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Liceo Giulio Cesare: gli UpV esprimono solidarietà alla preside che argina gender e aborto!

Quando ero rappresentante al Liceo ne ho passate tante. Tutti ricordiamo gli anni del Liceo come quelli in cui si studia, si cresce e ci si diverte. Vero. Ma se cominci ad esprimere ad alta voce opinioni scomode, tutto cambia. Saltano fuori professori (non tutti, grazie a Dio) che non possono proprio accettare che quell’anno sia stato eletto un rappresentante che non segue il loro main-stream. Professori che hanno l’età dei miei genitori e che, nonostante ciò, si sentono minacciati da un diciassettenne, che mette in pericolo la loro scuola “apolitica e apartitica”, termine pulito per indicare la dittatura ideologica che ben conosciamo. A meno che per scuola “apolitica e apartitica” non si intenda una scuola dove non ci sono partiti perché tutti sono soldatini obbedienti del pensiero unico.

Fin qui il caso personale mio e di tanti altri. Ma non è questo il punto, sarebbero cose note. In questi giorni si è fatto un gran parlare, perfino su autorevoli testate giornalistiche nazionali, di un episodio avvenuto al Liceo Giulio Cesare di Roma: la Preside, la prof.ssa Paola Senesi, ha impedito che si svolgesse l’ennesimo incontro dove ai ragazzi, dalle menti giovani e ancora in formazione, viene insegnato e ribadito che l’aborto è una cosa bellissima, una conquista della migliore modernità, uomo e donna sono parole che non si devono più usare perché sono offensive, e via dicendo. Gran parte dei professori e degli studenti, non contenti, hanno fatto sì che tutto ciò salisse agli onori delle cronache, deprecando questa preside che ha attuato una censura per loro intollerabile, laddove, a ben vedere, ha giustamente impedito che delle teorie di parte fossero spacciate per verità assolute. Simpaticamente, tra l’altro, verità assolute contrabbandate da chi, su un piano filosofico, afferma che non ci sono verità assolute, concetti antiquati. Vabbè.

Il bello è che poi ci si lamenta se i giovani di oggi non sono capaci di pensiero critico; in chiave prettamente aziendalistica, ci si rammarica che, posti davanti ad un problema complesso (come aumentare i profitti? come schiacciare la concorrenza?) le nuove generazioni abbiano maggiore difficoltà ad orientarsi. Il problema è reale, ma non è aziendalistico, è molto più profondo. Non si può trovare una risposta superficiale per un problema che investe l’intimo della mente umana e della coscienza. E una causa fra le principali di questo istupidimento è il fatto che quelle forze rivoluzionarie che hanno combattuto perché fosse rimosso il “predominio” della religione e della cultura cristiana non hanno poi dato la vera libertà all’uomo moderno (e come avrebbero potuto?) ma lo hanno avvinto in catene dorate e allettanti, fino a ridurlo ad una sola dimensione. Anzi, più che di uomo a una dimensione, come diceva Marcuse, oggi parlerei di uomo a nessuna dimensione, se ormai neppure la scienza positiva viene più assunta a valore assoluto, ma si segue con totale passività una pseudo-ideologia che spesso, paradossalmente, va in contrasto evidente con la scienza stessa (oltre che, ovviamente, con la morale). E allora a parole ci si lamenta dell’istupidimento collettivo, nei fatti invece se qualcuno, come questa preside, cerca di risvegliare l’intelligenza e la razionalità (non dirò la coscienza) dei giovani, mettendoli socraticamente in crisi, si scatena la macchina del fango. Eppure, come dicevamo sopra, ci sarebbe perfino un ritorno economico se i giovani, superando il main-stream, tornassero a pensare.

Sarebbe davvero auspicabile che l’azione di questa coraggiosa preside sia seguita da molti, per buonsenso e indipendentemente dalla convinzione ideologica, o, quantomeno, mi aspetterei che quanti non sono affatto aperti al confronto smettano una buona volta, di presentarsi come paladini del pluralismo, perché prima o poi tutti si accorgeranno dell’ipocrisia sulla base della quale determinate scuole di pensiero stanno fondando ormai da tempo la loro cavalcata trionfale alla conquista dell’opinione pubblica. Non si può fingere per sempre.

Leonardo Monni

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