Una marcia, una meta: l’abolizione dell’omicidio legale

In migliaia il 19 maggio sono scesi in piazza per manifestare il proprio sdegno di fronte a quella cultura di morte che vuole distruggere la vita umana anche e soprattutto attraverso l’annichilimento completo della sua intrinseca dignità e che ha permesso l’introduzione di omicidi legalizzati che ad oggi, nel nostro paese hanno fatto 6 milioni di vittime. Nonostante il caldo e le oggettive difficoltà per il viaggio anche moltissime persone da tutta Italia si sono incontrate nella capitale del mondo per poter offrire la propria testimonianza pubblica. Si, pubblica, perché quanti sono scesi in piazza sanno benissimo che nulla potrà cambiare se ci si limita a fare discorsi rivoluzionari fra quattro mura, come sempre ricorda Virginia Coda Nunziante, organizzatrice delle marce.

In questa edizione erano presenti moltissimi cattolici, consacrati e laici, ma anche persone non credenti e persino personalità politiche, a riprova che il valore della vita è universale ed è riconoscibile da chi cerca la verità con tutto se stesso. C’è ancora un popolo disposto a gridare, a fare chiasso. Un popolo che non si è lasciato anestetizzare dalla più becera propaganda pro-morte. Un popolo consapevole che senza la vita nessun futuro è possibile. La nostra generazione si è talmente “abituata” e adagiata sull’aborto da non riconoscerlo più come un male assoluto ma come uno strumento normale, perfettamente utilizzabile nel caso vi sia qualche “inconveniente”. Insomma, la vita è stata talmente privata della sua inviolabilità e sacralità che ora è declassata al rango di “inconveniente”. Con forza ribadiamo che tutto ciò è inaccettabile.

In questa giornata speciale hanno marciato anche alcuni nutriti e vitali gruppi come Citizen Go e gli Universitari per la Vita, all’indomani della vergognosa censura, ad opera di Virginia Raggi, della campagna contro l’aborto che, tuttavia, non potrà fortunatamente estendersi a quanto accaduto l’altro ieri. Una campagna volta a spiegare alle donne quali possono essere le conseguenze terribili di tale pratica. La differenza tra le associazioni pro-life e le femministe è che le prime intendono proteggere il corpo della donna nella sua dignità e integrità, preservando così il più alto e immenso dono della vita di cui le vere donne sono le più indefesse custodi, mentre le seconde vogliono difendere solo una fantomatica e aleatoria “libertà di scelta” che si tramuta de facto in uno svilimento della dignità e in un oggettivo danno fisico per il corpo femminile a cui si aggiunge un peso psicologico troppo grande per poterlo esprimere a parole. Questo non lo afferma un uomo, ma le tante donne che hanno vissuto tale dramma nella propria esistenza.

Numerosissimi sono stati i riferimenti a tutti i bambini uccisi dalla follia della cosiddetta scienza medica. Una scienza cruciale quando agisce nell’alveo dei suoi limiti intrinseci ma inesatta al di fuori degli stessi, soprattutto quando si arroga il diritto di sancire soggettivamente la moralità o meno di un atto tramite sproloqui assolutistici dettati dalla sola competenza medica. Inevitabilmente la mente di molti è ritornata alle vicende di Charlie Gard, Isaiah Haastrup e Alfie Evans, la punta dell’iceberg di tale preoccupante fenomeno. Molti hanno marciato consapevoli di due fatti principali: il primo è che idratazione, nutrizione e ventilazione sono sostegni vitali e non terapie che potenzialmente possano costituire accanimento terapeutico; il secondo è che se anche una persona fosse inguaribile è quanto mai necessario e fondamentale prendersene cura fino alla fine.

Cogliamo l’occasione per invitare già tutti alla prossima edizione della Marcia per la Vita che si terrà sabato 18 maggio 2019 per far sì che il grembo materno continui ad essere il posto più sicuro al mondo e per dar voce a coloro che non hanno voce davanti al delirio di onnipotenza di giudici e medici che hanno dimenticato la propria missione primaria.

Fabio Fuiano

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