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Sena Garven: “Il divieto di abortire non è positivo”, gli UpV: “L’aborto non è mai la soluzione. Ti spieghiamo perché”

ecografista

Riportiamo qui di seguito le nostre repliche ad una presunta lettera di una ecografista, pubblicata su una pagina Facebook, che ha avuto notevoli riscontri. Ci sembra dunque doveroso entrare nel merito delle questioni sollevate, affinché ogni pro-life possa rispondere con la logica ad argomentazioni puramente emotive come quelle che leggerete. In corsivo potete leggere le parole dell’ecografista, di seguito le nostre considerazioni in merito a quanto affermato.

Un ecografista racconta:
“Ok, il fatto è questo:
La legge anti-aborto approvata in Alabama è un fatto veramente preoccupante. Ohio, Missouri, Georgia, Mississippi, Arkansas, Kentucky… Mi rivolgo anche a loro, ma per ora concentriamoci sull’Alabama.
Se fino ad ora avete vissuto sotto una pietra, lasciate che vi racconti: il governatore dell’Alabama, Kay Ivey, ha da poco reso legge il divieto totale all’aborto, in qualsiasi caso, per qualsiasi ragione e in qualsiasi fase della gravidanza. Ad oggi si tratta della legge sull’aborto più restrittiva di tutti gli Stati Uniti.  Tutto ciò non va affatto bene, non è razionale e non è affatto accettabile. Se non mi conosci, molto probabilmente non sai cosa faccio per vivere. Sono un tecnico ecografista. Io e i miei colleghi osserviamo bambini ogni giorno e in ogni fase della gravidanza.

Cominciamo bene, parliamo di bambini, facenti parte della specie umana e in quanto tali titolari di una serie sterminata di diritti cui fa capo il diritto inalienabile alla vita. Non solo, sono tali proprio in ogni fase della gravidanza, come giustamente lei testimonia. Questo ci dice che lei sa esattamente che l’aborto sopprime un essere umano innocente.

Lavoro anche nell’unità di alto rischio, assistendo madri e feti in vari stati di salute, sia fisici che mentali. Se pensi che un divieto all’aborto sia una cosa positiva, io probabilmente sono la persona migliore per spiegarti perché ti sbagli.

Per cui, lascia che ti parli di…

Quelle donne che portano in grembo un feto senza cranio, il cui cervello fluttua semplicemente in giro, ma il battito cardiaco c’è ancora… Ebbene, loro non possono abortire.

Il codice deontologico della medicina, così come ogni codice che voglia fondarsi sull’etica, deve anzitutto basarsi sul principio, ripreso anche da Ippocrate, “primum non nocere”. Tale principio prevede che si metta in atto ogni azione possibile per non nuocere ad alcuno: nella fattispecie né alla madre, né al figlio. Quello che si sta portando avanti qui è un giudizio di valore sul figlio in base alla propria malattia: in pratica sembra che la malattia svilisca la dignità del figlio, anzi, ancor peggio, che tale dignità gli possa essere attribuita dall’esterno, sulla base di un giudizio sulla fantomatica “qualità di vita” del bambino. La dignità non è un attributo conferibile dall’esterno, bensì una caratteristica intrinseca di ogni vita umana che, in quanto intrinsecamente dignitosa, è anche indisponibile (ovvero nessuno ne può disporre come fosse un bene generico). Se l’anencefalia è una patologia incompatibile con la vita, si risolverà nel suo naturale percorso, ovvero la morte del bambino che però non sarà stata cagionata da alcuno per mezzo dei barbari mezzi con cui si pratica l’aborto (guarda caso di questo, non si parla mai … perché come tecnico ecografista non illustra ai suoi lettori i procedimenti abortivi utilizzati al variare della settimana gestazionale in cui vengono eseguiti?). Live Action ha riportato alcune storie di bambini nati con anencefalia che sono stati amati dai loro genitori fino all’ultimo istante. Inoltre, bisogna osservare che nel caso di una malattia fetale incompatibile con la vita, cioè tale da provocare la morte del bambino poco dopo la nascita, gli studi in merito mostrano che la scelta dell’aborto porta solitamente a stati psicologici peggiori rispetto al dare alla luce il bambino. Consigliamo la lettura di questo articolo che riassume i dati riscontrati dalla ricerca scientifica a riguardo.

