Non siamo nati per stare a guardare

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La battaglia per la Vita ha da oggi anche negli atenei e tra i giovani i suoi convinti sostenitori. Gli “Universitari per la Vita” sono nati a Roma per denunciare, con la forza della testimonianza e degli argomenti, l’intrinseca malvagità della legge 194, e per diffondere, attraverso la mobilitazione giovanile, una cultura che sia “per la vita” senza compromessi.

Negli ultimi mesi sui media italiani si sono imposti due temi all’ordine del giorno: uno è il tentativo di limitare l’obiezione di coscienza dei medici verso l’aborto, con tanto di denuncia di quanto sia difficile uccidere bambini in un piccolo ospedale della Lombardia; il secondo è la propaganda dei Radicali per l’eutanasia, approfittando anche della situazione del povero Dj Fabo, in vista dell’attuale dibattito parlamentare sulle disposizioni anticipate di trattamento (Dat) cioè una via italiana alla dolce morte, caldeggiata dal Pd con la relatrice Donata Lenzi. Eppure ci sono fermenti vitali che germogliano anche laddove non ti aspetti, come nelle Università italiane, da decenni preda di professori marxisti e gruppuscoli di studenti di estrema Sinistra. Questo non ha impedito che alcuni ragazzi di Roma, mossi dalla comune passione per la vita e la sua difesa, si unissero per combattere questa buona battaglia anche nei nostri atenei, a partire da Roma. Intervistiamo allora Chiara Chiessi, 23 anni, rappresentante degli Universitari per la Vita.

Come nasce l’associazione? Comincia tutto con una sola persona che dice “basta” oppure all’interno di un gruppo di amici che condividono un percorso simile?
L’idea di creare un gruppo di giovani mobilitati per la difesa della vita è nata dalla partecipazione alla Marcia per la Vita di due anni fa. Siamo partiti da un gruppo molto ristretto ed andando avanti, ci siamo resi conto della necessità di sensibilizzare specialmente le Università, le scuole e le parrocchie su tali tematiche, creando una generazione di attivisti pro vita forte ed appassionata, così come sta accadendo negli Stati Uniti. La vision comune è quella di rendere l’aborto impensabile e di costruire una società fondata sul diritto alla vita.

Oggi la difesa della vita nascente è una scelta controcorrente, quasi fuori moda, specie per un giovane. C’è stato un evento in particolare che ti ha portato a sposare la causa pro-life?
Personalmente, sono sempre stata molto sensibile a questa tematica. Ci sono stati una serie di eventi che mi hanno portato a dedicarmi completamente alla causa pro vita. In primo luogo, ho sentito una volta una conferenza in cui si spiegavano i metodi e gli strumenti utilizzati per l’aborto. Poi ho avuto modo di vedere su Youtube “The silent scream”, video in cui il medico Bernard Nathanson mostra cosa succede durante un aborto. Questo è stato per me un vero e proprio shock. Da quel momento, ho deciso che mi sarei battuta per i diritti dei non nati e per dare voce ai senza voce.

Il nostro mondo sembra soffrire un’ansia di morte e quanto più l’umanità è tecnologicamente avanzata e quasi onnipotente, tanto più gli individui sentono il peso dei propri limiti. Come vi confrontate con l’imperante cultura della morte?
Viviamo in un mondo che invece di incentivare la vita, fa di tutto per incentivare la morte specialmente tra i più giovani. Basti pensare alla legge sull’aborto ed a quella in discussione sulle Dat, o ancora ai molti casi di suicidi specialmente tra i più giovani. Con la nostra testimonianza, portiamo la gioia e la bellezza di vivere, sia in quanto Cattolici, sia in quanto pro vita. Cerchiamo di far comprendere ai nostri coetanei, che essere pro vita non è qualcosa di ormai passato ed ancorato alla generazione precedente, ma è un ideale cui noi giovani dobbiamo credere appassionatamente.

Oggi le persone sono molto sensibili a temi sociali quali quello dell’emarginazione. L’esperienza di essere rifiutati, scartati da una persona che amiamo o da un’occasione di lavoro è molto comune e può essere richiamata nella mobilitazione delle coscienze: se ho provato cosa vuol dire essere rifiutato, posso capire perché non va bene rifiutare una vita nascente o un anziano malato. Che impegno avete preso in tal senso? 
Di certo, soprattutto nella società di oggi, ci sono molte persone che sono ritenute “non degne di vivere”, come chi ha la Sindrome di Down, i malati terminali, ecc. Questo tipo di “emarginazione” è molto diffusa ed anche socialmente accettata nella maggior parte dei casi (pensiamo alle persone che dicono di essere favorevoli all’aborto in caso di malformazioni del bambino). Ad essa dobbiamo rispondere con la cultura dell’inclusione e dell’accettazione di ogni vita come un dono.

