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LEGGE 194: NASCITURI SENZA “AVVENIRE”

A dir poco vergognosa è stata la posizione rilanciata dal giornale dei Vescovi italiani “Avvenire”, riguardo la legge 194, nell’intervento di Angelo Moretti, intitolato: “Superare residui ideologici. La solida regola del dialogo di fronte all’inedito – RU486”, e pubblicato nell’edizione dello scorso 27 Agosto.

Vi troviamo scritto:

Ma la legge 194 non è una legge contro la vita e può essere accettata dai cattolici. Riconoscere che un embrione sia l’inizio di una vita significa rendere di per sé illegittima la legge sull’aborto? No, se si intende la ratio legis della 194 per quella che è: una legge che regolamenta un fenomeno, che lo rende una questione pubblica, non una legge che promuove o che serve a dichiarare una questione di principio. La 194 non è una legge che mette in discussione la dignità ontologicamente intrinseca di un embrione, è una legge intervenuta a disciplinare un fenomeno sociale che non ha bisogno di leggi per esistere: l’aborto verrebbe praticato anche in assenza di una norma che ne regolamentasse i contorni e i dettagli della responsabilità pubblica e privata, con grande aggravio e rischio per le donne che decidano liberamente o che si sentano costrette per svariati motivi ad abortire. Un cattolico che chiede di applicare in ogni sua parte la 194 non sta affermando un valore diverso dalla sua fede, crede nella vita, in ogni vita, dal concepimento alla vecchiaia, comprende semplicemente un’impalcatura legislativa che definisce una cornice entro cui l’aborto viene sottratto sia alla privatizzazione sia all’imposizione pubblica”. 

Fa rabbrividire leggere queste righe che potrebbero tranquillamente essere state composte negli anni ’70 da un’attivista femminista fautrice della 194, ma invece sono state scritte da un giornalista sedicente cattolico e pubblicate niente meno che sul quotidiano ufficiale della Conferenza Episcopale Italiana.

Queste parole dovrebbero essere considerate scandalose da qualsiasi persona dotata di umanità e buon senso, a maggior ragione da chiunque sostenga di aderire alla fede cristiana e di condividerne i principi e i valori.

La legge 194 è intrinsecamente contro la vita umana ed è fuori da ogni logica affermare il contrario, perché essa autorizza e legittima l’omicidio, l’uccisione di bambini nel grembo materno, ha causato oltre 6 milioni di morti negli ultimi 40 anni, un autentico genocidio, ed oggi in media provoca 200 vittime al giorno.

Non può, dunque, essere in alcun modo accettata né tollerata, meno che mai dai cattolici, perché radicalmente contraria al loro credo, in quanto si oppone totalmente al 5° comandamento: “Non uccidere”, ed in una maniera terribile dato che permette il barbaro assassinio dei più deboli, innocenti ed indifesi in assoluto, cioè l’aborto. Tale pratica, inoltre, comporta, come stabilito dal canone 1398 del Codice di Diritto Canonico, la scomunica latae sententiae, cioè automatica.

Un cristiano cattolico, pertanto, non può esimersi dal rifiutare, condannare e contrastare questa norma pubblicamente, senza commettere una gravissima colpa.

Nel suo articolo, invece, Moretti l’ha difesa apertamente e, subito dopo, ha avuto anche il coraggio di riconoscere che un embrione umano costituisca una vita, senza nondimeno specificare di quale tipo, e quindi, implicitamente, degradandola ad una forma inferiore.

Vi è stata poi l’insinuazione che sia giusto che un “fenomeno” come l’aborto, invece che essere combattuto al fine di cancellarlo, venga legalizzato e regolamentato, e che ciò non comporterebbe una sua promozione o la dichiarazione di una questione di principio. È, invece, palese che la 194, autorizzandolo, di per sé costituisca una promozione essenziale di questo atto, ed abbia portato a far affermare e consolidare nell’opinione pubblica, il principio secondo cui l’infanticidio sia giusto, in quanto approvato e tutelato dalla legge. Il giornalista “cattolico”, invece, ha il coraggio di negare questo fatto incontrovertibile.

Se il suo discorso fosse corretto, allora sarebbe logico che si ammettesse di disciplinare qualsiasi altro fenomeno criminoso in quanto “fenomeno sociale che non ha bisogno di leggi per esistere” e che “verrebbe praticato anche in assenza di una norma che ne regolamentasse i contorni”.

C’è, tuttavia, da dubitare fortemente che il Moretti si sarebbe espresso negli stessi termini in riferimento all’omicidio di persone adulte o di bambini già nati, così come ad altri crimini quali ad esempio il furto e lo stupro, che pure vengono commessi nonostante non siano permessi dalla legge.

È chiaro, pertanto, che l’autore, in realtà, non considera i nascituri bambini a tutti gli effetti, con eguale dignità e diritti di quelli già venuti alla luce, ma piuttosto delle vite umane di serie B, incomplete, non pienamente in essere ed in definitiva, non ancora tali.

Per quale ragione, altrimenti, la loro uccisione dovrebbe avere un peso e un’importanza nettamente inferiore rispetto a quella delle altre persone? Perché gli altri omicidi dovrebbero essere perseguiti mentre l’aborto sarebbe solo un fenomeno sociale da normare? Perché nella sua pratica si dovrebbe avere la massima cura di non mettere a rischio la vita della donna, ma nessun riguardo o considerazione per quella del bambino che si va a stroncare?

Forse perché è ancora molto piccolo, non autocosciente ed autosufficiente, oppure semplicemente invisibile all’occhio (scusa ormai non più valida, viste le moderne tecniche di diagnostica per immagini)?

Domande retoriche a quanto pare.

Le tesi sostenute da Angelo Moretti ed avallate dal quotidiano Avvenire sono, dunque, non soltanto deprecabili ed immorali, in particolare da un punto di vista cattolico, ma anche fortemente contraddittorie ed espressione di squallida ipocrisia.

Straziante è stato altresì il silenzio della Conferenza Episcopale Italiana, seguito alla pubblicazione dell’articolo. Ci si sarebbe aspettati una dura condanna dell’intervento e la sua immediata cancellazione, ma, purtroppo, contro di esso nessuna voce critica o di dissociazione si è levata, in una tacita ma evidente approvazione del suo contenuto.

Questa è stata una negligenza gravissima, soprattutto perché di Vescovi della Chiesa Cattolica, che dovrebbero essere i primi testimoni e custodi della fede cristiana, dei suoi principi di verità e giustizia, capofila nella lotta in difesa della vita umana.

Essi, invece, col loro silenzio-assenso continuano a voltare le spalle ai fedeli e alle persone di buona volontà che combattono ogni giorno, incessantemente, alacremente ed a prezzo di pesanti sacrifici, contro l’aborto e la 194, e che si aspetterebbero per lo meno di trovare in loro delle guide e dei punti di riferimento sicuri.

Alla luce di tutto ciò lanciamo un accorato appello a quella parte del mondo cattolico e del clero che ha rinnegato la causa pro-vita e che, in nome del dialogo col mondo, si è sottomesso alle sue regole e logiche mortifere, arrendendovisi.

Che essa ritorni, secondo il vero cattolicesimo, a difendere la giustizia e la vita da ogni attacco, integralmente e senza compromessi.

Valerio Duilio Carruezzo

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