Impedire il suicidio grida davvero verso il cielo? La risposta della Chiesa

In seguito al suicidio assistito del dj Fabiano Antoniani, l’Associazione Luca Coscioni attivò un servizio telefonico denominato “Numero Bianco” per poter fornire indicazioni su come accedere al suicidio assistito in Italia o in Svizzera. Di recente, l’Associazione ha diffuso dei numeri sulle telefonate ricevute, affermando che, a livello nazionale, le richieste sono state oltre 16mila.
Come di consueto, non mancano attacchi alla Chiesa e al suo insegnamento. Valeria Imbrogno, coordinatrice di questo servizio, ed ex fidanzata di dj Fabo, dopo aver rilevato le differenze tra diverse aziende sanitarie nell’applicazione della sentenza n. 242/19 della Corte costituzionale, ha commentato il disegno di legge sul suicidio assistito proposto dal centrodestra ribadendo che «una legge votata dal Parlamento serve, ma è vero che stiamo procedendo verso una legge restrittiva. D’altronde siamo in Italia, c’è la Chiesa…».
In Trentino-Alto Adige, dove queste richieste sarebbero arrivate a 185 nell’ultimo anno, è intervenuta sul tema anche Laura Froner, presidente della Fondazione Hospice Cima Verde di Trento asserendo che l’obbligo di cure palliative previsto dal disegno di legge sarebbe una forzatura «che urla vendetta al cielo».
Il fatto che persone atee e materialiste tirino continuamente in ballo la Chiesa e persino detti che fanno parte del nostro linguaggio proprio per l’eredità del Cristianesimo, fa pensare. In primis, perché si utilizzano parole che hanno un ben preciso significato e lo si stravolge fino a capovolgerlo. Quali sono, infatti, i peccati che, secondo la Scrittura e la Tradizione della Chiesa gridano vendetta al cielo? Il nuovo Catechismo della Chiesa cattolica ne parla al n. 1867 ricordando che, secondo la tradizione catechetica, gridano verso il cielo «il sangue di Abele (Gn 4,10); il peccato dei Sodomiti (Gn 18,20; 19,13); il lamento del popolo oppresso in Egitto (Es 3,7-10); il lamento del forestiero, della vedova e dell’orfano (Es 22,20-22); l’ingiustizia verso il salariato (Dt 24,14-15; Gc 5,4)». Come ricorda padre Angelo Bellon nel suo sito Amici Domenicani, l’espressione è dovuta al fatto che questi peccati «chiedono giustizia al Signore già nella vita presente a motivo della loro malizia e del grande turbamento che provocano nei rapporti tra gli uomini e nella società». In questi casi, il castigo è immanente al peccato stesso. Infatti, prosegue p. Bellon, «in questi quattro casi il male compiuto è così grave che chi lo compie causa a sé stesso un male enorme. Così: 1) Caino ha il rimorso della coscienza per sempre; 2) una società che si gloria della sodomia, si autodistrugge, finisce. Non c’è bisogno che Dio la punisca. Si punisce da sola, con la parola “fine”; 3) l’oppressione di poveri non porta bene a chi opprime, ma solo sventura, come possiamo vedere in tutti i regimi dittatoriali che sono finiti nel sangue dei dittatori; 4) la ricchezza accumulata con l’ingiustizia (frode del salario) è a rovina e perdizione dei ricchi».
Il cosiddetto “aiuto al suicidio”, tanto decantato dall’Associazione Coscioni e sostenitori, rientra proprio fra i peccati che gridano vendetta al cielo perché, seppur in modo “pulito” e senza spargimento di sangue, causa la morte di innumerevoli persone. En passant, lo stesso vale per la piaga dell’aborto volontario, anch’esso da loro sostenuto. Il disastro che da tali atti deriva per le anime e per la società è il motivo per cui, quando nelle leggi, oltre alla filosofia del Vangelo, vigeva il buon senso, si è sempre perseguita l’agevolazione al suicidio e condannato il suicidio stesso. A questo dovrebbero pensare i legislatori, non a vendette al cielo inesistenti.
