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Gli aborti stanno diminuendo? NO e vi spieghiamo perchè

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Per quanto riguarda il delicato tema dell’aborto si cade spesso in un inganno che falsa la lettura di sondaggi e statistiche: si tende cioè a considerare aborto solo ciò che avviene sulla tavola operatoria, dimenticando che quella è solo una piccola parte di un quadro ben più grande.

A questo riguardo, è stato scritto un articolo su Bologna Today, il 10 ottobre 2019, il cui titolo contribuisce a confondere le idee perché recita: “Sanità, calano gli aborti in regione: aumenta tra i giovani la richiesta di contraccettivi”, come se l’aborto stesse scomparendo dal suolo emiliano. L’articolo di commento ai report regionali, prosegue dicendo che “continua a calare in Emilia-Romagna la quota di interruzioni volontarie di gravidanza. Si parla di 6.874 aborti nel 2018, il numero più basso dal 1980, con una diminuzione del 4% rispetto al 2017 (furono 7.130 casi). Si conferma così il trend di riduzione degli ultimi anni: dal 2004, quando si registrarono 11.839 interruzioni, al 2018, il calo è stato di oltre il 41%”.

Tuttavia, mentre si registra un calo della pratica chirurgica, si ha un aumento della pratica farmacologica: “con la pillola Ru486, che riguarda il 34,1% dei casi”, questo il dato riportato dalla Regione. Non si può, dunque, parlare di una diminuzione in assoluto della pratica abortiva, anzi quest’ultima sembra accomunare donne molto diverse per età e stato professionale: “Andando a fare una sorta di identikit delle donne che fanno ricorso all’Ivg, la maggior parte dei casi sono concentrati fra i 25 e i 29 anni (oltre il 64%). I 53,8% delle donne è nubile e il 40,1% coniugata. Il 62% risulta avere almeno un figlio. E ancora, quasi il 40% delle donne che abortiscono ha bassa scolarità, mentre il 45,5% è in possesso di un diploma e il 15% è laureata. Infine, il 54% delle donne risulta occupata il 17% casalinga e il 20,2% è disoccupata”. Tali percentuali fanno riflettere: più è alto il grado di istruzione meno la pratica è diffusa (solo il 15% delle donne ha laurea) anche se comunque la maggioranza (54%) risulta in possesso di un’occupazione, contro il 20% che si dichiara in disoccupazione. Se, da una parte, l’istruzione sembra allontanare dall’aborto, la ragione economica non sempre lo fa: le disoccupate, infatti, sono il 20% e le madri di famiglia il 60%. Si potrebbe affermare peraltro che più che avere un’occupazione (stabile o no), comunque importante nella decisione se abortire, è rilevante il numero di figli che si hanno già a carico. A fronte di quanto osservato, dunque, sarebbe più che auspicabile che la Regione, invece di finanziare la contraccezione (compresa quella di emergenza), si interrogasse sulle politiche per la famiglia che, ancora una volta, si dimostrano decisive per la salute della donna e dell’Italia intera.

Attualmente il nostro Sistema Sanitario Nazionale prevede la fornitura di una pillola specificamente abortiva e la possibilità di acquistare liberamente in farmacia altri due tipi di pillole c.d. “contraccettivi di emergenza” al prezzo massimo di 26,90 euro:

  • La pillola RU486, ammessa in Italia nel 2009, è un farmaco a dispensazione ospedaliera, specificamente abortivo, da assumere nei primi 49 giorni della gravidanza. L’aborto farmacologico in questo caso avviene attraverso la somministrazione di una prima pillola (a base di mifepristone) in grado di bloccare la crescita del concepito e, dopo due giorni, di un’altra pillola (a base di prostaglandine) capace di indurre l’eliminazione dell’embrione mediante sanguinamento e contrazioni. Le statistiche Istat fornite dal Ministero della Salute per l’anno 2017 mostrano che il numero degli aborti è in calo ma, nell’arco temporale 2012-2017, si è registrato un costante aumento della percentuale delle interruzioni di gravidanza nelle prime otto settimane, arco temporale in cui è possibile utilizzare la tecnica mifepristone-prostaglandine in regime ospedaliero. Come si può leggere dai dati forniti dal Ministero, infatti, nel 2012 la percentuale di aborti nelle prime otto settimane era pari al 41.8%, nel 2016 saliva al 46.8% e nel 2017 al 48.9%.
  • La pillola Norlevo (o pillola del giorno dopo), acquistabile in farmacia senza prescrizione medica, viene annoverata tra i c.d. contraccettivi di emergenza. L’assunzione di tale farmaco, volto ad impedire l’ovulazione e, di conseguenza, il concepimento, deve avvenire preferibilmente entro le 12 ore dall’avvenuto rapporto sessuale e non più tardi delle 72 ore. Bruno Mozzanega, ginecologo e ricercatore dell’Università di Padova, sottolinea, però, ciò che con accurata maestria si cerca di omettere quando si parla di pillola del giorno dopo: nel caso in cui la pillola venga assunta “nei giorni pre-ovulatori – i più fertili del ciclo mestruale – Norlevo non inibisce l’ovulazione né il concepimento che può seguirne, ma inibisce la funzione del corpo luteo. Ne seguirà una produzione inadeguata del progesterone, l’ormone pro-gestazione, e  l’endometrio non si preparerà a ospitare il già esistente embrione”. Le statistiche Istat del Ministero della Salute per l’anno 2017, prendendo in considerazione il triennio 2014-2017, mettono in luce un aumento esponenziale della vendita di Norlevo dopo un brusco calo nell’anno 2015 (dovuto probabilmente all’introduzione della possibilità di acquistare la pillola EllaOne senza prescrizione medica per le maggiorenni). Se nel 2014 le pillole Norlevo vendute ammontavano a 281.661 e nel 2015 a 161.888 nel 2016 hanno iniziato a salire a 214.532, per registrare, nell’anno 2017, un totale di 335.649 vendite.
  • La pillola EllaOne (o pillola dei cinque giorni dopo), venduta anch’essa come un contraccettivo di emergenza, può essere assunta entro cinque giorni dall’avvenuto rapporto sessuale senza prescrizione medica per le donne maggiorenni. Nel foglietto illustrativo del farmaco si descrive la pillola come in grado di inibire o ritardare l’ovulazione, ma la realtà dei fatti, ancora una volta, è ben diversa. EllaOne, infatti, precisa il dott. Bruno Mozzanega, solo “talvolta ha un’azione anti ovulatoria e, sempre, rende inospitale l’endometrio”, impedendo così al concepito, laddove ci sia già stata la fecondazione, di annidarsi nell’utero materno. I dati Istat del Ministero della Salute per l’anno 2017 evidenziano una brusca accelerazione nelle vendite di EllaOne a partire soprattutto dal 2015, anno in cui l’Aifa ha eliminato l’obbligo della ricetta per le maggiorenni. Dalle 7.796 vendite nell’anno 2012, si è passati a 16.797 nel 2014 per raggiungere le 145.101 nel 2015 e registrare un picco massimo di 224.432 pillole vendute nel 2017.

In conclusione, notiamo come i dati possono pur mostrare un calo degli aborti chirurgici ma non un calo del ricorso all’aborto in sé. Il fatto di aver reso privata la questione dell’aborto, attraverso la vendita di farmaci da assumere in solitaria tra le mura domestiche, non rende meno grave e meno vera l’azione che si sta compiendo.

Maria Chiara Bertolini e Veronica Turetta

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