L’illusione del compromesso con il male

Il 24 e il 26 luglio scorsi sul quotidiano Avvenire sono purtroppo apparsi dei contenuti che, con diverse sfumature, mostrano un’apertura al suicidio assistito, tra cui un’intervista a mons. Renzo Pegoraro, presidente della Pontificia Accademia per la Vita (PAV), e un articolo di Mario Marazziti, della Comunità S. Egidio, il quale addirittura ardisce a definire la legge 219/17 sulle DAT un «modello a cui guardare».
Il fil rouge che lega questi interventi è la volontà di una certa parte del mondo cattolico di cedere al compromesso, appoggiando il nuovo DDL sul suicidio assistito, attualmente in discussione, volto ad attuare la sentenza n. 242/19 della Corte costituzionale. L’errore è il medesimo commesso all’epoca della legalizzazione di divorzio, aborto e fecondazione artificiale: quello di rincorrere un male minore nell’illusoria speranza di scongiurarne uno peggiore. Eppure, gli effetti disastrosi delle inique leggi 898/70, 194/78, 40/04 dovrebbero essere evidenti anche a coloro che, tra i cattolici, ne furono fautori. Nonostante ciò, si fa fatica a riconoscere che questa “strategia” in tema di eutanasia e suicidio assistito non può che portare alla disfatta, come in passato. Si tratterebbe di uno degli ultimi passi di un processo rivoluzionario che ha potuto attuarsi tanto per la determinazione dei suoi promotori, quanto per il tradimento di chi avrebbe dovuto opporvi militante resistenza.
La Chiesa, d’altra parte, possiede in sé tutte le forze e le ragioni sufficienti per respingere qualsiasi male, il peggiore, come il minore. Si tratta però di risorse accessibili a chi genuinamente si sforza di cercare la verità e non è disposto a vederla offesa, nemmeno dalla minima macchia. Forse, questa nuova discussione potrebbe essere l’occasione per non ripetere gli errori passati, di non rinchiudersi in una bolla di sapone in cui l’ideologia spodesta la realtà, e iniziare seriamente a combattere perché sia restaurata quella Civiltà cristiana che ha reso gloriosa l’Europa. San Pio X, nella sua lettera del 1910, Notre charge apostolique, affermò che «non si deve inventare la civiltà, né si deve costruire la nuova società tra le nuvole. Essa è esistita ed esiste; è la civiltà cristiana, è la società cattolica. Non si tratta che di instaurarla, ristabilirla incessantemente sulle sue naturali e divine fondamenta contro i rinascenti attacchi della malsana utopia, della rivolta e dell’empietà: “Omnia instaurare in Christo”» (La pace interna delle nazioni, Insegnamenti pontifici, a cura dei monaci di Solesmes, trad. it., 2ª ed., Edizioni Paoline, Roma 1962, p. 274).
Ma – legittimo chiederselo – da dove iniziare? L’opera di disgregazione della Rivoluzione è così ampia da coinvolgere l’anima umana e l’intera società. Ciò al punto che sembra “utopico” porsi un obiettivo così alto. Pare, anzi, che il compromesso sia l’unica strada per “sgraffignare” verosimilmente qualche piccola briciola ai rivoluzionari, come se i cattolici fossero in una costante posizione di inferiorità e non potessero esigere niente più di questo. Si tratta di una menzogna alla quale non dobbiamo credere: la restaurazione di cui parlò papa Sarto non è un ideale anche se richiede una difficile riforma di noi stessi, una perseverante battaglia contro le nostre tendenze disordinate.
Azzardiamo un punto di partenza: capire la genesi di questa insistente domanda di morte. Tra le molteplici cause se ne scorge una preminente: molti uomini e donne si trovano sprovvisti, al declinare della propria vita, di un valido sostegno spirituale, morale e materiale che in epoche passate si trovava nella famiglia. Non nel “modello moderno”, ma in quella forma stabile di famiglia, fondata sul matrimonio, descritta da mons. Henri Delassus (1836-1921) nella sua opera Lo Spirito Familiare (Edizioni Fiducia, 2024), come “famiglia capostipite”: una tipologia di famiglia che si conserva attraverso le età e «che possiede un doppio elemento di stabilità e perpetuità: l’uno materiale, il focolare; l’altro morale, la tradizione» (p. 101).
Il fatto che oggi viviamo un inverno demografico implica che l’uomo moderno non possa più godere dei medesimi sostegni di un tempo. Come ricordato dal prof. Corrado Gnerre, laddove a malapena una coppia decide di sposarsi e fare un figlio, è legittimo supporre una sproporzione perché ogni figlio dovrà badare ai propri genitori nella loro vecchiaia: ecco quindi due figli unici che si sposano a fronte di quattro genitori. Con la carriera lavorativa poi, non rimane tempo per altro.
Se vogliamo ancora un avvenire, afferma mons. Delassus, non c’è nulla di più necessario che rendere alla famiglia «la facoltà di rimettersi sotto il regime della famiglia capo-stipite, avente un luogo di lavoro perpetuo col compito di produrre non solo il pane quotidiano, ma finanche quello della vecchiaia e lo stabilimento dei figli, avente perciò il suo focolare incaricato della educazione delle giovani generazioni secondo le tradizioni degli antenati. Quando sarà resa questa libertà, un certo numero di famiglie da sé stesse entreranno in questa via, e dopo qualche generazione si troveranno naturalmente al disopra di quelle che saranno rimaste nell’instabilità. Per questo stesso avvenimento la gerarchia sociale si rinnoverà. La società si consoliderà di pari passo e finirà col ristabilirsi» (p. 113).
Senza questo, non c’è futuro e quando l’uomo non vede un futuro dinanzi a sé, non pensa che a godere il presente con la conseguenza che il godimento diviene fine ultimo della sua esistenza e il sacrificio qualcosa da evitare a tutti i costi. La sofferenza della vecchiaia rientra in questa logica e perciò vien da sé che eutanasia e suicidio assistito possano sembrare l’unica via di scampo.
Si tratta di un circolo vizioso, proprio perché l’istinto della perpetuità giace in fondo alla natura umana: «di qui, la sterilità sistematica dei matrimoni, allo scopo di poter trasmettere, intatto, ad un erede unico il dominio, le case di commercio, l’officina. Il posto che occupava il primogenito nell’antica società è sostituito dal figlio unico nella società novella. Il desiderio di conservare il patrimonio della famiglia è rimasto il medesimo che nell’antico diritto, e non sono differenti che i mezzi per conseguirlo. Ma i mezzi adoperati oggidì sono non meno disastrosi che immorali. La famiglia non tarda ad estinguersi per mancanza di erede pervenuto all’età virile, o più prontamente ancora per la sregolatezza del giovane, guasto fin dall’infanzia dalle esagerate sollecitudini dei genitori che di null’altro hanno paura se non di perderlo» (p. 119).
Il continuo compromesso, lungi dal risolvere questa situazione, non può che aggravarla. «Aspirate a cose grandi, alla santità, ovunque siate. Non accontentatevi di meno»: queste le parole conclusive che papa Leone XIV ha rivolto ai giovani nella sua omelia a Tor Vergata il 3 agosto. Confidiamo che questo figlio di S. Agostino rifiuti coraggiosamente il compromesso e che col proprio carisma definitorio dissipi la confusione oggi sovrana su questo delicato tema.
Fonte: CR



