Harris ha prontamente risposto alle accuse, prendendo la palla al balzo dalla moderatrice che si è cimentata in un improvvisato “fact checking” delle parole di Trump, affermando perentoriamente che in America è illegale uccidere un bambino dopo la nascita. Peccato che il vicepresidente che la Harris ha scelto, Tim Walz, ha espressamente firmato a Maggio 2023, un disegno di legge volto a stralciare da una precedente legislazione del Minnesota le tutele dei bambini nati vivi a seguito di un aborto fallito. Una condotta omissiva non è meno colpevole di una attiva: lasciar morire un bambino è un infanticidio quanto lo è il pugnalarlo a morte.
Ma ecco le parole della vicepresidente: «sentirete un mucchio di bugie e questo non è un fatto sorprendente. Cerchiamo di capire come siamo arrivati a questo punto. Donald Trump ha scelto tre membri della Corte Suprema degli Stati Uniti con l’intenzione di annullare le protezioni di Roe v. Wade. E hanno fatto esattamente come voleva lui e ora in oltre 20 Stati ci sono divieti di Trump sull’aborto che rendono criminale per un medico o un’infermiera fornire assistenza sanitaria in uno Stato che prevede il carcere a vita. I divieti di Trump sull’aborto non fanno eccezione nemmeno per lo stupro e l’incesto, il che significa che una sopravvissuta a un crimine che ha violato il suo corpo non ha il diritto di decidere cosa accadrà al suo corpo. Questo è immorale».
È curioso che chi si fa fautore di un relativismo morale, quando si tratta di aborto, improvvisamente parla di “immoralità” come se potesse sancire con oggettività ciò che è morale o meno. Per la Harris è immorale non permettere ad una donna, che ha già subito la violenza di uno stupro, d’aggiungere a quella violenza anche l’uccisione di suo figlio. Un figlio totalmente estraneo alle colpe del padre, ma che subisce la pena di morte proprio per quelle colpe. E ciò mentre lo stupratore può continuare indisturbato a perpetrare il suo crimine, venendo meno proprio quel bambino la cui consanguineità col padre biologico è la prova suprema della sua colpevolezza.
Come di consueto, gli argomenti degli abortisti toccano le più intime corde dell’emotività e spostano abilmente il focus della questione: con l’aborto diretto, si pone intenzionalmente fine alla vita di un essere umano innocente che si sta sviluppando nel grembo materno, indipendentemente dalla fase gestazionale in cui ciò avvenga. Dunque, l’aborto è e rimane un male intrinseco, che venga espletato con una pillola abortiva entro le prime sette settimane dall’instaurarsi della gravidanza, o tramite una procedura chirurgica di Dilatazione ed Estrazione (D&X), eseguita tra le 13 e le 24 settimane di gravidanza in cui il bambino viene letteralmente fatto a pezzi ed estratto dall’utero materno, o, ancora, tramite una iniezione letale di digossina nel cuore del bambino e un parto precoce indotto a ridosso della fine della gravidanza. Che il lettore giudichi onestamente se tutto questo può essere definito come “assistenza sanitaria”.
Ma la Harris ha continuato affermando: «non è necessario abbandonare la propria fede o le proprie convinzioni per essere d’accordo sul fatto che il governo e Donald Trump non dovrebbero certo dire a una donna cosa fare del proprio corpo. Ho parlato con donne in tutto il Paese. Volete parlare di quello che la gente voleva? Di donne incinte che vogliono portare a termine una gravidanza che soffrono di un aborto spontaneo e a cui viene negata l’assistenza in un pronto soccorso perché gli operatori sanitari temono che possano andare in prigione e lei finisce per morire dissanguata in un’auto in un parcheggio. Lei non lo voleva, suo marito non lo voleva. Una dodicenne o tredicenne sopravvissuta a un incesto e costretta a portare a termine una gravidanza non lo vuole. E vi prometto che quando il Congresso approverà una legge per ripristinare le tutele della Roe v. Wade, come Presidente degli Stati Uniti la firmerò con orgoglio».
Peccato che, con l’aborto non si sta agendo sul corpo della donna, bensì sul corpo del figlio. Se l’aborto fosse un’azione il cui scopo riguardasse il corpo della donna, sarebbe lei a morire. Tutto ciò è inaccettabile per qualsiasi cattolico che, in quanto tale, non solo dovrebbe evitare qualsiasi peccato mortale, in quanto offesa a Dio Creatore, unico Sovrano della vita e della morte, ma anche il peccato veniale e le imperfezioni volontarie. Pertanto, dando il proprio beneplacito ad un delitto e un peccato grave come l’aborto, non si può rimanere fra le membra vive della Chiesa Cattolica. Eloquenti, a tal proposito, sono le parole di Nostro Signore, «come il tralcio non può portare frutto da sé medesimo, se non rimane nella vite, così neppure voi se non rimanete in me. Io sono la vite, e voi i tralci. Colui che rimane in me e io in lui, porta abbondanti frutti, perché, senza di me, non potete far nulla. Chi non rimane in me, è gettato via come tralcio che inaridisce, e viene poi raccolto e gettato ad ardere nel fuoco» (Gv. 4-6).
Ma la vicepresidente ha continuato affermando: «se Donald Trump dovesse essere rieletto, firmerà un divieto di aborto a livello nazionale; nel suo progetto per il 2025, ci sarà un osservatorio nazionale sugli aborti che monitorerà le vostre gravidanze, i vostri aborti spontanei […]».
Questo è un argomento abortista per terrorizzare psicologicamente le persone, giocando sulla confusione tra aborto diretto (abortion) e aborto spontaneo (miscarriage). Gli abortisti affermano che con un divieto d’aborto, verrebbero perseguite anche le donne che hanno avuto un aborto spontaneo, per il solo sospetto che ne siano state fautrici. Come conseguenza, dicono, le donne avranno paura di rivolgersi ad un medico in quei casi, morendo perciò dissanguate o per sepsi. Per approfondimenti, si rimanda il lettore al sito degli Universitari per la Vita, dove l’argomento è stato trattato a più riprese (qui, qui).
Qui basti rilevare che la responsabilità dell’eventuale morte di quelle donne non sarebbe da ascriversi ai divieti d’aborto, ma piuttosto a quei produttori di farmaci abortivi che spingono le donne ad acquisti illegali online e a procurarsi un aborto “fai da te”. Live Action ha mostrato come ci sono organizzazioni pro-choice che suggeriscono subdolamente alle donne di procurarsi un aborto e di recarsi negli ospedali paventando un miscarriage. Data la difficoltà del reperimento di prove dell’aborto “fai da te”, per un giudice è difficile accusare una donna per omicidio colposo. Vige comunque il principio in dubio pro reo. Se si trova una prova chiara del fatto che la donna si sia procurata un aborto, allora incorrerà nell’accusa di omicidio colposo. Detto ciò, quando una donna avesse per davvero un aborto spontaneo, vincerebbe in lei l’istinto di sopravvivenza e si rivolgerebbe necessariamente ad un ospedale. Starà poi al medico il compito anzitutto di salvarle la vita per evitare la sepsi, e poi di identificare l’eziologia dell’aborto (spontaneo o procurato).
Lo scorso dibattito presidenziale rimane comunque surreale: in un mondo sull’orlo del precipizio è insano dedicare così tante energie ad una battaglia per uccidere i propri figli e, così, il proprio futuro.
Fonte: Corrispondenza Romana
Fabio Fuiano




Speriamo vinca trump
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