I bimbi Down in alcuni Paesi nord europei, come l’Islanda o la Danimarca, non esistono quasi più, vengono abortiti dopo la diagnosi prenatale. Uno sterminio eugenetico silenzioso. Come siamo arrivati a questo punto?
Di certo a causa della scristianizzazione della società che ci ha portato a vedere ogni vita non come un dono ma ad avere una visione egoistica: quel bambino sarà un “peso” per le famiglie, avrà una vita infelice – cosa peraltro non vera, la maggior parte delle persone con Sindrome di Down dice di essere felice della propria vita. Così questo genocidio viene giustificato e agli occhi della maggior parte delle persone diventa addirittura un atto di pietà.

Puoi raccontarci le vostre iniziative passate?
Siamo attivi di fatto dallo scorso ottobre, siamo una realtà molto giovane. Abbiamo organizzato alcuni aperitivi in Università per spiegare agli studenti la nostra realtà e le nostre iniziative. Facciamo volantinaggi e siamo realmente ed attivamente presenti nei nostri campus. Prendiamo contatti con i docenti e con gli studenti, chiediamo aule per parlare di queste tematiche. Abbiamo iniziato quest’anno per la prima volta a Roma la campagna dei 40 Days for Life – 40 giorni per la Vita, iniziativa diffusa in tutto il mondo che prevede quaranta giorni di preghiera dal 1° marzo al 9 aprile all’esterno di un ospedale durante gli orari di aborto. In questo modo dal 2007 sono stati salvati più di 10mila bambini in tutto il mondo.

Quali sono le vostre prossime mobilitazioni?
Per il 3 maggio stiamo organizzando a Roma, al Teatro Orione, un concerto con una serie di artisti pro vita, e per il 18 una testimonianza di Gianna Jessen nell’aula magna dell’Università di RomaTre. Per ora, però, ci stiamo concentrando molto sulla formazione, studiando le argomentazioni pro vita a seconda anche dei nostri percorsi di studi e concentrandoci ognuno in un settore diverso. È fondamentale, infatti, saper dare risposte esaustive e sicure a chi non la pensa come noi.

Vi muovete in ambito romano o avete nuclei anche in altre parti d’Italia?
Il gruppo è nato a Roma ed il nucleo principale opera a Roma. Però ci sono studenti da altre città d’Italia che ci hanno contattato per aprire dei gruppi pro vita anche nei loro campus: per noi questa è stata un’ottima notizia perché ci dimostra come i valori pro-life si stiano diffondendo sempre di più nelle Università italiane. In particolare questi studenti di altre città ci contattano ringraziandoci perché stanno ritrovando la speranza e la forza di diffondere i valori pro vita nelle loro Università.

Quali strategie adottate per comunicare con successo?
Per veicolare i valori pro vita fondamentali sono i social network, Facebook, Instagram,Twitter e Youtube in particolare, utilizzare molto video ed immagini di ecografie o far sentire il battito del cuore del bambino di poche settimane di vita.

Quali sono le resistenze maggiori che incontrate? 
Le resistenze sono tante, in particolare ci accusano di essere contro le donne – quando in realtà l’aborto provoca ferite profondissime nell’animo delle donne e degli uomini, come dimostrano centinaia di studi sul post aborto – e di non poter negare quello che è un “diritto” fondamentale conquistato dopo anni di battaglie. Ma si può parlare di “diritto” quando viene ucciso un altro essere umano?

C’è qualche modo efficace per penetrare in questi pregiudizi e toccare i cuori?
Per penetrare e toccare i cuori l’unica cosa è la preghiera. È per questo che abbiamo organizzato la prima campagna dei 40 giorni per la Vita in Italia perché solamente la preghiera può fare miracoli. Altro aspetto fondamentale sono i fatti scientifici che dimostrano l’inganno dell’aborto e l’umanità dell’embrione (il cuore batte a 15 giorni dal concepimento, il DNA è totalmente distinto da quello della madre, il cervello si inizia a formare prima della fine del primo mese).
L’Università italiana, specie alcune facoltà, è terreno fertile per le ideologie di Sinistra. Avete mai dovuto difendervi da attacchi di contestatori?
Lo scorso ottobre avevamo organizzato un piccolo aperitivo autorizzato all’interno dell’Università “La Sapienza” di Roma, con volantini da distribuire agli studenti. Un gruppo di femministe dell’associazione “Non una di meno” e di ragazzi dei centri sociali si sono opposti alla nostra iniziativa, protestando con uno striscione, megafono e distribuendo preservativi, insultandoci con espressioni volgari. Urlavano: “Fuori i pro life dall’università!”. Alcuni ragazzi sono stati particolarmente aggressivi con noi, arrivando quasi alle mani verso di noi – e pensare che nei loro statuti scrivono di essere contro la violenza maschile sulle donne! Il video della contestazione è stato visualizzato migliaia di volte ed ha scatenato commenti negativi da parte di coloro che, schierati dalla nostra parte, non vedono perché non possiamo manifestare anche noi le nostre idee.

