La regalità a servizio della vita

L’esito referendario italico del 1946 ha celebrato la sconfitta dell’istituzione monarchica nel Belpaese, scaturendo una fin troppo acrimoniosa avversione dei più verso la regalità, ma storicamente molte corone europee si sono dimostrate fedeli custodi della verità e due in particolare negli ultimi tempi hanno dimostrato la propria dedizione nella difesa della vita, pur in forme differente: il più celebre re Baldovino del Belgio e il meno noto, ma più audace principe Luigi del Liechtenstein.

Baldovino è rimasto nella storia per la sua ferma opposizione alla ratifica di una legge approvata nel 1990 dalle assemblee parlamentari belghe, la quale legalizzava l’aborto entro le prime dodici settimane dal concepimento; la sua coscienza di cattolico gli imponeva di non poter sottoscrivere tale scellerata disposizione, ma, al contempo, egli sentiva la propria responsabilità nel non ingenerare un conflitto istituzionale che avrebbe paralizzato la nazione, così come riportato dal carteggio con il primo ministro di allora: «Ritengo che firmando questo progetto di legge e dimostrando nella mia qualità di terzo ramo del potere legislativo il mio accordo con questo progetto, assumerei inevitabilmente una certa corresponsabilità. E questo non posso farlo, per i motivi sopra esposti. So che agendo così non scelgo una strada facile e che rischio di non essere capito da un buon numero di concittadini. Ma è la sola via che in coscienza posso percorrere. […] Capisco peraltro molto bene che non sarebbe accettabile che, a causa della mia decisione, venisse bloccato il funzionamento delle nostre istituzioni democratiche. Per questo invito il Governo e il Parlamento a trovare una soluzione giuridica che concili il diritto del Re a non essere obbligato ad agire contro coscienza con la necessità del buon funzionamento della democrazia parlamentare.». Il Parlamento, di fronte allo stallo cagionato da tale opposizione, escogita un impiego estensivo dell’articolo 82 della Costituzione, il quale afferma che il governo può subentrare al sovrano «se il re si trova nell’impossibilità di assolvere alle sue funzioni di Capo dello Stato» e fino ad allora era stato interpretato con riferimento esclusivo ai casi di malattia grave e limitazione della libertà personale: il monarca viene esautorato fino alla ratifica della legge, dopodiché gli viene restituito il potere regale; alquanto significativa è la scelta di coscienza di re Baldovino che non ha voluto apporre il proprio nome su tale legge abominevole, nonostante si possa legittimamente obiettare che egli avrebbe potuto porre in essere una più tenace reazione alla sua esautorazione, disinteressandosi della “necessità del buon funzionamento della democrazia parlamentare”.

Un minor risalto mediatico a prezzo di un miglior risultato concreto si è verificato nel principato del Liechtenstein, dove la disposizione del codice penale del 1987 che limitava la liceità dell’aborto al «serio pericolo di vita o di salute per la donna» e alla circostanza in cui la gravida sia una giovane nubile minore di quattordici anni fu soggetta ad un referendum il 18 settembre 2011, finalizzato anch’esso a legalizzare l’aborto entro le dodici settimane dal concepimento: dato che la carta costituzionale della piccola nazione alpina garantisce al sovrano il diritto di veto, il principe Luigi dichiarò pubblicamente che, in caso di esito positivo della consultazione referendaria, a motivo della propria coscienza, avrebbe apposto il proprio veto. Ciò non fu necessario perché il 52,26% degli aventi diritto votò negativamente con uno scarto di 516 voti rispetto a quanti optarono per il sì, ma non fece che confermare la preziosità dello strumento del veto principesco in mano ad un monarca che, in virtù della propria fede cattolica, non esitò a schierarsi apertamente e con la pienezza dei propri mezzi in difesa della vita.

Daniele Laganà

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