Quelle donne il cui feto ha una rara mutazione cromosomica chiamata T13: gli organi si sviluppano fuori dal corpo e c’è una palatoschisi così grave che il naso è praticamente assente… Neanche loro possono abortire.

Vale lo stesso discorso di prima: se il criterio con cui si agisce è “primum non nocere”, vien da sé che nessuno può causare la morte di un altro. Pensa seriamente che lo smembramento sia un esito più “felice” della morte naturale di un bambino con una mutazione del genere? Senza contare che sta parlando di un’eventualità rarissima per poter giustificare la soppressione di tantissimi altri innocenti, sanissimi e per i più disparati motivi. Non v’è motivo alcuno per cui qualcuno può privare intenzionalmente della vita un essere umano innocente.

Quelle donne la cui pressione sanguigna schizza a valori così alti che svengono e rischiano la morte prima del parto… Non possono abortire.

Supponiamo che stia parlando di una condizione chiamata pre-eclampsia, in cui la pressione arteriosa sale e subentrano disfunzioni renali diagnosticabili dalla presenza di proteine nelle urine. Come tecnico ecografista dovrebbe conoscere molto bene la realtà delle cosiddette “sezioni C” d’emergenza (altrimenti detto parto cesareo). Solitamente la condizione di cui lei parla si presenta a gravidanza inoltrata, precisamente dalle 20 settimane di gestazione (cinque mesi). Grazie allo sviluppo tecnologico odierno, la viabilità fetale (la capacità di sopravvivere al di fuori dell’utero materno) sta retrocedendo sempre più al punto che un bambino, con gli ausili propri della terapia intensiva neonatale, riesce a sopravvivere e in un certo numero di casi riesce persino a vivere una vita considerata “normale”. Se il bambino prematuro muore, tale morte non sarà imputabile ad alcuno, dal momento che si è posta in essere ogni azione necessaria per la salvaguardia di entrambe le vite, e della madre e del figlio. A tal proposito la invitiamo a visionare la testimonianza del dottor Anthony Levatino (il quale spiega come invece l’aborto sia una procedura così lunga da condannare esso stesso a morte la donna che invece ha bisogno di un cesareo di emergenza immediato) e a leggere l’intervento di un tecnico di ultrasuoni come lei, nonché la storia di una bambina di San Diego che è nata pesando a malapena 250 g (un vero record di peso tra i neonati prematuri) e che oggi è in buonissima salute.

Quelle donne con una grave forma di emofilia per cui partorire sarebbe probabilmente fatale, per loro e per il bambino… Non possono abortire.

Nei suoi studi avrà certamente acquisito, come nozione medica, che l’emofilia è una malattia ereditaria genetica che in genere colpisce gli uomini, in quanto trasmessa tramite il cromosoma X. Le donne, dal canto loro, avendo un corredo cromosomico XX possono essere portatrici sane di tale malattia (un cromosoma X è mutato mentre l’altro è sano). Vi sono casi rarissimi in cui entrambi i cromosomi X sono mutati e ciò si verifica quando una donna è figlia di un padre emofilico e di una madre che è portatrice sana della malattia. Di nuovo lei usa, forse in malafede a questo punto, dei casi rarissimi per giustificare la soppressione di tantissimi altri innocenti. Come se non bastasse, dovremmo evidenziare che l’aborto è una procedura altamente invasiva, che porterebbe notevoli problemi relativi a sanguinamenti e conseguenti emorragie dovute alla malattia, portando così la donna alla morte in maniera finanche più probabile rispetto alla prosecuzione della gravidanza (l’aborto non è una procedura edulcorata e rosa). Ad oggi, peraltro è più che possibile gestire la gravidanza di una donna emofilica, a patto che sia seguita da un equipe di esperti come un ginecologo, un ematologo e un anestesista, in grado di agire con tecniche mediche fra loro complementari per garantire alla donna una gravidanza sicura. Per ulteriori approfondimenti suggeriamo la visione di un link che rimanda alle procedure usuali per il trattamento tanto della malattia quanto della gravidanza. L’aborto non è una soluzione neanche lontanamente contemplabile.

La ragazzina di 13 anni la cui scuola non è autorizzata ad insegnare Educazione sessuale e che quindi non le ha insegnato come evitare una gravidanza o le malattie sessualmente trasmissibili. Una ragazzina, il cui corpo non è ancora sviluppato abbastanza da portare a termine una gravidanza senza venirne danneggiato irreparabilmente… Quella ragazzina non potrà accedere all’aborto.