Vedete prospettive di crescita del movimento pro-life fra i giovani o la vostra è una pura battaglia di testimonianza?
Si tende a pensare che la quasi totalità degli studenti italiani sia pro aborto. Questo è vero solo in parte. Molti sono in realtà pro vita ed anche particolarmente convinti delle proprie idee, e questo ci dà ottimismo per un futuro pro vita per la nostra Nazione. Ci sono buone prospettive di crescita, come dimostrano inoltre gli studenti che ci hanno contattato interessati ad aprire gruppi pro-life nei loro campus.

Ci sono differenze, ad esempio religiose o politiche, fra i componenti? E come le gestite?

Gli Universitari per la Vita sono una realtà apartitica ed aconfessionale. All’interno del gruppo ci sono anche ragazzi non credenti, ma strenuamente impegnati nella difesa per la vita. Loro stessi, quando vanno a fare testimonianze, dicono che la battaglia per la vita è una battaglia di civiltà e che accomuna tutti: credenti, non credenti ed appartenenti ad altre confessioni religiose. Organizziamo comunque anche iniziative confessionali come Rosari, Sante Messe o preghiere fuori dagli ospedali negli orari di aborto. I ragazzi non credenti partecipano in altro modo, ad esempio distribuendo volantini fuori dagli ospedali.

Puoi spiegare cosa sono le Dat di cui si discute in Parlamento? Cosa è possibile fare per fermare la legalizzazione dell’eutanasia?
Le Dat (Disposizioni anticipate di trattamento), anche conosciute come “testamento biologico”, consistono nel fatto che, in previsione di una futura incapacità di autodeterminarsi, una persona possa accettare o rifiutare in anticipo trattamenti sanitari, comprese le pratiche di nutrizione e idratazione. Inoltre il medico sarebbe vincolato dal contenuto di quelle disposizioni anticipate. Idratazione e nutrizione sono mezzi fondamentali di conservazione della vita; chiunque rifiuti ad un malato idratazione e nutrizione, lo ucciderebbe per omissione. Una persona sana potrebbe obbligare il medico con una dichiarazione resa anche molto tempo prima, a non idratarla e nutrirla – anche se nessuno può sapere in anticipo come reagirà di fronte ad una grave malattia. Inoltre nella proposta di legge non viene prevista neanche l’obiezione di coscienza del medico. Per fermare la legalizzazione dell’eutanasia, è necessario innanzitutto ascoltare le testimonianze di tutte quelle persone che sono uscite dallo stato vegetativo. Nella nostra società si tende a veicolare soltanto un messaggio pro eutanasia e le voci di queste persone si sentono molto poco. Poi scendere in piazza e farci vedere uniti e decisi. Come accaduto anche in passato per l’aborto, le divisioni tra di noi hanno prodotto solamente danni.

Qual è la situazione nei Paesi che hanno già adottato la “dolce morte”? Davvero anche bambini, poveri e malati psichiatrici sono a rischio di essere soppressi?
Sì, basti pensare recentemente al Belgio in cui un minore è stato ucciso con l’eutanasia. Ma d’altra parte, una volta che si è aperta una falla, non si possono più controllare le conseguenze – è stato così anche con l’aborto.

Come vi state preparando alla grande Marcia per la Vita del 20 maggio?
Diffondiamo materiali sulla Marcia per la Vita nelle Cappellanie e nelle Università, parliamo con i giovani anche nelle parrocchie per esortarli alla partecipazione. Realizzeremo tra breve un video spiegando perché gli Universitari per la Vita parteciperanno alla Marcia, da far girare specialmente nelle Cappellanie ed Università. Il punto su cui insistiamo molto, parlando con altri studenti, è che devono capire l’importanza di questa battaglia e la necessità di costruire una società fondata sul diritto alla vita. Quando sono stata a Washington per partecipare alla Marcia per la Vita americana lo scorso 27 gennaio, è stato bellissimo vedere migliaia di millennials marciare a testa alta con cartelli pro-life. Ecco, siamo sicuri che un giorno anche i millennials italiani capiranno l’importanza di impegnarsi nel campo pro-life e di partecipare alla Marcia. Perché ogni giorno migliaia di esseri umani innocenti vengono uccisi anche a pochi passi da casa nostra. E non possiamo chiudere gli occhi e fare finta di niente.

Da http://www.settimanaleppio.it/dinamico.asp?idsez=15&id=1368

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