Puntuali, a tal proposito, arrivano le parole che SS. Leone XIV ha rivolto ai membri dell’International Catholic Legislators Network il 23 agosto scorso. Per trovare un equilibrio nelle circostanze attuali, il Papa ha suggerito ai legislatori e leader politici cattolici, «di dare uno sguardo al passato, alla eminente figura di sant’Agostino d’Ippona. Voce importante della Chiesa in tarda epoca romana, fu testimone di immensi sconvolgimenti e disgregazione sociale. In risposta scrisse La città di Dio, un’opera che propone una visione di speranza, una visione di significato che ci parla ancora oggi». In quest’opera, S. Agostino insegna «che nella storia umana s’intrecciano due “città”: la città dell’uomo e la città di Dio. Esse simboleggiano realtà spirituali – due orientamenti del cuore umano e, pertanto, della civiltà umana. La città dell’uomo, costruita sull’orgoglio e sull’amore di sé, è caratterizzata dalla ricerca di potere, prestigio e piacere; la città di Dio, costruita sull’amore di Dio fino all’altruismo, è caratterizzata dalla giustizia, dalla carità e dall’umiltà».
È così che il santo vescovo «ha incoraggiato i cristiani a impregnare la società terrena dei valori del Regno di Dio, orientando in tal modo la storia verso il suo compimento ultimo in Dio, consentendo però anche la prosperità umana autentica in questa vita. Tale visione teologica può offrirci un punto di riferimento dinanzi alle mutevoli correnti attuali […]».
Il Papa ha anche chiarito il significato di “prosperità umana”: infatti, oggi, «la vita prospera viene spesso confusa con una vita ricca dal punto di vista materiale o con una vita di autonomia individuale senza restrizioni e di piacere. Il cosiddetto futuro ideale che ci viene presentato è spesso caratterizzato dalla comodità tecnologica e dalla soddisfazione del consumatore. Sappiamo però che ciò non è sufficiente. Lo vediamo nelle società ricche, dove molte persone lottano contro la solitudine, la disperazione e un senso di mancanza di significato». Una disperazione che, infatti, sfocia nella richiesta di suicidio.
Leone XIV evidenzia quindi che la prosperità umana risiede nella «piena crescita della persona in ogni dimensione: fisica, sociale, culturale, morale e spirituale». Tale visione, spiega il Pontefice, «è radicata nella legge naturale, l’ordine morale che Dio ha scritto sul cuore umano, le cui verità più profonde sono illuminate dal Vangelo di Cristo. A questo proposito, l’autentica prosperità umana si manifesta quando le persone vivono virtuosamente, quando vivono in comunità sane, godendo non solo di ciò che hanno, ma anche di ciò che sono come figli di Dio. Assicura la libertà di cercare la verità, di adorare Dio e di crescere una famiglia in pace […]». Il futuro di una tale prosperità, «dipende da quale “amore” scegliamo per organizzarvi intorno la nostra società: un amore egoistico, l’amore di sé, o l’amore di Dio e del prossimo».
Significativa è anche l’esortazione del Papa ai legislatori di continuare ad adoperarsi «per un mondo in cui il potere sia controllato dalla coscienza e in cui la legge sia al servizio della dignità umana» e il suo incoraggiamento «a rifiutare la mentalità pericolosa e controproducente secondo cui nulla mai cambierà». Un bel monito, soprattutto per coloro che erroneamente ritengono che lo status quo, anche in relazione alle leggi ingiuste già vigenti, sia irreversibile. Lo stesso giorno, Leone XIV ha anche rivolto un discorso alle partecipanti ai capitoli generali di quattro istituti religiosi. In questa occasione, ha voluto approfondire ulteriormente l’importanza del sostegno all’istituzione familiare, su modello della Sacra Famiglia, «focolare di preghiera, fucina d’amore e modello di santità». Dopo aver ricordato un discorso del suo predecessore Paolo VI in occasione del suo viaggio in Terra Santa, ha conchiuso: «la famiglia, ai nostri giorni, ha più che mai bisogno di essere sostenuta, promossa, incoraggiata: con la preghiera, con l’esempio e con un’azione sociale sollecita, pronta a soccorrerne i bisogni».
Ecco una delle condizioni del rinnovamento della nostra società e la migliore risposta a chi si fa portabandiera del suicidio assistito.
Fonte: CR