Le sembra normale che una ragazzina di 13 anni abbia già rapporti sessuali? Perché è tramite questi che una ragazza rimane incinta, non giriamoci intorno, non succede per “accidente”. Una ragazza di 13 anni non è pronta per un rapporto sessuale, si parta da questo invece che permetterle di accedere ad una procedura abortiva (se lei afferma che il suo fisico non tollererebbe una gravidanza, figuriamoci quali danni può provocare un aborto sul corpo di una ragazza di quell’età). Siamo d’accordo sull’educazione sessuale, ma deve esserci anche un’educazione all’affettività, così che quella ragazza sia consapevole che ogni nostro atto comporta una conseguenza e, annessa a quella conseguenza, una responsabilità. Nella fattispecie l’atto sessuale può condurre al concepimento di una nuova vita, distinta da quella della madre e di cui la donna non può disporre in virtù della summenzionata indisponibilità. Il dramma è che oggi stiamo insegnando alle giovani generazioni ad essere esenti da qualsiasi responsabilità e questo causa una molteplicità di problemi troppo grande per poterne parlare in qualche riga. Come se non bastasse, in realtà grazie al parto cesareo esistono casi di bambine che hanno conservato la propria vita nonostante siano rimaste incinte ad un’età nella quale la maggior parte delle donne non sono ancora sessualmente sviluppate.

Quella donna che è stata stuprata dall’amico che voleva solo “assicurarsi che arrivasse sana e salva a casa”… Non può abortire.

Tanto per cambiare, lei parla di casi rari che non costituiscono la totalità degli aborti compiuti nel mondo, bensì un’irrisoria percentuale. Detto ciò andiamo a fondo nel problema: chi è che la donna porta in grembo? Un bambino innocente. Se quel bambino è innocente, perché gli si commina una pena di morte (che tanto state cercando di abolire, salvo poi riservarla per ciò che vi fa comodo), per una colpa che invece è quella del padre? Sa che quell’ “amico” non aspetta altro che la ragazza abortisca per eliminare la prova suprema del suo misfatto? Allora le facciamo una proposta, si punisca lo stupratore piuttosto che il frutto del concepimento. Una vita vale ed è indisponibile al di là del modo in cui è stata chiamata al mondo. Un bambino concepito da uno stupro non ha meno valore di uno concepito in un rapporto voluto tra due coniugi. Ci sta dicendo forse che tutte le persone concepite da uno stupro meritano di morire? Un bambino, una volta che esiste, non è una scelta, è semplicemente un bambino. Moltissime donne violentate hanno fatto proprie queste semplici constatazioni e hanno dato la vita anche a quel figlio che spesso è proprio la causa della loro guarigione. La invitiamo ad ascoltare la testimonianza di Jennifer Christie (vittima di stupro) e quella di Rebecca Kiessling (donna concepita da uno stupro). Loro le direbbero: smettetela di usare le nostre storie e quelle di donne come noi per giustificare il massacro di tantissimi innocenti! L’aborto non è la soluzione, aggiunge solo violenza ad una violenza già subita e causa tormenti ben peggiori. La donna, che già ha dovuto subire l’aggressione fisica dello stupro, subirebbe un’ulteriore aggressione fisica in seguito ad una procedura altamente invasiva come quella abortiva. Per dare un’idea del fatto che il benessere psicologico di una donna non migliora certo con un aborto, suggeriamo la lettura di un articolo che spiega come gran parte delle donne rimaste incinte dopo uno stupro danno la vita senza rimpianti. Peraltro uno studio statunitense del 1996 ha riportato che il 38% delle donne rimaste incinte a seguito di uno stupro, ha fatto nascere il bambino. Questo difficilmente si può imputare a pressioni sociali. Come descritto nell’articolo precedente, è vero piuttosto il contrario: gran parte delle donne che si trovano in questa situazione si sentono spinte ad abortire dalle persone a loro vicine.

Quella donna con Sindrome dell’Ovaio Policistico che ha le mestruazioni ogni 3-4 mesi e non riesce a trovare un anticoncezionale che funzioni per lei… Non può abortire.

Ci risiamo, abbiamo già replicato, non intendiamo ripeterci ulteriormente.

Quella donna il cui “partner” ha tolto il profilattico durante il rapporto senza dirle nulla (questa pratica si chiama Stealthing e accade molto più spesso di quanto credi)… Neanche lei può abortire.

Questo avviene perché la sessualità, che è stata slegata completamente dal suo scopo, è divenuta semplicemente un mezzo di divertimento a buon mercato. Questo è esattamente ciò che succede quando si svilisce il suo significato e i ragazzi la usano come fosse un gioco senza assumersi un briciolo di responsabilità per quello che potrebbe accadere. Ora, lei sta suggerendo la deliberata soppressione di un innocente per pochi minuti di irresponsabilità di due giovani? Si rende conto di quello che afferma? La sua affermazione assume una gravità ancor peggiore per il fatto che, come ha detto dalle prime righe di questa sua testimonianza, lei sa perfettamente che quello nel grembo materno è un bambino innocente. Come al solito si propone la “soluzione semplice” perché si vuole evitare di affrontare la realtà drammatica della degradazione della sessualità. Più semplice garantire l’aborto ad una ragazza piuttosto che insegnarle il valore e la bellezza di una sessualità aperta al dono della vita. L’emotività non aiuta a trovare una soluzione ai problemi, anzi molto spesso ne accentua la gravità.

Quella donna con una gravidanza ectopica corneale, che probabilmente crescerà fino ad ucciderla… Non può abortire.

Premettiamo che di fatto, nella maggior parte dei casi, la gravidanza extrauterina si risolverà con la morte dell’embrione che non riesce a crescere all’interno della tuba, motivo per cui gli interventi di rimozione successivi verrebbero condotti su un embrione non più vivente e quindi sarebbero più che leciti. Nei rarissimi casi (tanto per cambiare) in cui il feto continuasse a vivere vi sono due possibilità: (1) o è il caso di un feto che riesce per miracolo ad arrivare al quarto o al quinto mese senza rottura della tuba – per cui ricadiamo nel caso precedente di cesareo d’emergenza in cui il bambino viene fatto nascere prematuro – (2) o, in caso di complicazioni precedenti al quinto mese che costituiscano una motivazione grave e proporzionata, si ricorre invece alla cosiddetta salpingectomia, in cui l’oggetto diretto dell’operazione è la tuba, non certo il bambino, e quest’ultimo muore come conseguenza indiretta (ovvero, non voluta!) dell’escissione della tuba. Se si vuole una prova del fatto che è la tuba l’oggetto dell’operazione e non il feto, basterebbe notare come nel caso di illecita rimozione del solo feto, lasciando la tuba in sede, la preoccupazione del medico per la vita della madre rimarrebbe invariata, in quanto la tuba rimasta in sede è comunque danneggiata e potrebbe andare incontro a rottura persino dopo che il feto ectopico è stato rimosso (il processo di danneggiamento comincia dall’impianto dell’embrione, la rottura della tuba non segna certo lo spartiacque tra una tuba sana e una tuba malata). Lo scopo era quello di salvare la vita della donna? Ebbene, tale scopo è stato ottenuto ma non al prezzo della deliberata e volontaria soppressione di un essere umano innocente (che non può essere in alcun modo paragonato ad un ingiusto aggressore). Si spera che in futuro la ricerca permetta di trasferire l’embrione in maniera efficace nell’utero materno senza complicazioni, cosicché diverrebbe lecita anche la salpingostomia (rimozione precoce del solo embrione interno alla tuba). Se tuttavia si punta a “risolvere” il problema solo con l’aborto, come si può sperare che qualcuno finanzi una ricerca in tal senso?

Riflettiamo a questo punto in maniera più attenta su quali possono essere le cause di una gravidanza ectopica, cosa di cui casualmente non si parla mai. Lei sa benissimo che i contraccettivi, soprattutto quelli di natura ormonale (per cui pillola del giorno dopo, pillola dei cinque giorni dopo e pillola estroprogestinica, per fare degli esempi), agiscono proprio sui delicatissimi equilibri ormonali della donna. In condizioni standard, nel corpo umano le quantità di ormoni che veicolano determinati processi biofisiologici sono veramente molto piccole (potremmo dire che equivalgono ad una goccia d’acqua in un lago) e per questo facilmente perturbabili con un intervento dall’esterno. Sappiamo che tali micro-quantità ormonali sono responsabili, tra le altre cose, della motilità della muscolatura liscia delle tube di Falloppio, il cui scopo, dopo il concepimento, è quello di trasportare l’embrione nell’endometrio affinché avvenga il processo di annidamento. Con l’utilizzo di farmaci ormonali, tale motilità viene compromessa col risultato che v’è una non trascurabile probabilità che l’embrione si blocchi a metà strada e quindi si annidi in tuba causando la gravidanza ectopica. Si rende quindi conto che diffondere una cultura contraccettiva e rendere più massivo l’utilizzo di tali farmaci costituisce un serio danno per la salute fisica della donna? Questo è il vero problema a monte, non l’accesso all’aborto. Un altro motivo per cui le gravidanze ectopiche sono in aumento è il ricorso sempre più frequente alla fecondazione in vitro, il che rende ancor più evidente come persino la FIVET sia uno strumento che provoca morte.

Quella donna che ha già due bambini che a stento può nutrire, e il cui anticoncezionale ha raggiunto un prezzo troppo alto… Non può abortire.

Questa osservazione sottintende che l’esercizio della sessualità sia qualcosa di necessario, al pari dell’attività respiratoria. Ebbene, fisiologicamente parlando, mentre senza respirare si rischia la morte, questo non può certo dirsi per l’attività sessuale. Se una donna non ritiene di essere nella condizione di avere altri figli dovrebbe essere pacifico che si renda necessaria un’astensione dalla pratica sessuale col coniuge. L’amore è anche sacrificio e la sessualità non può essere ridotta ad una mera componente ludica (altrimenti torniamo al fenomeno di cui lei parlava prima). L’aborto non può e non deve essere utilizzato come contraccettivo: si sopprime una vita innocente perché non si riesce a rinunciare alla sessualità? Questo è assurdo per chiunque abbia un minimo di buon senso e dia il giusto valore alla vita umana. Se pesassimo sui piatti di una bilancia un bisogno istintivo – ma domabile col la ragione di cui ogni uomo è dotato e che lo distingue dagli animali – e la vita di un bambino dovrebbe essere chiaro quale piatto abbia il peso maggiore. Smettiamola di ragionare con la pancia e cominciamo ad usare la testa.

Quella diciottenne che ha appena iniziato l’università, che la renderà la prima laureata in famiglia, se solo potesse continuare a frequentarla… Ella non potrà abortire

Che un bambino comprometta la carriera accademica o lavorativa della madre è una grande menzogna che il mondo pro-choice così profusamente diffonde da tempo immemore. Spesso si effettua questa generalizzazione senza comprendere, per motivi meramente ideologici, l’errore logico di fondo: se uno afferma che tutte le pecore di un gregge sono bianche, tale affermazione viene smentita non appena vi si trovasse una pecora nera. Vi sono molte donne che hanno raggiunto, indipendentemente dalla gravidanza e da quanto si sente dire, un appagamento a livello accademico e lavorativo. Recuperiamo quindi la logica anzitutto e solo dopo facciamo un discorso sensato. La invitiamo a prendere visione delle testimonianze più evidenti pubblicate sul sito di Live Action. Di nuovo, metta sui piatti della bilancia la vita di un nuovo essere umano e i problemi accademici, se ha onestà intellettuale capirà anche qui quale piatto pesa di più.

Quella donna la cui spirale intrauterina al rame si è spostata leggermente, magari perché posizionata male dal medico, e che ora mette a rischio sia lei che la gravidanza che avrebbe dovuto evitare… Anch’ella non potrà abortire.

Questa è un’ulteriore riprova di come i contraccettivi siano un semplice specchio per le allodole. La loro efficacia è limitata da una molteplicità di fattori tra i quali il maggiore è immancabilmente proprio l’errore umano. La sua affermazione mostra come in realtà la cultura contraccettiva e quella abortiva siano strettamente correlate: se la contraccezione fallisce, l’estremo contraccettivo è proprio l’aborto. Di nuovo, noi giovani vorremmo che ci fosse insegnato il valore della sessualità e la bellezza del dono della vita piuttosto che essere istruiti su come svilire il nostro corpo, renderlo semplice oggetto di piacere sfruttabile da chiunque e inventare metodiche sempre più fantasiose per danneggiare sé e gli altri.

Tutte le tante, tante, tantissime donne che semplicemente non vogliono sostenere una gravidanza per ragioni che appartengono loro, e a loro soltanto. Problemi di salute, relazioni tossiche, problemi finanziari, problemi sociali… Non potranno abortire.

No, tali ragioni non appartengono “solo a loro”, ma anche al bambino che hanno in grembo e che non può in alcun modo scegliere di non essere smembrato dagli attrezzi dell’abortista. Qualunque motivazione si possa addurre non è sufficiente a privare della vita un essere umano innocente, ma non ci ripetiamo ulteriormente. Quando una donna concepisce è già madre, non c’è alcuna scelta. È come se volessi “scegliere” di non provare il caldo d’estate: il caldo c’è e basta non posso “scegliere” che non ci sia. “Veritas est adaequatio rei et intellectus”, diceva la filosofia aristotelica: non possiamo plasmare la realtà col nostro pensiero, ma è il pensiero che deve necessariamente adattarsi alla realtà delle cose. La realtà del concepito, dopo tutto quello che abbiamo detto è chiara, il pensiero deve adattarsi a tale realtà altrimenti si provoca solo morte e per i motivi più disparati come chiunque può constatare (finanche i più futili, e se nessuno, secondo la sua logica, può permettersi di quantificare quanto sia valida una determinata ragione, non c’è limite alle possibilità che ognuno percepisce come “gravi” nonostante manchi una gravità oggettiva). Il relativismo non aiuta l’uomo, anzi lo fa solo sprofondare nell’abisso poiché non c’è più nulla di stabile su cui costruire. Lo Stato ha il dovere di fare il possibile per venire incontro alla donna, in un’ottica di solidarietà, ma è assurdo che si pretenda di dire che solo perché alcune situazioni sono difficili, esse ammettono un’uccisione. Di nuovo, la domanda importante è se il concepito sia una persona. Se lo è, ucciderlo non è lecito neanche per rimediare ad una situazione di grave disagio, così come una moglie non può uccidere il marito per intascare il premio dell’assicurazione sulla vita e risolvere una situazione di grave indigenza.

Alcuni di questi casi potrebbero magari sembrarti legittimi e sensati. E potresti aver ragione. Ma la questione è che nessuno dovrebbe decidere cosa fare del corpo di un’altra persona, neanche per salvare una vita.

Esatto! Nessuno può decidere cosa fare del corpo di un’altra persona: neanche una madre può decidere per lo smembramento del corpo del figlio.

C’è bisogno di un permesso scritto dalla persona deceduta per poter prelevare gli organi che salverebbero numerose vite. Non puoi costringere qualcuno a donare gli organi, a donare sangue, a donare il midollo, a prescindere dalla situazione. Allo stesso modo non puoi costringere una donna a fare del suo corpo ciò che vuoi tu. Fine della storia.

L’unica storia che finisce sa qual è? È quella del bambino che non la racconta solo perché si trovava “nel posto sbagliato” o meglio, il posto che sarebbe dovuto essere il più sicuro al mondo per lui e che invece è stato trasformato nella sua tomba.

Approfondiamo a questo punto l’analogia tra gestazione e donazione di sangue o midollo. Tale analogia viene utilizzata per sostenere che, anche se il concepito fosse una persona, l’aborto dovrebbe essere permesso. Il fatto stesso che alcuni filosofi pro-choice come Judith Jarvis Thomson e David Boonin abbiano dedicato decine o centinaia di pagine alla difesa di questa posizione dovrebbe farci drizzare le antenne. Forse gli stessi pro-choice avvertono quanto sia instabile la tesi della non-personalità del concepito. La Thomson, nel suo famoso articolo del 1971 ammette espressamente: «I am inclined to think also that we shall probably have to agree that the fetus has already become a human person well before birth». Ci sono comunque vari problemi con questa analogia.

1) Come visto prima, l’aborto tipico, eseguito per isterosuzione od embriotomia è un’uccisione diretta. Se perfino smembrare una persona non è uccidere ma lasciar morire, allora probabilmente nessuna persona nella storia dell’umanità ha mai ucciso nessun altro, e tutti gli accoltellatori della storia hanno soltanto “lasciato morire” le loro vittime. Le situazioni sono completamente diverse, perché nel caso di un malato a cui viene rifiutata una trasfusione la sua morte non è un mezzo, ma un effetto collaterale dell’azione del rifiuto.

2) Il secondo problema è che viene affermato che non è possibile obbligare una persona a fare qualcosa, magari limitare la propria autodeterminazione corporale, al fine di salvare qualcun altro. Questo sembra assolutamente falso. La legge italiana e quelle di molti altri paesi riconoscono il reato di omissione di soccorso. Uno Stato può chiaramente obbligare i cittadini a limitare la propria libertà, magari soccorrendo un ferito stradale invece che tirare dritto per andare ad un appuntamento piacevole o importante. La domanda è casomai fino a che punto uno Stato possa obbligare qualcuno ad aiutare gli altri.

3) Il caso della donazione di un organo, oltretutto, non è affatto analogo al caso della gestazione, nel quale la donna non viene privata di alcun suo organo, ma semplicemente permette ad un suo organo (l’utero) di compiere la sua naturale funzione. Non c’è alcun dubbio che sia obbligatorio e non supererogatorio utilizzare il proprio corpo per conservare la vita di una persona che ne ha bisogno (si pensi di nuovo al reato di omissione di soccorso) soprattutto se la persona che ha bisogno è il figlio del soccorritore.

4) L’analogia è molto limitata. Nel caso di una donna che abortisce, è certo che il feto non ancora viabile morirebbe al di fuori dell’utero. Nel caso delle donazioni potrebbe sempre trovarsi un altro donatore pronto a salvare la vita al malato.

5) Esistono altre analogie che mostrano come uno Stato possa giustamente costringere delle persone non solo a sacrificare la loro libertà, ma perfino a rischiare la vita se ciò è indispensabile a salvare un maggior numero di vite. Il caso è quello della chiamata alle armi in caso di guerra.

 Se un altro paese dovesse dichiararci una guerra palesemente ingiusta, che potrebbe portare alla morte di moltissimi cittadini italiani ed alla perdita delle libertà fondamentali di quelli che resteranno in vita, ci sembra ovvio che sarebbe nostro dovere difenderci. A tale scopo lo Stato agirebbe giustamente se costringesse tanti giovani uomini a rischiare la loro vita in battaglia per difendere un maggior numero di persone. Quindi, a maggior ragione, non si riscontra niente di ingiusto nel vietare l’aborto.

Ma la storia non finisce qui, vero? Perché il peggio deve ancora venire: se l’aborto è considerato un omicidio, perché non considerare un aborto spontaneo come omicidio colposo? Si, è già realtà. El Salvador, Ecuador, e ora USA… Una donna può andare in carcere per un aborto spontaneo o per un figlio nato morto, perché non si sa mai che proprio lei abbia fatto qualcosa per causarlo. Donne che hanno realmente avuto un aborto spontaneo non chiederanno aiuto ad un medico. Moriranno dissanguate sul pavimento del loro bagno o moriranno per una sepsi.

Di chi sarebbe la responsabilità dell’uccisione di quelle donne? Delle leggi contro l’aborto oppure di quegli esponenti delle case farmaceutiche produttrici di farmaci abortivi che hanno suggerito alle donne di comprare illegalmente online quei farmaci e procurarsi un aborto “fai da te”? Ancora una volta Live Action ha mostrato come, in maniera subdola, ci sono organizzazioni pro-choice che suggeriscono alle donne di procurarsi un aborto e di recarsi negli ospedali affermando di aver avuto il cosiddetto “miscarriage”. Questo in definitiva, data la difficoltà del reperimento di prove dell’aborto “fai da te”, è la causa della difficoltà da parte di un giudice di accusare una donna per omicidio colposo. Vige comunque il criterio di “innocenza fino a prova contraria”. Se si trova una prova chiara del fatto che la donna si sia procurata un aborto, allora incorrerà nell’accusa di omicidio colposo. Detto ciò, quando una donna avesse per davvero un aborto spontaneo, vincerebbe in lei l’istinto di sopravvivenza e si rivolgerebbe necessariamente ad un ospedale. Starà poi al medico il compito anzitutto di salvarle la vita per evitare la sepsi, e poi identificare l’eziologia dell’aborto (che sia stato spontaneo o procurato). Come se non bastasse, una buona parte dei casi in America in cui si è affermato che delle donne erano state processate per aborto spontaneo, si sono rivelati essere – ad un opportuno fact checking – proprio dei reati perpetrati dalle donne nei confronti dei figli. In definitiva la donna che dovesse procurarsi un aborto, oltre ai problemi fisici annessi, dovrà fare in conti con la propria coscienza per aver soppresso il proprio figlio, indipendentemente dal fatto che pagherà o meno l’azione che ha commesso col carcere. Bisogna anche tenere conto che gli aborti spontanei sono purtroppo molto numerosi, mentre gli aborti volontari clandestini nei paesi in cui l’aborto è illegale sono, secondo molte statistiche, molto, molto più rari. Questo basta ad escludere che nel caso in cui una donna si presenti da un medico per un aborto, essa debba essere anche solo sospettata di averlo indotto, a meno che emergano altri dati che puntano in quella direzione.

Se si inizia a incarcerare donne e medici per aver preso decisioni riguardanti la salute, che non interessano nessuno se non loro stessi, allora bisogna aspettarsi che le donne smettano di rivolgersi ai medici per sottoporsi a procedure sicure e inizieranno invece a ordinare pillole online o ad usare qualsiasi strumento metallico esse riescano a trovare per porre fine autonomamente alla propria gravidanza.

E la soluzione a questo sarebbe permettere a tanti innocenti di essere sterminati oppure lavorare perché l’aborto un giorno sia impensabile esattamente come oggi è impensabile la schiavitù? In passato la schiavitù era la normalità, ma ci sono state innumerevoli persone che si sono battute perché divenisse impensabile. Sappiamo dunque che è possibile raggiungere il proprio obiettivo e noi continueremo a lottare finché non l’avremo perseguito. Non si può normalizzare un delitto solo perché c’è qualcuno che nonostante tutto lo commetterà. Con tale logica dovremmo legittimare l’omicidio e il furto solo perché c’è chi comunque continua a perpetrare tali azioni delittuose. Per quel che riguarda gli aborti clandestini, è difficile stimare con precisione la frequenza di qualcosa che avviene in clandestinità, ma delle stime affidabili sulla frequenza degli aborti clandestini in Italia e negli USA esistono. Per quel che riguarda l’Italia rimandiamo ad un articolo che riporta le cifre sull’aborto prima e dopo la legge 194.

Ciò che più ci preme sottolineare dell’articolo in questione è quanto i dati forniti al tempo della legalizzazione dai Radicali fossero assurde. Essi parlavano di oltre 20000 donne morte ogni anno di aborto. In realtà, il numero di morti totali in Italia di donne in età fertile, per qualunque causa (dal suicidio all’infarto, passando per cancro ed incidenti) erano meno di 10000, ed il numero di donne morte in aborti clandestini era ovviamente molto più piccolo. Risulta quasi impossibile credere che i Radicali credessero davvero alle loro stesse statistiche, da quanto queste confliggevano con i fatti. Può essere buona una legge che necessita la menzogna per essere accettata?

Per quanto riguarda gli USA, la parola passa al medico ex-abortista Bernard Nathanson, il quale ha ammesso che negli anni ’60 lui ed altri propugnatori dell’aborto legale hanno mentito diffondendo statistiche sugli aborti clandestini ingigantite di alcuni ordini di grandezza. Quelle statistiche giocarono un grande ruolo nell’accettazione dell’aborto negli Stati Uniti. Tutto questo dovrebbe farci riflettere molto.

Tutto ciò non ha nulla a che vedere con la “sacralità della vita”. Non più. Si tratta di controllare le donne. Null’altro.”

Gli unici che vogliono controllare le donne sono esattamente coloro che, ricercando l’interesse dell’industria abortiva-contraccettiva, spingono affinché accedano ad aborto e contraccezione. È risaputo infatti che l’industria annessa alla pratica abortiva è immensa e comprende tantissimi settori. Live Action ha evidenziato più volte come la Planned Parenthood abbia usato l’aborto (anche per epoche gestazionali molto prossime al parto, se non addirittura in corrispondenza del parto stesso) per poter favorire il traffico di organi e tessuti. In tale prospettiva i malcapitati bambini vengono considerati alla stregua di sacchi d’organi da depredare con le procedure più terribili. Chi è che ama davvero le donne? Chi vuole usarle come oggetti di commercio (anche tramite la prostituzione a cui l’aborto fa molto comodo) e scopi ludici o chi desidera che preservino la propria vita, la propria integrità e quella dei propri figli?

Sena Garven

Cordialmente,

Fabio Fuiano, segretario degli Universitari per la Vita e Matteo Casarosa, rappresentante degli UpV della Toscana.

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